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Un dialogo fra Marco Mantello e Tommaso Giartosio su poesia, identità e potere

di Marco Mantello e Tommaso Giartosio

Tommaso Giartosio ha di recente pubblicato un libro di poesie per la “collana bianca”
Come sarei felice. Storia con padre, Einaudi, 2019.

Marco Mantello è autore di Standards, Zona, 2006,
Il sangue dei vincitori, La camera verde, 2012
Non cercare di spiegarmi la morte, Sartoria Utopia, 2017

Questo è il resoconto di un loro dialogo sulla poesia italiana svoltosi in settimane di sana calura estiva fra Berlino e Roma.

 

MANTELLO

Ciao Tommaso, parliamo di parricidio. Ti mando una mia vecchia poesia, ispirata alle tavole di un umorista tedesco incarcerato dai nazisti, E. O. Plauen, che forse rende bene il tema classico del doppio.

 

Si era messo il baffo finto
e la cuffia sui capelli
se ne stava davanti allo specchio

e dopo aver sorriso
come ridono tutti i pischelli
si accorse che era vecchio

All’inizio soltanto perplesso
alla fine con occhi di pianto
a fissare quell’altro sé stesso

che era vero altrettanto
con il viso del padre riflesso
e uno sguardo piuttosto severo

il figliolo e quell’altro sé stesso

Ecco rispetto a questa immagine dell’identità replicata nel corso delle generazioni, di una coscienza della stabilizzazione sociale che oggi si fa propaganda politica, ci sono due profili che mi hanno colpito nel tuo libro. Il primo è una presa d’atto di una distanza, il dato vissuto con ironia e sarcasmo della propria singolarità, l’impossibilità di comunicare con una figura paterna che è quel che è, a tratti sembra monca, e cinicamente accettata nel dialogo con tua madre: la cartolina di un militare che da morto, conoscendolo, starà richiedendo nell’al di là una certificazione dell’annullamento.

L’altra cosa che mi ha colpito è il tentativo di fare di tuo padre un doppio di te stesso, il dialogo profondo, quasi metafisico, con quella stessa figura che si legge nella Stellina, un qualcosa che sta fuori dalla cornice del tuo io, e che sei tu a accogliere e manipolare. Il “cittadino ignoto“ della poesia di Auden si anima, i suoi generali diventano i tuoi amanti, le stellette della divisa stelline, quegli stessi simboli militari o celesti fatti carne in un corpo maschile, l’esternazione del tema omosessuale a un padre con cui ti ostini a cercare un dialogo, a dare delle spiegazioni sull’amore, nel nome di una sola comune esperienza possibile, in qualche modo La stellina è una lunga poesia sull’amore.

In questo parricidio sui generis, che a volte sembra più una condivisione e una ricerca di punti di contatto, la figura del tardone tradizionalista amante dell’ordine perde i tratti iniziali della figura dantesca, non sembra più una sorta di soprammobile con qualità fisse che fa da sfondo al tema autobiografico, e poi si dissolve ancora in una curiosa metamorfosi, ci sono versi in cui il padre di Come sarei felice si trasforma in una bambina … È un accenno alla tua paternità? Che cosa è?

 

GIARTOSIO

Caro Marco, intanto voglio dirti che la tua poesia mi ha fatto venire in mente una piccola poesia che mi è cara, il Narciso di Sinisgalli: 

Narciso sta a guardarsi

anni e anni allo specchio, 

fino a diventar vecchio. 

Poi si sputa sul viso.

 

Chiaramente c’entra con il Narciso che apre Come sarei felice, anche se quest’ultimo ha a che fare soprattutto con la questione della rappresentazione.

Narrano che Narciso

non fosse bello affatto,

e che accettasse il fatto.

Ma il fatto che il suo viso

nella fonte riflesso

fosse brutto lo stesso –

questo sí l’abbia ucciso.

