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Un estratto da “Piano B”: Ágota Kristóf

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Pubblichiamo un estratto dal libro di Gianluca Bavagnoli e Lucia Emilia Stipari Piano B, uscito per Centauria, che ringraziamo. L’illustrazione è di Duncan Connell.

Nascere nel 1935 nella più remota provincia ungherese, in un paese di poche anime come Csikvánd, privo di stazione ferroviaria, elettricità, acqua corrente, potrebbe sembrare un pessimo punto di partenza per una bambina che sogna grandi cose. Una bambina come tante altre che però, a soli 4 anni, vive già di libri e legge ad alta voce per i vicini di casa, che la ascoltano rapiti, limitandosi a chiederle di andare più piano o più veloce.

E invece, per Ágota Kristóf, quello dell’infanzia resterà per sempre il momento più bello, quello che per tutta la vita tenterà di ritrovare chiudendo gli occhi e affondando nel mare dei ricordi.

Sono anni di povertà estrema, di precarietà e sacrifici, ma Ágota non ci fa caso. Il suo cuore è scaldato dall’odore del gesso, dell’inchiostro e della carta della scuola elementare in cui insegna suo papà, dal profumo della neve che riesce a sentire anche in estate, dal sapore di carne e marmellate della cucina di sua mamma.

È quella casa sua, e l’ungherese la sua lingua, la lingua che darà voce e corpo alle sue inquiete ambizioni letterarie fino agli anni del collegio. Perché poi arriva il 1956, lei ha 21 anni e si ritrova a dover dare l’addio più difficile della sua vita. Quando l’Armata Rossa interverrà in Ungheria per sedare la rivoluzione contro l’Unione Sovietica, lei, giovane madre di una bimba di pochi mesi, sarà costretta a seguire il marito, in fuga per paura di essere arrestato, e finirà per stabilirsi a Neuchâtel, in Svizzera.

Come sarebbe stata la mia vita se non avessi lasciato il mio paese? Più dura, più povera, penso, ma anche meno solitaria, meno lacerata, forse felice. La cosa certa è che avrei scritto, in qualsiasi posto, in qualsiasi lingua.

Quel legame forte con le proprie radici, con la propria lingua, si spezzerà lasciando un vuoto che non si colmerà mai, tanto che per parecchi anni Ágota abbondonerà completamente la scrittura, dedicandosi esclusivamente alla figlia e al lavoro in fabbrica. Il francese sarà per sempre la lingua dell’esilio per lei, ostile come il tedesco e il russo, le lingue dei vecchi e nuovi dominatori. Il francese lo imparerà comunque, non potrà evitarlo: prima attraverso le colleghe e la vita di tutti i giorni, poi con il lento e faticoso ritorno ai libri, un richiamo forte e urgente cui non può più resistere, nonostante si senta straniera, di nuovo analfabeta.

Arrivando in Svizzera, le mie speranze di diventare una scrittrice erano pressoché nulle. Pubblicavo, sì, qualche poesia in una rivista ungherese, ma le mie occasioni, le mie possibilità di essere pubblicata finivano lì.

In effetti Ágota, da autodidatta, imparerà un francese basico: non sarà mai in grado di parlarlo né tantomeno di scriverlo correttamente. Questo non le impedirà tuttavia di ricominciare a buttare sulla pagina le sue storie con il furore dell’adolescenza ormai lontana, alternando testi per il teatro a racconti che chiuderà nel cassetto.

La sua prima pièce a venire rappresentata sarà John e Joe, anche se dovrà accontentarsi di un’osteria, il Café du Marché di Neuchâtel, al posto di un teatro, e di attori dilettanti. Farà molte repliche, però, e ciò sarà sufficiente per spingerla a continuare a provarci.

Tentativi poco riusciti di scrittura per il teatro l’accompagneranno fino agli anni Settanta, quando il desiderio di riappropriarsi delle sue radici, ormai così lontane nel tempo e nello spazio, la spingerà a trasferire su carta le emozioni della sua infanzia, quei profumi che stavano lentamente scomparendo.

