Un dialogo con Heather McGowan

(con la collaborazione di Carolina De Luca)

Se è vero che esistono soltanto due specie di scrittori, i testimonial e i fantasmi, Heather McGowan non farebbe nessuna fatica a entrare di diritto nella seconda categoria. Di lei si sa poco o nulla, rarissime le foto che la ritraggono. Il suo raffinato editore italiano, Nutrimenti, che ha pubblicato Schooling, il suo esordio, nel 2007 e lo splendido romanzo-monologo ambientato a Roma Duchessa del nulla nel 2009, ha avuto difficoltà persino a reperire la sua data di nascita, che presumibilmente va collocata agli inizi degli anni Settanta. Di certo c’è che questa scrittrice con due romanzi all’attivo, nonché co-autrice della sceneggiatura di Tadpole – Un giovane seduttore a New York (film di Gary Winick con Sigourney Weaver) è uno di quei classici talenti americani su cui scommettere per il prossimo futuro. Rick Moody l’ha definita «la più elegante, singolare e lucida cesellatrice di prosa che io abbia letto da molti anni a questa parte». Ma oltre all’indubbio talento stilistico, nella sua scrittura colpisce l’originalità dei personaggi e dell’universo che prende forma intorno a loro.

Cara Heather, mi è capitato di leggere i tuoi libri in un ordine inverso rispetto a quello in cui li hai scritti e tutto nel giro di pochi mesi. Duchessa del nulla mi è parso il romanzo più bello tra quelli usciti in Italia nell’anno passato, ma anche il più sorprendente e il più strano. Qui in Italia la novità rappresentata dalla tua voce, anche se alcuni giornali ne hanno parlato, non ha riscosso a mio avviso l’interesse che meritava. Sarei curioso di sapere com’è andata invece in America. Sei soddisfatta di come e quanto si è parlato del libro?
Per lo più sono stata molto gratificata dall’accoglienza del libro negli Stati Uniti. È stato largamente recensito e le recensioni sono state favorevoli, è stata una bella sorpresa. Il New York Times ha definito Duchessa del nulla un incrocio tra Mary Poppins e Sylvia Plath, che mi è sembrata proprio la definizione di un libro che mi piacerebbe leggere. Sono soddisfatta quando il recensore fa apparire il libro degno di qualche interesse. Ci sono state recensioni apparentemente negative di Schooling che però davano l’idea che il libro fosse comunque affascinante. Sono meno soddisfatta quando al recensore sfugge il senso del libro. Uno dei recensori era contrariato dall’assenza di descrizioni di Roma in Duchessa, ma secondo me se non ha capito il perché di quest’assenza, non ha capito il libro.

La protagonista senza nome del romanzo, la Duchessa, è uno dei personaggi più letterari che io ricordi degli ultimi anni. Con questo non voglio dire che non sia umanamente verosimile, ma sembra intrisa di quella natura al tempo stesso epica e fantasmatica che solo i personaggi letterari – quelli che restano dentro di noi come una specie di memoria delle esperienze non vissute – hanno. E questo, secondo me proprio a causa della sua stranezza e della sua ossessività. In tal senso quella voce, il flusso dei suoi pensieri, mi ha ricordato i personaggi di Thomas Bernhard, (oltre alla Woolf e alla Plath che sempre vengono indicate come ascendenze dirette sul tuo lavoro). Hai un rapporto particolare con lo scrittore austriaco? E, più in generale, che tipo di testi hai letto durante la stesura di Duchessa?
Adoro Bernhard. Riesce a cogliere in modo brillante il movimento della lingua parlata. Un suo personaggio può parlare con tenerezza per trasformare rapidamente questa tenerezza in amarezza o rimpianto e arrivare alla nostalgia e continuare ancora, spesso con una vena di ironia tagliente. Bernhard è maestro nel duellare sottotraccia con i suoi personaggi, una tecnica che supera il semplice sottotesto. In ogni caso, il problema di leggere romanzieri che ammiro mentre sto scrivendo è che finisco per assorbirli. Quando scrivevo Duchessa, ho letto poesia (Frank O’Hara, Plath) e non-fiction (i diari della Plath). E ho anche guardato un sacco di quadri di Bacon.