 

Questa poesia incipitaria si affianca all’ultima, Nella vetrina del japanese restaurant. Il filo che le unisce è, oltre alla rappresentazione, la solitudine, che poi è il cuore del mito di Narciso. Quindi forse una conclusione che se ne può trarre è che il rapporto tra le generazioni è sempre conflittuale e anche “omicida”, ma almeno è un rapporto; nasce come gerarchia, ma almeno fa perno su una differenza. (Il padre militare non fa che portare al limite il dato dell’autorità paterna.) Non voglio replicare lo stereotipo dell’omosessuale narcisista, o del figlio viziato e sdraiato, ma appunto sottolineare che un figlio è per definizione in rapporto con un padre, un gay con il mondo etero, eccetera.

Venendo ora al parricidio, e alla distanza: in Come sarei felice il padre è una figura distante soprattutto nella prima parte, Vivere (le “rime in vita”). Con la morte, paradossalmente, lui diventa molto più presente e vivo di prima. (Questo è ciò che accade nella poesia; nella realtà non dev’essere stato così, ma la poesia ha idee tutte sue su ciò che veramente conta.) Diventa anche più facile comunicare con lui; ci sono vere e proprie scene di dialogo che mancavano nella prima parte, anche se hai ragione a dire che è ancora una comunicazione monca (però nel parlare con chi non c’è, la manchevolezza è una prova di integrità).

Forse il movimento fondamentale, in questi ripetuti approcci al padre, non è né di identificazione (il doppio) né di distanza, ma di traduzione, come accade in diverse poesie e soprattutto nella Stellina. Del resto fare poesia è far incontrare la lingua dei vivi con quella dei morti. Il punto d’incontro può solo essere l’amore, ma l’amore è qualcosa di poco pulito, è prezioso perché sporco. Un gioco di spinta e resistenza, attrazione e trattativa (tu dici: “ricerca di punti di contatto”, che è una bella immagine, insieme fredda e sensuale): La stellina mette in scena proprio queste forzature agite e subite. Mette in scena l’amore, che è eccezione e insieme regola; per definizione si ribella a ogni forma, ma è anche amore per la forma.

Ed è vero che con questo passaggio (anticipato però da molte delle poesie più brevi) il padre cessa di essere il dio degli affreschi o il defunto incontrato nell’Ade e diventa una figura più complessa. Il certificato di morte si ripiega in un origami, magari proprio una stellina con le sue pieghe concentriche. Così lui può addirittura diventare una bambina, come accade in Mio padre era per tutti l’ammiraglio. Il che, per quanto posso giudicare, non c’entra con la mia esperienza di padre (che ha voluto tenersi fuori da questa raccolta, magari si farà avanti più tardi) ma ha molto a che fare – è un po’ ovvio dirlo – con il Saba di Mio padre è stato per me l’assassino, con un rapporto però abbastanza complesso. Per dirne una, lì la madre accusa il padre di essere assassino, qui invece il padre è “una sorellina / con cui giocare senza fare a pugni”: c’è una elusione (declinata al femminile) della violenza, ed è questo che istituisce un legame. Poi c’è l’omosessualità di Saba, e la mia, probabilmente diversa…

 

 

MANTELLO

Nella prima sezione di Come sarei felice scrivi:

Il corpo a corpo con il tricolore

fu nella chiesa. Una bandiera non è

mai così linda come su una bara,

inamidata come il tuo colletto.

Tricolore. Chiesa. Bara. Che rapporto può esserci oggi fra due forme di memoria a mio avviso incomparabili: il ricordo personale e le tante retoriche da memoria collettiva che forgiano cittadini anonimi e militi ignoti? Che cosa significa per te oggi in Italia cristallizzarsi?

 

 

