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Un canto sommesso sull’America del miraggio. Cuori affamati di Anzia Yezierska

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“Allora, quell’antica fiducia nell’America – la ‘terra dell’oro tanto amata, invocata, era stata solo un sogno, un miraggio vagheggiato dalla gente dal cuore affamato, nel deserto dell’oppressione?”.

È un grido tra i tanti a risuonare dalle pagine di Anzia Yezierska, che affida allo sguardo di figure femminili il racconto del paese delle minoranze del primo Novecento, con una particolare attenzione agli ebrei che lasciano l’Est Europa per immaginare una nuova vita oltreoceano.

Sulla scorta della sua vicenda personale, Yezierska usa la prospettiva dei greenhorn – termine dispregiativo per designare gli immigrati appena sbarcati – per descrivere attese, aspirazioni, desideri e sogni. Con Cuori affamati (traduzione di L. Crescenzi e M. Viazzoli, 2020, Mattioli 1885) consegna una declinazione narrativa di quella ricerca inesausta sul mito americano di cui negli stessi anni parla anche Waldo Frank – è del 1919 l’uscita di Our America: “Andiamo tutti alla ricerca dell’America. E nella ricerca la creiamo. Nella qualità della nostra ricerca dev’essere la natura dell’America che creiamo”.
L’intento dichiarato sin dalle prime pagine è quello di offrire la raffigurazione della compresenza di due tendenze opposte che paiono uno “stendardo di fuoco”: “L’America come gli oppressi di tutti i paesi hanno sognato che sia, e l’America come è”.
L’impatto dell’opera avrebbe attirato ben presto l’attenzione di Samuel Goldwyn per la realizzazione del film muto Hungry hearts del 1922.

Yezierska individua unicamente personaggi femminili per narrare vicende che si intrecciano al suo vissuto. La povertà estrema patita a Plinsk, nei pressi di Varsavia, dove è nata nel 1885, e le speranze riposte nel trasferimento a Manhattan, nel Lower East Side, le impediranno per lungo tempo di proseguire gli studi perché costretta a contribuire con sua madre al sostentamento della famiglia numerosa, nel disinteresse del capofamiglia dedito unicamente allo studio del Talmud. Il suo feroce desiderio di istruzione l’avrebbe portata, però, con estremi sacrifici a completare gli studi come insegnante e dedicarsi poi alla scrittura.

Le storie delle sue protagoniste ruotano attorno a due grandi temi: la profonda indigenza che diventa terreno fertile per le illusioni, e l’ostinato desiderio di non cedere alla sopraffazione del patriarcato, nella ricerca di una personale indipendenza – economica ed emotiva – nella lotta per l’emancipazione da un sistema miope.

I drammi vissuti nell’incapacità di tollerare relazioni improntate sull’umiliazione e la sottomissione muovono lo sviluppo di storie incentrate sul perenne conflitto interiore che domina i soggetti. Lo scontro tra le attese e l’improvvisa presa di coscienza di dover sottostare alle medesime condizioni di sfruttamento, sotto il peso del pregiudizio e della mancata accettazione sociale, portano i suoi protagonisti a cercare di rintracciare una personale via per contrastare tali sopraffazioni, attraverso una profonda fede nell’idea di giustizia.

Sentimenti amplificati in racconti incentrati sul logoramento fisico e interiore di persone che lottano per rivendicare i propri diritti, scontrandosi con pesanti ineguaglianze sociali, come accade alla protagonista di Bellezza perduta, Hanneh Hayyeh: “Dunque è questa l’America? Per cosa ha combattuto il mio Aby? È stato solo un sogno…tutta questa gente, da tutte le terre e da tutte le epoche, ha desiderato, sperato e pregato perché l’America diventasse questo? Mi sono svegliata dai miei sogni per rivivere i tempi bui della Russia, sotto lo zar? Il suo volto, desiderato e amante della bellezza si contrasse in una maschera d’odio”.

Nella prosa priva di orpelli e orientata a privilegiare una linearità espressiva essenziale si inseriscono riferimenti al libro della Genesi – come ne Il grasso della terra o ne La mia gente – : accanto alla narrazione della fame e della miseria acuita dalle vessazioni, Yezierska indaga gli esiti dell’avidità, la corruzione e la perdita di umanità.

In tale quadro di povertà si fa strada una tensione contro l’imbarbarimento, resa nella disperata lotta per la sopravvivenza avanzata da figure che perseguono una rinascita seppur consapevoli dell’impossibilità di una reale integrazione. Alla raffigurazione di una realtà ostile, inserita in un sistema complice di efferatezze, Yezierska oppone le speranze ingenue di figure che continuano audacemente a cercare una rivalsa.