Proprio la tua fede nella letteratura che traspare in ogni microscopico interstizio dei libri di cui sei autrice mi fa quasi sembrare strano che tu sia anche una sceneggiatrice. Non hai problemi in tal senso? Cosa ti piace di più fare?
C’è un piacere molto diverso nello scrivere romanzi o sceneggiature. Il lavoro che ho fatto come sceneggiatrice è stato abbastanza divertente e leggero. Oltretutto, considerata la solitudine necessaria per scrivere un romanzo, la natura collettiva del lavoro nell’industria del cinema è un magnifico diversivo. Senza considerare che è veramente piacevole scrivere qualcosa semplicemente allo scopo di intrattenere qualcuno. Mi piacerebbe continuare a fare entrambe le cose. Sarebbe difficile rinunciare a una delle due.

Da Schooling a Duchessa del nulla rintraccio alcune costanti che rendono il tuo lavoro unico e tuo, appunto, in un modo personalissimo. Una di queste è una patina di antichità e inattualità che avvolge i personaggi. A differenza della maggioranza degli scrittori tuoi contemporanei sembra che tu non abbia nessuna preoccupazione sociologica o politica. La realtà nei tuoi libri è un paesaggio nebbioso dai contorni un po’ slabbrati. Lo stesso realismo che sembra tu voglia perseguire è un realismo linguistico e cerebrale del tutto sganciato dal contesto. Questo mi piace molto. Ti andrebbe di dirmi qualcosa in proposito?
Potrei non essere d’accordo sul fatto di essere definita priva di preoccupazioni sociologiche o politiche. Non sono interessata a pubblicare manifesti, ma si potrebbe anche dire che evitare di adottare il realismo convenzionale è in effetti un atto politico.
La realtà è che non riusciamo a capire completamente chi siamo: le nostre motivazioni, i nostri sentimenti, le nostre azioni. Quanto è realistico allora descrivere con coerenza e normalità, un’esistenza incoerente e insana?
La mia versione del realismo è descrivere la lotta per dare un senso alle nostre esistenze, lo sforzo di fare chiarezza in circostanze torbide. In questo modo spero di ottenere un realismo emozionale, più simile all’ascolto della musica o alla lettura delle poesie del tipo di realismo che ti può trasmettere la non-fiction.

Un’altra costante collegata in qualche modo alla domanda precedente è il rapporto dei personaggi, che vivono nelle tue parole quasi solo attraverso il loro mondo interno, con la realtà esterna. Nei tuoi libri il mondo esterno è opprimente, freddo, brado, pesante…
Molte delle scene di Schooling prendono spunto da quadri di Balthus. Uno dei temi che attraversa Schooling è il modo in cui Catrine drammatizza la sua vita, così ho cercato di dare una certa teatralità a questi scenari, lo stesso senso di falsità che può trasmetterti un quadro come La strada di Balthus.
Duchessa, invece, è stato influenzato da film come Mamma Roma, Senza tetto né legge di Agnès Varda e Rosetta dei fratelli Dardenne. In realtà, quello che tu definisci come un mondo esterno antagonista, io la vedo più come una scena o uno sfondo, con i personaggi colti nel loro rapporto con questo paesaggio rigido.

L’infanzia è la terza costante che non si può non citare. Schooling è la storia di una adolescente americana orfana di madre depositata dal padre in un college inglese in un clima di indicibile tristezza. Duchessa del Nulla è il racconto della passeggiate romane di una nevrotica, nichilista e geniale donna americana con il figlio del suo evanescente compagno, un settenne tiranneggiato dai suoi insegnamenti apocalittici. Immagino che in molti ti abbiano chiesto notizie sulla tua infanzia e immagino che molti abbiano presupposto una tua infanzia difficilissima…
È divertente perché nessuno mi ha mai chiesto molto a proposito della mia infanzia.
Come Catrine in Schooling, quando avevo dodici anni ho frequentato un collegio e anche la mia famiglia si trasferì dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, ma non ho avuto un’infanzia particolarmente speciale o traumatica. Dai tre ai dieci anni ho anche vissuto in Belgio e in Francia, quindi ho avuto un’educazione itinerante in terra straniera che credo mi abbia fatto vivere con la prospettiva di essere una diversa. In realtà entrambi i romanzi, più che con i dettagli autobiografici hanno a che fare con il modo in cui affrontare temi come l’amore e la memoria.