GIARTOSIO

Morire è fermarsi. Irrigidirsi, diventare statuario. Duro, bello, freddo, come un cristallo. La sezione Cristallizzarsi racconta proprio questo momento in cui la mobilità dell’individuo lascia il posto a una fissità che è tipica della tradizione, dell’istituzione. Sul piano spicciolo, il defunto comparirà sempre negli stessi quattro aneddoti; sul piano ideologico, il militare verrà consegnato a una narrazione patriottica. In questo senso la morte è “l’estrema unione”, il passaggio in cui la singolarità si integra come un polipo corallino in una barriera ben più vasta, che costringe quel singolo entro le sue coordinate e ne dà una lettura disciplinata e condivisa, che contribuisce a consolidare una memoria comune (o piuttosto pretesa tale). Dico “lettura” perché c’è ancora un altro piano, linguistico e culturale: le parole del singolo “tornano a tutti”, si disperdono e rifondono nella langue (o svaniscono). E questo forse è un elemento positivo. Però nel complesso la cristallizzazione è molto inquietante. Io cosa ho fatto finora? Per esempio ho lavorato sull’endecasillabo, a volte addirittura sulla “sonetteria”, con il tentativo (spero riuscito) di smuoverla dall’interno. C’è una scommessa sul linguaggio, che non anneghi nella tradizione. (Non credo che possa esistere un linguaggio del tutto nuovo: ogni sperimentazione linguistica efficace, anche anzi soprattutto la più radicale, è una formazione di compromesso: altrimenti non verrebbe neppure colta come una, per quanto paradossale, comunicazione.)

Io vorrei uno sguardo che si fa carico della storia ma è anche in grado di sospenderla, di fare un’apertura di credito alla fantasia e al futuro, così come il cristallo è una struttura fredda, rigida e costrittiva ma anche sfaccettata, un moltiplicatore di visioni. Per esempio pensa alla metafora del “leone con un libro in mano” della fine della poesia che hai citato. È quello di San Marco, nella bandiera militare con gli stemmi delle quattro repubbliche marinare, quindi un emblema depositato del potere economico e militare; ma è anche una stranezza, un elemento vitale, se solo lo si guarda con salutare ingenuità; è qualcosa su cui un bambino può interrogarsi: che libro scriverebbe un leone, che libro potrebbe scrivere il potere, che libro ha scritto, in fondo, il padre? Quindi anche dalla bara, dalla bandiera piatta e ideologica che non garrisce ma copre e cela, può rinascere qualcosa. E in effetti il seguito del dialogo col padre nel corso del libro, e anche (forse soprattutto) La stellina, sono la riprova che le retoriche collettive possono venire rimesse in discussione, anche se in modo non certo indolore, non certo definitivo.

 

 

MANTELLO

Sei più ottimista di me. Come sai io vedo proprio nell’assenza di conflitto un meccanismo riproduttivo di massa. Accanto alla testa non tagliata del Re, o del Padre, il potere disciplinare di cui parlava Foucault fonda un sistema di gerarchie inerziale, ma che parte dal basso e si irradia come rete di relazioni, abitudine, un nuovo Narciso da ufficio, perennemente connesso sui social media, che non è più solo ma plurimo, e che è pronto a odiare capri espiatori al posto di sé stesso.

I miei vecchi Standards erano costruiti anche su una serialità umana e middle class, su un io teatrale che disvelava il lato comico e grottesco di una pace terrificante, di un’identità anonima che difende sé stessa da stereotipi di punk, migranti, skinhead, seconde mogli, studenti morti suicidi, anormali e anomici che dialogano con un “tu normalizzato”, con un modello talora misogino di persona amata, e ben centrata sul colore dei tendaggi e la dichiarazione dei redditi online…

In Come sarei felice, nella sezione I viaggi immaginari, ho visto un “io” diverso, a un tratto lo associ a una malattia professionale che porta alla coscienza della consumazione, c’è anche un richiamo all’immagine di una montagna e la cosa mi ha fatto venire in mente una poesia di Wallace Stevens. A consumarsi per te non è la montagna ma un io consapevole. Ma forse a consumarsi è anche un certo genere di poesia. Che tipo di consapevolezza è necessaria per scrivere versi con la parola io, quando oggi quella parola è spesso associata in modo meccanico e deteriore a una tradizione lirica, a forme ritrite e doverose di versificazione come l’endecasillabo, all’epigramma, a qualcosa di autoreferenziale e basta…

 

 

GIARTOSIO

Tu poni il problema della disseminazione del potere, presente e oppressivo nella base ancora più che nei vertici (e che ciò accada in contesti di apparente pace sociale o di guerra guerreggiata è abbastanza indifferente, secondo me, perché le dinamiche del pouvoir-savoir non mutano più di tanto: si tratta solo di teatralità diverse). Come sai questo è un aspetto del pensiero di Foucault che è stato fortemente contestato da chi pensava che così si invalidasse qualsiasi forma di protesta dal basso.