Quando la connessione con il passato si riallaccia, le parole cominciano a sgorgare rapide sulle pagine, anche se la difficoltà di tradurre le proprie emozioni in francese lascerà un segno indelebile nel suo stile.

Quelle che sbocciano dalla sua penna sono tre storie magnifiche, Le grand cahier, La preuve e Le troisième mensonge, di cui nel 1987 l’editore Seuil si innamorerà istantaneamente e perdutamente. Sarà un successo incredibile in Francia, quello della Trilogie (Trilogia della citta di K), e la sua prosa, che Giorgio Manganelli definirà “di perfetta e innaturale secchezza, che ha l’andatura di una marionetta omicida”, farà il giro del mondo, lasciando senza fiato il pubblico di oltre 30 Paesi.

Si diventa scrittori scrivendo con pazienza e ostinazione, senza mai perdere la fiducia in quello che si scrive.

Commenti
Un commento a “Un estratto da “Piano B”: Ágota Kristóf”
  1. gino rago scrive:

    Gino Rago
    In memoria di Joseph Roth
    Un necrologio in distici a 100 anni esatti dalla sua morte
    ( 27 maggio 1939 )

    «Conceda Dio a tutti voi, a voi santi bevitori,
    Una morte lieve».*
    […]

    Un cavallo lipizzano alzò per un istante
    La zampa destra in segno di commiato.

    Il lampadario cadde sui legni della sala del valzer,
    Shearazade pianse.

    La contessa W. della milleduesima notte
    Sgranò gli occhi dai riflessi di violette e miosotide.

    E tutti i presenti se ne innamorarono.
    […]
    La mattina del 23 di un mese di primavera
    Nel 1939 cadde a terra di schianto.

    Come Andreas
    Nella leggenda del santo bevitore.

    Era nel caffè Tournon.
    Aveva scritto per anni e bevuto calvados

    Fino a perdere il senno.
    Non fu portato nella sagrestia

    Della chiesa di Santa Teresa
    Ma all’ ospedale Necker.

    Lo legarono con cinghie al letto
    Come l’ ultimo dei mendicanti.

    Dalla sua cartella clinica:
    “Non-ha-ricevuto-nessuna-cura”
    […]
    Il 27 dello stesso mese morì.
    Il giorno 30 il funerale al cimitero Thiais.

    Nei sobborghi di Parigi
    Le pietre si fecero parole.

    Un messo di Otto d’ Asburgo
    Pretendente al trono d’Austria

    Elogiò in lui
    «Il-fedele-combattente-della-Imperial-Regia- Monarchia».

    Un comunista gli rispose con rabbia
    Che il morto era stato «Joseph il rosso».

    Un sacerdote cattolico benedisse la salma.
    Tutti gli ebrei presenti furono offesi

    Dal fatto che un ebreo
    Che discendeva da generazioni di devoti ebrei

    Fosse costretto in una religione non sua.
    […]
    Forse il morto fu contento dello schiamazzo
    Sulla sua tomba di periferia,

    Era stato monarchico e rivoluzionario, ebreo e cattolico,
    Pagano e musulmano.

    E bevitore, sebbene non santo.
    Abitò da solo il regno-del-non-dove

    Nella stanza del Bioscopio universale.
    […]
    «La morte simbolista di Roth…
    Come quella nel ‘28

    Di Nina Ivanovna Petrovskaja
    Della Bohéme russa in esilio a Parigi.

    Aprì da sola il gas nello squallore
    D’un albergo d’un quartiere popolare».
    […]
    Joseph Roth, inabile anche alla morte,
    Vita-non-vita d’un sopravvissuto

    Alla fine di un mondo, di una lingua,
    Di una storia.

    Scrivendo divenne monarchico.
    Sempre scrivendo divenne devoto.
    […]
    Voleva credere e divenne credente.
    Ma forse cercava soltanto sé stesso

    Nei frammenti della Finis Austriae
    Alla fine il naufragio.

    Viso tumefatto. Piedi gonfi.
    Bottiglie vuote in fila di calvados e gin.

