medusa

Un estratto da “Medusa” di Luca Bernardi

medusa

Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal romanzo Medusa, uscito in questi giorni per Tunué.

di Luca Bernardi

Devo vedere il Mercante.
Chi?
Devo parlare con gli alieni, va bene? Ci metto due secondi.
Non puoi accontentarti della telepatia, dice il Ginger, come tutte le persone normali?
Non posso aspettare che si facciano vivi loro, dico, ho bisogno di una zona liquida.
Il Prozzio appoggia la tempia sul finestrino.
Ma tipo alieni, dice Loriz, nel senso che vengono da un altro pianeta?
Portatemi lì perdio!
La gerarchia regge ancora. Imbocchiamo la sterrata. Ci fermiamo dove indico.
Sottiletta, dice il Prozzio, l’aria.

Scavalco il guardrail e scendo aggrappandomi alle ginestre. Loriz contrae i pettorali e mi segue. Il Ginger risponde a un messaggio sul cellulare.

Lo volete vedere l’ufo o no?
Come mai questa voglietta di condivisione?
Allora?
Il Ginger scaracchia, ci raggiunge in due salti, infila in boc-ca uno stelo.
Nel caso decidessi di specializzarmi in psichiatria.
Il Prozzio sputacchia e ci raggiunge.
Qualsiasi stronzata sia, dice il Ginger, falla in fretta. Infittendo gli alberi cancellano il cielo. Il buio scricchiola.
Mi insinuo fra due pini gemelli.
Non girateci attorno, dico, passate in mezzo.
Il Prozzio si getta nella biforcazione. Loriz tira dritto.
Io ci penserei, dice il Ginger, prima di far incazzare gli alieni, e passa tra i due pini.

Loriz incespica. Lo scricchiolio aumenta. Il Ginger schiocca la lingua. Diventa un ronzio. Il Prozzio raccoglie una pigna. Il ronzio si sbriciola in ronzii vaghi sopra un bordone più profondo. Entriamo in una radura.

Non fate caso ai ronzii accidentali, dico, ascoltate la zona liquida.
Saggio consiglio…
Sembra un cervello ’sta pigna, dice il Prozzio.

I ronzii secondari emanano da un ramo. Loriz e il Ginger si siedono su un sasso muschiato.

Attenti, dico, non fatevi sviare dalla zona liquida.

Il Ginger ride. Piscio contro una ginestra. Loriz si tocca i pantaloni bagnati. A destra il bosco cade a strapiombo. La luna rampica.

Ci siamo.

Ma non riesco a dirlo. Il ronzio soffia i piedi. Non sento più costole. Il respiro respira. Una coccinella batte le ali immobile. Il Ginger mastica sul sasso. Loriz cammina avanti e in-dietro. A fianco a me il Prozzio suda. I pini quisquigliano. Mi tocco la testa. Oltre le cime dei pini c’è un uovo metallico. Il Prozzio piega la testa. La coccinella ondeggia in una ragnate-la, invisibile al buio. L’uovo brilla e ronza.

Ogni volta ero certo che non venissero. Mi ero inventato tutto, ero il solito ragazzino disturbato. Poi arrivavano.

Ma allora perché non li ha fatti uscire allo scoperto?

Perché non ci sarebbero venuti, non camuffati di materia. Il fascio viola, il corpo azzurrognolo, la voce da navigato-re satellitare, la Vigorsol inghiottita, tutta una messinscena a uso e consumo del sottoscritto. Tipo quando il santo cede all’ufficio vendite e si mette a curar lebbrosi, o controvoglia il bodhisattva piega un cucchiaio e mal gliene incoglie ché per simili sbavature trangugia minimo ventimila giri extra, certo magari di lusso, ma se hai faticato fino a quei piani lì vuoi solo raccogliere tutte le gemme, battere per l’infinitesima volta il mostro finale e addio carbonio, muco, polvere. Poi magari ti stufi del silenzio e riparti dal fondo, streptococco, Loriz, paramecio, Prozzio, finferlo, Ginger, ortica, coccinella, trota, Elena, scarafaggio, madri, culo parlante, bambino, bambina, medusa, Senzavolto… Di quisquigliante in quisquigliare, avanti e indietro, radice e desinenza e foglia ed etimo, di a da in con su per tra fra…

Nostalgia canaglia!