Io credo invece che proprio la microfisica del potere aggiunga senso alle nostre forme di microresistenza. A livello di individui, o meglio, come dice Francesco Remotti in Somiglianze, di “condividui”. Penso a relazioni complicate perché co-implicate: il negoziato che conduciamo ogni giorno, nei negozi, negli appartamenti, nelle strade, e nelle poesie, ci vede affrontare controparti che ci sono avversari ma anche complici, con gesti di ribellione e liberazione necessariamente complessi e ambivalenti; eppure non tutti uguali, non neutri, non indifferenti o inutili. Molte poesie di Come sarei felice tentano di pensare forme di relazione che vanno al di là dell’alternativa secca del potere (e del sapere), quella tra parità-reciprocità e subordinazione. Penso ai versi che parlano della coppia padre-figlio, ciascuno dei due con un suo potere e una sua fragilità, anche storicamente determinati, che si succedono, si sovrappongono, slittano l’uno sull’altro. Ma anche a quelli sulla coppia gay, “ospite inaspettato che l’ospite attendeva, / uno di spalle all’altro, con le mani intrecciate”. O sull’amato (o l’Amore stesso) di Ciò che ho saputo perdere ritrovo, descritto come un Ding an sich antropomorfo, “ciò che si alzava si vestiva e usciva…”, sovrumano o subumano rispetto all’umano-scrivente. A volte mi sembra che non ci sia quasi poesia, nella raccolta, che non si interroghi in un modo o nell’altro su questi assetti relazionali.

Inoltre, se la trasgressione spesso cela la sua natura di regola, disobbedire non è sempre e solo (credo che Foucault concorderebbe) conformarsi a un protocollo della disobbedienza. Dire io non è solo contarsi in un numero n di noi. Esiste una funzione-io che si radica nell’esperienza personale ma anche nell’evolversi storico di una cultura; l’io lirico romantico ne è solo un passaggio, per quanto importante. In realtà l’io lirico non è mai stato puramente autoreferenziale; questa è un’illusione come quella di chi diceva che i versi di Penna erano “fiori senza gambo visibile”. Le liriche del Canzoniere sono profondamente inserite nel proprio tempo, sono degli editoriali sull’amore.

Parte della scommessa della scrittura è di tuffarsi nel mare dell’io per trovare sul fondo il mondo: ma anche il tuffatore più attento ai venti e alle correnti, quando si tuffa deve, prima o poi, chiudere gli occhi.

La domanda, allora, è: come è cambiata la nostra idea di “consapevolezza”? Pensa alla sezione della Stellina in cui il giovane ufficiale fascista prigioniero di guerra nel porto di Alessandria d’Egitto scopre, sfogliando giornali lasciati in giro dagli angloamericani, la stampa libera. Quella è una presa di coscienza pura, elementare (la stessa purezza degli altri momenti epifanici distribuiti uno per sezione nel poemetto). Oggi ci occorre qualcosa di più. Viviamo in un tempo affollato di muri ma anche privo di barriere, e scriviamo con tutto il mondo nella stanza. L’altro con cui confrontarsi in realtà c’è sempre stato, pensa solo alla grande tradizione di poesia politica novecentesca (Auden sulla guerra di Spagna), ma oggi è più altro e più vicino. Più ne siamo coscienti, più diventa importante integrare quella consapevolezza globale nella vita dell’io. Questa è un po’ la direzione che si conferma nelle nuove poesie che sto scrivendo ora, ma la sento anticipata in alcune poesie di Come sarei felice, per esempio in Viaggiando con un vecchio minatore.