    Tentò di scacciare da sé l’anticristo.
    […]
    L’incenso di tutte le chiese.
    Moriva di maggio l’uomo.

    Nasceva il-soldato-della-penna
    In-servizio-permanente-effettivo.

    Da quel giorno Joseph Roth è di tutti.

    (gino rago)

    * [La leggenda del santo bevitore]

    Bio-bibliografia essenziale di Joseph Roth

    Joseph Roth, scrittore e giornalista austriaco del primo Novecento,
    non è una figura letteraria molto conosciuta, oltre l’area linguistica tedesca, se non per il racconto autobiografico più noto, ovvero Die Legende vom heiligen Trinker, (La leggenda del santo bevitore) scritto nel 1939, diventato celebre anche grazie all’omonimo film (del 1988) di Ermanno Olmi.

    Nasce nel 1894 da una famiglia ebraica in Galizia, nella città di Brody, che ora si trova in Polonia ma che a quell’epoca apparteneva al groviglio di stati che componeva l’impero Austro-Ungarico.

    Nel 1913 arriva a Vienna, la grande capitale, per studiare germanistica all’università. In condizioni economiche davvero precarie inizia, grazie alla sua abilità stilistica, una collaborazione con il giornale Österreichs Illustrierte Zeitung dove vengono pubblicati i suoi primi articoli e le sue prime poesie. Scoppia la Grande guerra ma Joseph è un pacifista.

    Si arruola solo nel 1916 e vive in una caserma di Vienna come addetto Ufficio stampa dell’esercito. Anche in questo periodo scrive. Le sue parole vengono pubblicate sul quotidiano Der Abend e sul settimanale Der Friede. Il direttore di quest’ultimo sarà colui che, terminato il conflitto, recluterà Roth come collaboratore per le pagine culturali del Der Neue Tag. Qui descrive nei suoi articoli la vita quotidiana della gente nella Vienna del dopoguerra come una sorta di cronaca cittadina, spesso trasposta in chiave metaforica.

    Nel 1920 il giornale chiude e il giornalista si reca nella più vivace Berlino dove lavora per il Berliner Börsen-Courier prima e successivamente per alcuni anni come corrispondente culturale nel più conosciuto Frankfurter Zeitung dove inizierà una corrispondenza con Stefan Zweig che diventerà suo mecenate. Nella redazione di questa importante testata sviluppa numerosi reportages, che spesso lo portano a Parigi, in Albania, in Polonia e anche in Italia.

    La vita sentimentale dello scrittore è molto travagliata. Sposa a Vienna Friederike (Friedl) Reichler che lo segue a Berlino. Ma la vita mondana e frenetica dello scrittore, oltre alla sua morbosa e insana gelosia, provocano nella moglie una forte crisi tale da destabilizzarla quasi completamente. Roth dopo i primi sensi di colpa conosce diverse donne con le quali intrattiene numerose relazioni.

    Con l’ascesa al potere di Hitler nel 1933, data la sua origine ebraica, è costretto ad emigrare. Dapprima si trasferisce in Francia, poi nei Paesi Bassi e infine nuovamente in Francia.

    Nonostante in Germania i suoi libri vengano bruciati, nei Paesi che lo ospitano, rispetto a molti altri scrittori emigrati, continua ad avere la possibilità di pubblicare opere.

    Nel 1936 incontra la scrittrice Irmgard Keun con la quale vive a Parigi, ma nel 1938 si lasceranno. Tra il 1937 e il 1939 la situazione economica, oltre alla salute di Roth, peggiorano. Beve e viene trasferito all’ospizio dei poveri. Il 27 maggio 1939 muore a Parigi per polmonite.

    Raffinato cantore della finis Austriae, della dissoluzione dell’impero austro-ungarico ( quell’Impero che fu in grado di riunire popoli di origini disparate, con lingue, religioni, tradizioni diverse) benché egli stesso fosse nato alla periferia dell’impero, nell’odierna Ucraina, lascia alla letteratura universale svariate opere (La cripta dei Cappuccini, La marcia di Radetzky, La milleduesima notte, La leggenda del santo bevitore).

    ( a cura di ) gino rago

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