Nella fitta serie di episodi conclusi ma non isolati, si scorge la descrizione della malinconia nella percezione di una vita perduta, la memoria di un passato doloroso, la suggestione dell’attesa, la desolazione della perdita, la forza inarrestabile che domina chi vive l’urgenza di un riscatto e la trasfigurazione generata dall’odio.

“Come tutti coloro che non hanno niente, vivevo di sogni”, rivela Sara Reisel, povera figlia di Melamid, nata in un piccolo centro della Polonia “dove non avere dote significava non esistere”. “Avevo fame d’amore come avevo fame di pane. La vita non era niente per me. Il cuore – vuoto.” Nella raffigurazione di donne dominate da una feroce necessità di emancipazione, fiere, vogliose di ottenere solo con i propri mezzi gli obiettivi che richiedono un’istruzione, emerge sotto traccia il ruolo avuto dalla scrittura nell’esistenza dell’autrice. Attraverso le sue protagoniste, traccia la profonda afflizione vissuta nella solitudine di sogni infranti sovrastata dall’impellente desiderio di realizzarsi, senza farsi sopraffare.

In Acqua e sapone, Yezierska traccia il profondo sconforto e la disillusione vissuti da una giovane donna che dopo immani sacrifici riuscirà a a completare gli studi per l’insegnamento, mossa dal desiderio di nuovi stimoli intellettuali per poi scontrarsi con il pregiudizio di chi non la riteneva idonea al ruolo guadagnato, per il suo aspetto. “Avevo sofferto la crudeltà della loro pulizia e la tirannia della loro cultura fino al punto di rottura”. “Volevo che il mondo intero sapesse che l’istruzione che dava il college non era democratica, che gli abiti rappresentano la base delle distinzioni di classe, che dopo il diploma le possibilità di ottenere una buona posizione erano riservate a chi si vestiva meglio, e gli studenti troppo poveri per alzare la testa erano incasellati e bollati come inadatti, e abbandonati alla misericordia del vento”.

L’impietosa denuncia della società del primo Novecento e dei meccanismi di oppressione e sfruttamento ne rivela la rappresentazione più tetra non solo nella realtà delle fabbriche ma in quella domestica. In Come trovai l’America il ricordo dei luoghi natii, lo sradicamento e la nostalgia per “il silenzio profumato dei boschi che si estendevano oltre la nostra capanna di fango” irrompono nella minuziosa descrizione del lavoro in fabbrica, tra i fragori, i ruggiti, e lo “spietato frastuono delle macchine”.
Yezierska rivolge un duro affondo anche alle sedicenti associazioni di beneficenza che lucrano sul dolore altrui per ottenere introiti e non favorire realmente i meno abbienti (di particolare impatto il racconto La casa-vacanze gratuita, ispirato all’esperienza vissuta dalla sorella dell’autrice).

Storie che nello sguardo ingenuo delle protagoniste rivelano il persistere dell’infanzia nelle insorgenze della memoria, in un costante gioco di equilibri tra la realtà e la sua rappresentazione. Gli strenui tentativi di ribellione ai modelli ricevuti sfociano nella necessità di identificare una propria personale idea di normalità. In tal senso la prosa di Yezierska annuncia in quella disarmonicità un ritmo capace di cadenzare un contrasto emotivo lacerante che mostra la volontà delle sue protagoniste di rivendicare la loro fragilità.

Sono le continue contrapposizioni a sostenere una narrazione capace di identificare, nella raffigurazione dell’alienante e tentacolare realtà metropolitana, il feroce abbaglio generato dalla suggestione del ricordo. Un’immagine deformata dei luoghi dell’infanzia che acuisce il dolore per un passato ormai irraggiungibile e per un presente dominato dalla brutalità del male.

Nei tentativi di estraniarsi dalla realtà e aggrapparsi tenacemente al sogno, risiede la personale via di salvezza che le protagoniste di Cuori affamati sembrano riuscire a rintracciare. Quelle donne segnate dal dramma si riveleranno, così, ancora capaci di provare stupore per l’improvvisa scoperta di sentimenti sconosciuti.

Con delicate metafore, similitudini animali e raffigurazioni emotive dal passo poetico Yezierska consegna una narrazione che rivela nella costante ridefinizione del catalogo emotivo una meraviglia ancora in grado di riprodursi.“Il mio cuore vola via lontano come un uccello selvatico”.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
Commenti
Un commento a “Un canto sommesso sull’America del miraggio. Cuori affamati di Anzia Yezierska”
  1. Garante F. scrive:

    Fantastica Yezierska…da sogno!

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