1nutria

Un estratto da “Il giorno della nutria” di Andrea Zandomeneghi

1nutria

Pubblichiamo un estratto dal libro Il giorno della nutria di Andrea Zandomeneghi, uscito per Tunué. Ringraziamo editore e autore.

di Andrea Zandomeneghi

E comunque, quando la sciagurata vicenda principiò, quel martedì mattina di fine aprile, io non ero granché lucido, anzi sarebbe più corretto dire che versavo in un penoso stato di rincoglionimento stordito e dolorante. Correnti poderose di agonia cefalgica e umorale da postsbronza. Anche per questo, soprattutto per questo, credo, fui così turbato dal rinvenimento del cadavere di nutria scorticato che andava oscenamente scongelandosi, infatti era stato inequivocabilmente congelato in precedenza, buttato sulle scale esterne – che non danno direttamente sulla strada, danno sul giardino recintato con muretti bassi sovrastati da gelsomini rampicanti – di casa mia, a Borgo Carige, Capalbio; a metà strada tra le lagune di Orbetello e la foce dell’impianto di raffreddamento della centrale elettrica di Montalto, o, se si preferisce, a metà strada tra l’estuario del Fiora e quello dell’Albegna.

Il fatto è che la sera prima – come ogni benedetto lunedì – c’eravamo ritrovati con Esteban e Emanuele per giocare a Risiko in canonica da Don Stefano, che oltre a essere un compulsivo divoratore di Philip Roth, un instancabile rilettore delle Cronache del ghiaccio e del fuoco e un eccentrico (diciamo fantasioso) interprete dell’opera di Jung, è anche un monomaniaco appunto del Risiko. E io m’ero ubriacato. Selvaggiamente. Mentre fuori infuriava la tempesta e gocce d’acqua grosse e sode come astragali d’avorio o molari di scimmia sbatacchiavano contro i vetri delle finestre.

Nella prima fase della partita avevo bevuto quasi da solo una bottiglia di Syrah giovane di due mesi (non ancora pronto per essere commercializzato, ma gradevolissimo) della vigna del padre di Emanuele sotto Capalbiaccio; quando però Esteban con il più stupido degli attacchi aveva regalato l’Oceania – mai regalare l’Oceania – a Don Stefano scoprendosi vergognosamente in Nuova Guinea, per poi arroccarsi offeso senza motivo in America meridionale, allora, a quel punto, per sopportare l’indecente faccenda da un lato ed evidenziare il mio disappunto sdegnato dall’altro, m’ero rivolto a un boccione da due litri di Bianco di Pitigliano. Con tappo metallico a vite. A temperatura ambiente. Il curato (a volte lo chiamo a scazzo anche archimandrita, episcopo, presule, prevosto, prelato o ierofante) ne tiene sempre uno (o più d’uno) nella dispensa, lo usa – a suo dire – “solo per cucinare; giusto per sfumare le linguine spernocchie e mazzancolle o, magari, per il coniglio in salmì, figuriamoci se lo trinco, hai idea di come si vendicherebbero, di che genere di truculenta rappresaglia ordirebbero, le mie viscere senescenti se gli propinassi quella brodaglia di metabisolfiti?”. In teoria non avrei alcuna ragione per dubitare dell’asserita esclusiva destinazione gastronomica di quel vino da parte sua, anche perché da quando lo conosco non gl’ho visto bere null’altro che Porto rosso, molto Porto rosso ma solo Porto rosso; però con lui non si sa mai, è uomo d’ingegno versatile e natura multiforme. Persino sulla sua continenza non c’è da scommettere: stando alle voci di paese copula con Dorota, la madre di Esteban. Del resto queste considerazioni sono ben poco importanti.

Fatto sta che tra un turno e l’altro, tra una sigaretta e l’altra, mi steccai mezzo boccione e forse – ma solo forse – non l’avrei bevuto tutto, come poi invece accadde, se Don Stefano non avesse tirato fuori la sua fissazione del momento: «Ecco, vorrei aggiornarvi su una questione che come sapete mi sta particolarmente a cuore, la questione del non-cognitivismo euristico» (espressione da lui coniata sul modello della locuzione “non-cognitivismo assiologico”; espressione di cui va fiero, ma che io son ben lungi dall’apprezzare; espressione con la quale, come ribadì poco dopo anche quella stessa sera, intende: «Significare l’impossibilità di ricavare, di ottenere, da un qualcosa, da un prodotto culturale dell’intelletto per capirci, non guardarmi in quel modo Davide!, “prodotto culturale dell’intelletto” non è una ridondanza, è precisamente quello che voglio esprimere, precisamente; l’impossibilità di ottenere, dicevo, un arricchimento della conoscenza, un contributo, foss’anche una tenue sfumatura di contributo, una flebile ombra di contributo, alla scoperta progressiva e inesauribile della verità, un nuovo gioiello per il tesoro sapienziale umano») «e quindi del radicale estetismo virtuosistico della manipolazione dei simboli e delle narrazioni in Roberto Calasso».