Mi piacerebbe sapere se c’è un’evoluzione cosciente tra i due libri. Voglio dire Schooling è un libro per molti versi sperimentale, difficile, anche se può regalare grandi soddisfazioni nelle ultime cento pagine. Duchessa del nulla è, invece, più generoso nei confronti del lettore, coinvolgente fin dalla prima pagina. Dopo il tuo esordio, hai sentito l’esigenza di scrivere un romanzo meno complicato, qualcosa che non dovesse per forza stupire per la sua arditezza, qualcosa di più legato a certe regole? C’è qualche collegamento con il fatto che in quell’intervallo di tempo sei stata la sceneggiatrice di Tadpole?
Senz’altro una volontà di raggiungere una maggiore semplicità, ma non c’è nessuna relazione tra il concepimento di Duchessa del nulla e Tadpole. Ho scritto Tadpole durante un’estate nella quale mi trovavo a circa metà della stesura di Schooling e l’ho scritto in nove giorni, perché avevo tre lavori all’epoca e quello era il tempo che potevo dedicargli. Di regola cerco di tenere i due lavori separati e senza sovrapposizioni anche perché hanno scopi diversi.
Volevo che Duchessa fosse un monologo. Lo sapevo. Volevo che avesse dei confini laddove Schooling era in continua espansione. Volevo che fosse divertente, ma soprattutto non volevo che avesse a che fare con i bambini. Per lungo tempo ho resistito all’idea di aggiungere un bambino alla storia, ma poi ho sentito che la storia richiedeva l’equilibrio e l’onestà di un bambino per contrastare la visione mutevole della realtà della protagonista.

Esiste secondo te un confine effettivo tra letteratura di ricerca e intrattenimento? Ho la sensazione che negli Stati Uniti il concetto sia più sfumato che qui da noi. Penso a libri americani di successo commerciale che però hanno anche grandi qualità letterarie, ad autori con Bret Easton Ellis o Alice Sebold per esempio. Da noi è molto più raro che un libro di grande successo sia anche un bel libro o un libro che non dimenticheremo nel giro di sei mesi. E credo che sarebbe anche molto difficile che un libro complesso come il tuo Schooling possa essere nominato libro dell’anno da una rivista paragonabile a Newsweek.
In realtà, Newsweek ha nominato Schooling «uno» dei migliori libri dell’anno, credo al decimo o al dodicesimo posto. Un autore che ha veramente successo negli Usa è John Grisham che vende decine di milioni di copie, molto più di Sebold o Ellis, credo. E tu stai completamente distruggendo la mia idea della letteratura italiana!

In Italia c’è da sempre una grande attenzione per la vostra produzione letteraria, attenzione che negli anni Novanta ha portato a una vera e propria sbornia con la generazione dei tuoi fratelli maggiori (Wallace, Moody, Eugenides, Franzen), laddove sembrava che non ci potesse essere qualcosa di nuovo, qualcosa che spingesse la linea qualche metro più in là, che non provenisse dagli Stati Uniti. Oggi le cose sembrano un po’ cambiate. A parte i tuoi libri, faccio fatica a ricordare un nuovo autore americano che negli ultimi anni mi abbia colpito. È un riflusso effettivo o una nostra stanchezza? Sapresti indicarmi un giovane e sconosciuto autore che apprezzi in modo particolare?
Ho paura di non essere la persona giusta per indicarti le nostre novità letterarie. C’è una non-fiction molto innovativa pubblicata da autori come John D’Agata ed Eula Biss (autori inediti in Italia). E recentemente ho apprezzato American Genius di Lynne Tillman (inedito in Italia), Lowboy di John Wray (Feltrinelli 2009), E poi siamo arrivati alla fine di Joshua Ferris (Neri Pozza 2006). Ma certamente non si tratta di scrittori sconosciuti. Qualche anno fa ho insegnato alla Columbia e ti dirò che ho trovato i lavori degli studenti originali in modo incoraggiante. Ben Marcus, che dirige il corso, è una fantastica guida.

C’è una data di uscita del tuo prossimo libro? Mi pare di aver letto che questa volta, per la prima volta, sarà ambientato negli Usa.
Sono molto, molto lenta. Non sappiamo quando finirà, ma sì, lo sto scrivendo proprio adesso ed è ambientato a New York.

Cristiano de Majo è editor di Studio. Ha scritto per la Repubblica, IL, Internazionale. È autore di quattro libri, l’ultimo s’intitola Guarigione.
Commenti
Un commento a “Un dialogo con Heather McGowan”
  1. maria bolasco scrive:

    Dialogo insolito,accurato,intenso,appassionato ed esaustivo che offre al lettore anche un panorama della nuova letteratura contemporanea americana e lo invita a comperare al piu’ presto un testo della Mc Gowan.

Aggiungi un commento