E l’uovo, chissà quale dei loro scenografi ha avuto l’idea. Questi qua c’hanno gli uteri, avranno pensato, c’hanno le pance piene di brodo, vi rendete conto?, c’hanno ovuli e inseminazioni e gravidanze eninnananne, perché non piazzargli per aria un carrozzone a uovo, pensate che effettazzo sui loro cieli arretrati, un bell’ovetto pasquale contro quello sfondo falso che a loro pare paterno, figuratevi la scimmia che lo vede… Anche il crapone è uno stratagemma per far colpo. Te-sta grande, grandi pensieri…

L’uovo ronza e brilla.

Ecco i Senzavolto. Scusi, dicono, questa cosa della differenza sessuale proprio non vuole entrare, chiediamo venia… Ma l’abbiamo trovata, trovato, trovata, proprio all’ultimo prima che silurasse in qualche antidefinzione suppurante, sa, lì è un gran fornicare di sensi, tutto un designificare e insignificare… Prima di consegnarlo però vogliamo una caparra. Il nostro sforzo non è stato irrisorio, sa, la giurisdizione dei non nati… Diciamo allora un anticipo da sessanta. Domani sera alle dieci? Troppo presto? Facciamo mezzanotte?

Ma si figurino, giusto un paio di commissioni, cosa ci mette un semiologo serio a trovare sessanta carati? Bene! Mezzanotte! Benissimo! E tenemetelo al caldo il mio tesoruccio!

Ci conti. Allora alla pross…

Un’ultima domandina, così, pour parler. Ma se mi trovassi in difficoltà con il pagamento, quali sarebbero, sempre ci siano, le misure adottabili?

Attenda. Del recupero crediti si occupa il Mercante. Questi non scherzano. Sguazzano nello spaziotempo tipo piscinetta smontabile. Ora dove li gratti sti centocinquanta? E sessanta entro domani? Sessanta!

Questi tre, dico, in cambio dei sessanta.

Il Prozzio fissa il cielo con la testa piegata in un angolo inconcepibile. Il Ginger sta masticando. Loriz risponde al telefono.

Un raggio scuce i tronchi. Il Prozzio ora è steso nell’aria davanti a me.

Su, dice il Mercante, prova.

Il Prozzio è a pancia in giù. Infilo la cannuccia alla base della spina dorsale.

Anni e luoghi scartabellano fluidi. Sopra il termosifone del sottoscala un Loriz già muscolosetto incombe sul Prozzio dodicenne. Ti ho detto di non muoverti. Calcio in pancia. Allora quanto pesa tua madre?, chiede un biondino mezzo in ombra, appoggiato alla colonna. Ottantacinque chili. Calcio più basso. È la tua ultima risposta? Loriz gli sputa addosso. Il biondino esce dall’ombra. Faccino fine, occhi azzurri. Ti ho fatto una domanda, trippone di merda. Si piega. Loriz gli dà un calcio in faccia. Attento, dice il biondino. Hai ragione, scusa. Quindi ciccione? Il Prozzio piange. Le lacrime gli co-lano in bocca. Centocinquanta chili. È un inizio, dice il biondino. Loriz simula una ginocchiata. Centocinquanta chili e poi? Gli occhi blu elettrico sono meduse. Centocinquanta, singhiozza, centocinquanta chili di lardo…

Basta.
Ma come, dice il Mercante, abbiamo appena cominciato. Non sono più così.
Siamo peggioratini, forse?
Basta, davvero.
Non era male, ma interrotto così a metà, posso abbuonartene cinque.
Prendi me.
Sono steso supino nell’aria accanto al Prozzio. Mi sto guardando. Ho le mani piccole. Mi tocco la testa. I capelli non sono rasati.
Indovinello!
Ho per caso un viso fine e intelligente?
Indovinato, dice il Mercante, cosa aspetti?

Mi appoggio la cannuccia sulla nuca.

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