Quanto all’endecasillabo, è la musica che abbiamo nelle orecchie (e tra l’altro ha una storia molto meno compatta di quanto si potrebbe pensare, irta di innovazioni e provocazioni). Mi interessa continuare a metterla in gioco, lavorarlo, farci cose nuove, per esempio stravolgendo in funzione espressiva l’accentuazione tradizionale, oppure usando congiunzioni e preposizioni per trasformare un verso piano in uno sdrucciolo: come se ci fosse sempre qualcosa da aggiungere, qualcosa che può accadere all’ultimo e trasformare radicalmente la nostra visione.

 

 

MANTELLO

Però sostenere che le culture evolvono sembra richiamare qualcosa di positivistico, l´idea ottocentesa e poco storicizzata di un miglioramento correlato al mero scorrere in avanti del tempo. Invece nella storia ci sono sempre dei cambiamenti per dirla alla Le Goff, più spesso almeno nell´epoca che viviamo velocizzati dalla tecnologia, che sovente copre ritorni al primitivo, al Nemico, alla logica della terra e del sangue, qualcosa che fonda poi nuovi giudizi storici che sono sempre giudizi di valore secondo me, anche nelle rappresentazioni letterarie per quanto si possa ricercare una sorta di “amoralità“, di “immoralismo“, di “leggi immutabili della natura umana“ come paravento e inventario del romanziere liberal più che del poeta…

Se l´epoca ha un impatto sulle identità come lo ha il potere, credo che un tentativo di rappresentare questi influssi sia del tutto compatibile con la narrazione di forme di microresistenza dal basso, e magari rende piú consapevoli, anche sui protocolli del disobbedire cui accennavi, e sull´uso della parola io.

Ti racconto a questo proposito un episodio. Quando ho scritto le prime poesie di Non cercare di spiegare la morte, ero appena uscito da una separazione con la mia compagna. In quel periodo Orfeo mi sembrava un idealista, avevo molte donne e le vedevo tutte seriali e indistinte, come spesso accade nelle dinamiche compensative di una perdita. Poi la sera a casa leggevo Il mito dello Stato di Cassirer.

Di quel libro mi colpiva il sospetto per ogni funzionalizzazione di un io a un pensiero mitico, inteso non tanto nella sua accezione originaria di prima risposta dell´umanità al problema della morte, ma –direi- come una sorta di narrato conformante, di religione inconscia, di un qualcosa che presuppone di essere creduto come vero per poter stabilizzare una società attraverso rituali. Ecco il richiamo al Conosci te stesso qui sembra davvero una buona medicina, come del resto quella frase pronunciata da Achille nell´Ade durante la visita di un vivente: non spiegarmi la morte. Qui si azzera ogni forza conformatrice di un io fondata su saperi costruiti per essere conformativi e basta, su un wir-gefühl internalizzato dall´individuo, su quella che in Germania studiosi come Jan Assmann chiamano memoria culturale. Queste per me sono gabbie, costruzioni, questi sono al massimo processi educativi, o fattuali, il quando lavori e quando fai festa a comando, la pressione della maggioranza, perfino la lingua che parli e fonda il dialogo al posto del conflitto -Cassirer fa l´esempio delle parole inventate durante il nazismo, “la pace imposta dai vincitori“, ma è un discorso che trovi anche in Levi.

La domanda allora è: quanto ancora quelle costruzioni e quei processi di normalizzazione non siano coscienti, e quanto invece siano condivisi e penentrino nelle vite reali delle persone come una sorta di difesa da un io forse più libero e consapevole, che fa paura, nel momento in cui fugge i meccanismi sociali del terror menagement e le normalizzazioni che producono nuove anomie. Per tornare a una nostra vecchia conoscenza, la mia visione del mito suonerebbe forse così, come una metamorfosi mancata, o al massimo come una parafrasi

 

di un Narciso annacquato e stanco

che sputando al riflesso

centrò il viso lo stesso

e annegò nel bianco

 

Identità è anche scelta, ma di che cosa? A volte di un pessimo vino per non sputarsi in faccia, o magari di un viso che non raddoppia, il bianco dove si annega può essere l´una e l´altra cosa, o magari proprio l´assenza di un immagine in cui specchairsi. Oggi ho l´impressione che parole difficili e di massa come dolore o felicità diventino il riflesso di un format, e anche un poeta finisce per fingere completamente quello che davvero sente… Voglio dire, in parte è vero che nessun uomo è un´isola, ma è anche vero che la manna dal cielo di ogni élite, propriamente elitaria o populista, e di ogni tipo di propaganda, nell´epoca contemporanea è stata anche l´assenza dell´isola. Nei casi peggiori le risposte al problema della paura della morte erano nelle mani di clown che parlavano da balconi, o del Lindeberg di Philip Roth, cioè di un senso comune impersonato da un potere carismatico.

