denise ania

Come un cane senza padrone

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di Licia Vignotto (foto di Denise Ania)

Da Pier Paolo non si scappa. Passano gli anni, le piogge, i governi, ma il lavoro di Pasolini resta fermo, come un sogno o un incubo ricorrente al quale prima o poi bisogna tornare. Ci tornano anche i Motus, compagnia teatrale basata in Romagna ma “nomade e indipendente”, pluripremiata a livello internazionale e protagonista quest’anno di una ricca retrospettiva organizzata tra Bologna e territori limitrofi per festeggiare i venticinque anni di attività.

Anche se sarebbe più corretto specificare questo: più che celebrare e ricordare con nostalgia il passato l’intento è quello di continuamente sollecitare, disturbare, svegliare, pizzicare anche con forza, anche con violenza, il qui e l’ora. “Ogni nostro volgerci indietro – sottolineano i Motus, storicamente guidati da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò – è per meglio accumulare energie e rilanciare, incunearci nelle pieghe del presente e provare a immaginare futuri possibili”.

La rassegna si chiama “Hello Stranger” e già dal titolo ribadisce la lente attraverso la quale vale la pena leggere l’intero percorso del gruppo: la lente che non chiude lo sguardo ma apre, senza reticenze e senza pregiudizi, alla comprensione dell’altro, allo stupore per ciò che non si conosce, per ciò che nemmeno si riesce a immaginare ma esiste ed è perfettamente completo nel suo essere presente e palese.

“Hello Stranger” sabato 3 dicembre è stata accolta dal teatro Laura Betti di Casalecchio di Reno: architettura sobria infilata nella nebbia dell’immediata periferia bolognese. Sul palco stavano appunto i Motus e assieme a loro stava lui, Pier Paolo. Nel suo vestito più difficile ed insidioso, quello dell’ultimo romanzo incompiuto, pubblicato postumo nel 1992 da Einaudi, quasi un testamento: Petrolio, riletto ad alta voce e adattato, tagliato e incollato, indossato e sudato, cucito in forma di reading e intitolato “Come un cane senza padrone”.

Delle 552 pagine originali, divise in appunti numerati, Casagrande e Nicolò hanno selezionato brani, descrizioni e dialoghi capaci di costruire una struttura conclusa, con pareti abbastanza spesse e una planimetria di senso in cui poter camminare senza perdersi, e abbastanza spifferi da sotto le porte da distrarre la perlustrazione delle stanze e proiettare verso l’esterno il pensiero.

La sostanza narrativa è tratta dagli appunti riferiti all’incontro di Carlo –borghese cattocomunista impiegato ai vertici dell’Eni, scisso tra identità angelica e demoniaca – e Carmelo, cameriere e quindi sottoposto, impietoso e rispettoso, capace di sopraffare e restare al proprio posto, penetrare e quasi soffocare l’ingegnere nel buio di un campo eppure continuare a rivolgersi a lui utilizzando il riguardo del voi.

Carlo aveva da poco scoperto di essersi trasformato in una donna, metamorfosi kafkiana improvvisa e inspiegata. Ed è da questo cambiamento di genere che ha origine il desiderio di essere posseduto, desiderio che lo spinge a seguire ed eseguire la volontà di Carmelo “come un cane, anzi, come una cagna”.

La mutazione di sesso, l’incontro in un ristorante, il rapporto sessuale consumato nei campi della brutta periferia romana. Racconta gli accadimenti la voce al tempo stesso composta e torbida, di Emanuela Villagrossi. Narratrice onnisciente, elegantissima e severa. La trama si apre nel buio sparpagliandosi in pezzi: nel rumore di pioggia incessante che copre la voce registrata di Pasolini e introduce l’azione, nei filmati proiettati sui tre pannelli video che costruiscono la scena,  dentro la vecchia Alfetta parcheggiata sul palco, nel ritmo secco delle battute recitate in una postazione per il doppiaggio, nei pochi gesti solenni compiuti dagli attori, Dany Greggio e Franck Provvedi, rispettivamente a interpretare l’ingegnere e il cameriere, la borghesia e il popolo. La relazione è una relazione di potere, i ruoli si confondono solo apparentemente: ogni strattone e ogni carezza si riferiscono a una coreografia già scritta, inevitabile, a una danza a cui non ci si può sottrarre.

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Lo spettacolo è nato nel 2003 come studio preliminare alla realizzazione di “L’ospite”, lavoro del 2004ispirato a “Teorema”, ma cammina sulle sue gambe. L’equilibrio c’è, la fermezza del passo anche. Fedele alla parola scritta, isola l’episodio e senza tradirlo lo esplode.Nell’eco che rimbalza sugli schermi multipli che registrano il degrado urbano limitrofo alla capitale, nella doppia incarnazione dei personaggi – presenti in video, presenti sulla scena –, si ritrovano carne e allegoria, sessualità cruda e l’Italia come era e come è. E nel romanzo incompiuto entra Pasolini stesso, a tratti sovrapponendosi a Carlo mentre guida nel buio, dirigendosi dopo l’incontro verso un paesaggio deserto. «Giro per la Tuscolana come un pazzo, per l’Appia come un cane senza padrone».

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