Voleva aggiornarci, ma naturalmente non c’era nessun aggiornamento. Calasso non aveva risposto nemmeno alla sua ultima lettera polemica. Questo scrivere e spedire lettere – pagine e pagine riempite frettolosamente con la sua disomogenea grafia tremolante e infarcite quasi sempre di concettose ampollosità violentemente critiche – agli autori che legge è una sua inveterata bizzarria; non penso che si prenda troppo sul serio, o totalmente sul serio, non so, dal mio punto di vista si tratta di una sorta di suo passatempo. Non peggiore di altri. «Ma come? Non lo capisci? Perché è importante!» mi rispose quando qualche anno fa gli chiesi perché lo facesse; stavamo cercando nella sua biblioteca la Vita di San Francesco d’Assisi di Sabatier, che mi consigliava “più che vivamente”, e lui svapava senza posa con la nuova pipa elettronica a cui s’era appena convertito. Lo ricordo bene perché poi qualche ora dopo mi telefonò terrorizzato in mezzo alla notte: stava male, s’era procurato una sorta d’intossicazione acuta da nicotina con tachicardia, parestesia alle dita della mano sinistra, capogiri e fibrillazione febbrile – da quanto mi risulta, ma il mio campione è piuttosto ridotto, le uniche due persone capaci di siffatta ardita impresa sono state appunto Don Stefano e Filippo Facci (iniziato a questa peculiare viziosità dal Re dei tabagisti italiani: Guido Crosetto).

Nel tempo, da parecchio prima che nascessi io, ha scritto, tra gli altri, che io ricordi, a Sebastiano Vassalli, Luigi Lombardi Vallauri, Aldo Cazzullo, Manlio Sgalambro, Pier Vittorio Tondelli, Sergio Givone, Andrea Scanzi, Massimo Cacciari, Alda Merini, Franca D’Agostini, Raimon Panikkar (in italiano), Luca Serianni, Pietrangelo Buttafuoco, Zygmunt Bauman (facendosi dare una mano per l’inglese da Emanuele, che oltre ad aiutare i suoi con la cantina biodinamica fa il bibliotecario part time comunale e arrotonda lo stipendio con ripetizioni da venti euro all’ora in nero per l’inglese e da sessanta per il greco), Giorgio Colli, Lidia Ravera, David Leavitt (in italiano – perché?), Igor Sibaldi (l’unico che gli abbia mai risposto), Alberto Asor Rosa, Aldo Grasso, Francesco Guccini, Ervino Pocar, Francesco Cossiga, Ennio Flaiano, Francesco Libetta, Gianluca Garelli, Walter Siti, Giacomo Marramao, Ingmar Bergman (nuovamente in inglese, coadiuvato da Emanuele), Aleksandr Solženicyn (idem), Michele Serra, Anacleto Verrecchia, Aldo Schiavone (inspiegabilmente gli scrisse in latino, «nel miglior latino, se vuoi saperlo, quello del quinto secolo; quando» mi disse una volta, facendomi notare che stava citando a memoria À rebours nella traduzione di Sbarbaro, «“completamente putrefatto, penzolava, perdendo membro a membro, colando marcio; allora da tanta corruzione restavano illese poche parti che gli scrittori cristiani staccavan via per marinarle nella salmoja della nuova lingua che andavano forgiando”»), Tommaso Padoa-Schioppa, Tommaso Cerno, Michel Houellebecq (con il francese non ha problemi), Giovanni Sartori, Emanuele Severino (infinite lettere a Severino), Paolo Sorrentino, Paul Veyne, Carlo Maria Martini (in «latino ciceroniano, perché con il Cardinale non voglio che ci siano fraintendimenti») e Venedikt Erofeev (sia in francese che in inglese, non sapendo come regolarsi). Ultimamente scriveva solo a Calasso e, come dicevo, quella sera, nonostan­te le nostre prima garbate poi meno garbate resistenze, ria­prì il discorso del loro rapporto epistolare volendo metterci a parte delle sue ultime intuizioni. Le logiche conseguenze furo­no che lui si distrasse dal Risiko, io mi scolai il litro di bian­co rimasto, Esteban fece una canna di nero e si dimenticò di passarla, mentre Emanuele, centellinando un bicchierino di grappa di Merlot della sua Cantina dei gatti rampanti, vinse la partita: doveva conquistare 24 territori, non potendo elimi­nare il giocatore giallo, che non c’era.

Commenti
3 Commenti a “Un estratto da “Il giorno della nutria” di Andrea Zandomeneghi”
  1. Giovanna scrive:

    Gentile Andrea, grazie mille. Ho passato un momento in vostra compagnia, con i gomiti sul tavolo del Risiko. Miracoloso che tu abbia trovato un editore.
    In bocca al lupo

  2. Alessandra scrive:

    Un estratto godibilissimo, una bella voce, una bella lingua. Vien voglia di comprarlo, sì.

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Fonte dell’immagine […]



Aggiungi un commento