Oggi in Europa, dal basso, e parlo delle dinamiche di una maggioranza pacificata dalla mera coscienza di esserlo, quelle risposte sono nelle mani di esperti, o di un sapere di polizia che pretende di farsi legalità, e si fanno ricerca del simile. Le differenze sono viste con sospetto negli uffici dell´umanità, gli stili di vita si uniformano, la sicurezza impera come condizione necessaria e sufficiente di una libertà che prescrive a sé stessa una cornice di acciaio, e lo fa per essere sicura di esistere. Per cui penso che scrivere poesie in prima persona abbia molto a che fare con la ricerca delle differenze, ma che queste differenze possano emergere solo se si riescono a inquadrare certe uguaglianze e certi eguagliamenti, la pressione sociale verso tipologie e standard. Quando uso figure retoriche come il pun per alleggerire il pessimismo con l´ironia, o in genere nei procedimenti stilistici che chiamo di sprezzatura, dove i suoni delle sillabe e le rime ci sono ma non si devono sentire, il risultato, paradossalmente da verso libero, è uno stile-funzionario di un io in perenne ricostruzione, del suo linguaggio, della sua storia, delle sue gabbie, delle sue liberazioni, talora della sua retorica.

Poi però a volte mi accorgo che lo stile è abbastanza fisso e che le rime ritornano e sono sempre le stesse… Su questo Montale aveva ragione. Purtroppo. Se nell´attuale panorama italiano il rischio delle “avanguardie”, delle “ricerche”, dei miei coetanei è l´autorefenzialità di gruppo, e talora una scrittura del gelo staccata dalla comprensibilità, il rischio di una poesia sperimentale che prenda sul serio il rapporto fra tradizioni stilistiche e talento individuale, è forse quello di perdersi in un bosco sacro ai fedeli del manierismo, e di compilare caselline al posto dei versi…  La cosa che conta davvero, allora, è il  lavoro umile e costante sulla propria voce, rendere riconoscibile quello che si scrive, senza estinguere una personalità che rimane singola, senza doppi, e si spera non sola.

 

GIARTOSIO

Parlando dell’”evolversi storico di una cultura” non pensavo a un mutare necessariamente verso il meglio; diciamo che avevo in mente i bollettini clinici che dicono “attendiamo, la situazione si sta evolvendo” anche quando è possibile un obiettivo peggioramento. Ma detto questo, vorrei provare a riprendere il discorso da un altro lato.

Forse è significativo che il tuo ragionamento sulla necessità di un io libero e consapevole che si opponga alla pressione del “noi” faccia perno sulla frase che nell’Odissea l’ombra di Achille rivolge a Ulisse: “Non spiegarmi la morte” (non addolcirla, non cercare di indorare la pillola); mentre io uso proprio la precedente battuta di Ulisse – “E allora non ti crucciare d’esser morto, Achille” – come epigrafe di una delle mie poesie, cinque distici rimati in cui mi rivolgo a mio padre. Questo mi metterebbe dal lato della falsa coscienza: un poeta di multiforme ingegno che cerca espedienti retorici per celare l’orrore della morte, costruendo una morale conforme alla dòxa: figuriamoci, addirittura onorare il padre defunto, quasi fosse nei Campi Elisi… Però la poesia si intitola Solo. Devo citarla:

 

Lascio al suo corpo familiare il mio

corpo ora estraneo ma un tempo tuo.

 

Gli lascio la mia vita, e la tua di morto

vita in me, per lui solo un racconto.

 

Il tuo seme gli lascio, in me sfioriva già, in

lui per sempre, buon frutto, non fiorirà.

 

Gli lascio tutto. E che lo butti via, e lui lo butta

via senza un pensiero, fin dalla prima notte,

 

se di tutte queste parole una sola lo soffoca:

lo so: è la tua lingua nella sua bocca.

 

Sono versi in cui indubbiamente il padre morto (il “tu” della poesia) è figura di pura perdita. Non dispone più del corpo del figlio, la sua vita è “solo racconto”, il suo seme non darà frutto. Alla fine, è vero, riemerge come un fantasma potente, spirito o flatus o “parola” o eros, lingua in bocca. Ma l’amato (il “lui” di questi versi, erede designato ma esterno alla genealogia patrilineare: un ragazzo, una parte del mondo) si sbarazza facilmente della parola di questo padre non suo, così come non è appesantito dal restante lascito (corpo, vita, seme), sembra allontanarsi e disperdersi in una direzione opposta al padre. Quanto al terzo personaggio, il figlio (l’”io”, colui che parla), è semplicemente il forame che accoglie l’asse ereditario e ne resta intasato, impalato. Non può disfarsene con leggerezza, come fa l’amato; lo subisce; però al tempo stesso lo gestisce, amministra i beni ricevuti, somministra la voce paterna, rimane e scrive la poesia. Da solo.

Ora, tutto questo ha a che fare con l’identità, nel senso che è difficile immaginare una poesia simile scritta a partire dalla condizione eterosessuale o anche lesbica. E in questi versi trovi anche il richiamo a tratti dell’esperienza gay e soprattutto delle sue rappresentazioni culturali, che siano autentiche, oppure stereotipate, o più spesso in parte autentiche perché stereotipate (lo stereotipo raccoglie un segmento di realtà, lo enfatizza, induce a ripeterlo a catena): pensa solo all’intensa sessualizzazione, o ancora meglio al tema della sterilità. In questo senso l’identità può essere adesione a un format, come dicevi: ma lo è davvero. E questa è la chiave che permette di toccare esperienze reali in tutta la loro contraddittorietà (Pessoa è un altro poeta che citiamo entrambi!); Solo complica l’identità anche chiamando in gioco sia l’eterosessualità (del padre), sia la relazione di paternità (a prescindere dall’orientamento sessuale), e al tempo stesso avanza dubbi su chi sia davvero padre, chi figlio, chi etero, chi gay, chi amante, chi amato… Insomma, raccontando puoi riuscire a far succedere qualcosa.

Quindi riprendendo il tuo discorso sulle differenze e sugli eguagliamenti, credo che spesso raccontare una differenza – che sia individuale, lirica, oppure “di gruppo”, identitaria – significhi non tutelarla, ma sfondarla, dissezionarla. Andare a cercare dentro quella condizione apparentemente sigillata un gioco di relazioni e tensioni con quello che c’è fuori, e che spesso non sta poi tanto fuori. E facendolo ti trovi a riflettere su condizioni diverse da quella dell’io o del gruppo ristretto: amo questa parola, che da una parte ci ricorda la forza cogente del condizionamento o delle condizioni contrattuali, dall’altra contiene uno spiraglio di provvisorietà e mutabilità. Questo sfondamento sembra difficile, ma in realtà è l’unico modo di scrivere qualcosa di decente, perché l’alternativa è comporre inni nazionali. E in fin dei conti, è questa necessità di dire bene qualcosa di molto difficile che ti impone lo stile adeguato (ma il discorso sulle scelte di scrittura sarebbe ovviamente molto più lungo).

 

MANTELLO

Direi che abbiamo sviscerato davvero molto e credo sia stato un dialogo interessante.

Identità, poesia, potere. Allora Tommaso a presto e in bocca al lupo per il tuo libro!

 

GIARTOSIO

A presto Marco e grazie a te. Un saluto!

 

 

Commenti
Un commento a “Un dialogo fra Marco Mantello e Tommaso Giartosio su poesia, identità e potere”
  1. Alessandro P. scrive:

    Giartosio poeta inesistente. Ho acquistato il suo libro “Come sarei felice”. Uno spreco di soldi. La solita poesia trita e ritrita.

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