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Un estratto da “Vani d’ombra” di Simone Innocenti

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Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Simone Innocenti Vani d’ombra, in libreria da poco per la casa editrice Voland, che ringraziamo.

di Simone Innocenti

La vidi, per la prima volta, in un teatro anatomico. Almeno questo mi era sembrato l’edificio adibito a stanza di disegno: enorme visto da fuori, si riduceva a un’aula sviluppata in altezza, una specie di torre. Lì ci ero finito per caso, in quella cittadina di provincia intendo dire. L’ultima volta che c’ero stato, non avevo notato l’edificio. Ma forse era normale, ancora non sapevo che Arianna esistesse, mai vista in vita mia, e neppure sapevo che ci fosse un’accademia del disegno da quelle parti.

Quelle parti comunque le avevo conosciute per gioco, il gioco che fai quando inizi un lavoro come il mio. Il posto mi aveva impressionato: molto mare, poche costruzioni, una rarità da conservare. Da queste parti ci ero finito per un paio di occhiali che dovevo costruire e ideare su misura per un cliente altolocato: lo avevo conosciuto a una di quelle feste snob che uno ci deve andare anche se non ha poi molta voglia, solite feste dei ricchi, roba tutta uguale, vista una festa viste tutte, colori uguali sempre, donne uguali sempre, donne come figurine di un mazzo da tirare a sorte.

Ci eravamo conosciuti col tipo e avevamo parlato del nulla: per questo gli ero rimasto impresso. Mi aveva chiesto il biglietto da visita, lui che trafficava in compravendite immobiliari attraverso società che, bastava vedergli la giacca, avevano sedi in paradisi fiscali: quel lino poteva venire solo da Panama, qualità altissima, bianco che mi perseguita e che mi attrae anche se non ci penso.

A quelle feste ero arrivato incontrando assiduamente i miei clienti nei loro club esclusivi: la società dei canottieri, la società di scherma, la società del club Ferrari. Posti così ci entri cooptato, non sai neppure tu come ci finisci, Michele Maestri ci finì naturalmente, sempre se è naturale scegliersi un lavoro per ricchi perché i ricchi vivono così, in posti così. Posti dove era facile cullarsi nella noia borghese con feste borghesi che sapevano di noia comune.

Gli passai un biglietto da visita mentre eravamo su una barca infestata da una quantità di modelle fatte in serie, la solita replica che differiva solo nella gradazione dei capelli: more, bionde e castane. Mesi dopo mi chiamò: in quel momento aveva in testa l’idea di ristrutturare un rustico, si baloccava con progetti di integrazione con la natura mentre – fino al giorno prima – non gli era mai interessato nulla, a parte la natura economica degli aspetti materiali. Soldi e bizzarrie viaggiano spesso assieme: mi chiamò chiedendomi se ci fossero occhiali in linea con la sua nuova magione. Disse proprio così: magione.

La mia memoria collegò al volo la sua voce alla figura e soprattutto alla faccia e quindi dissi che magari avrei optato, fossi stato in lui, per una scelta azzardata ma di classe, con retrogusto chic da gentiluomo di campagna: in pratica avrei preso il legno di una vecchia botte e avrei ricavato degli occhiali a goccia lavorando le aste con olio di limone e cera d’api, intarsiandole col simbolo della sua azienda o magari con le sue iniziali. Mi disse che sì, va bene, vieni a misurarmi la faccia e voglio anche un occhiale con una lente a rombo e l’altra a triangolo, gli sarebbero serviti per una festa di Carnevale.

Me lo immaginai e sorrisi. Aveva strani modi di realizzare i suoi desideri. Desideri bislacchi di uomini costosi che del denaro – e di tutto quello che il denaro può comprare – avevano fatto il proprio tratto distintivo. Stupire gli altri per stupire sé stessi, forse. O, meglio, per soddisfare sé stessi.

Almeno temporaneamente, almeno fino a quando la fame di novità non torna a farsi viva e a mordere i polpacci: ognuno ha l’inquietudine che si merita. Questo aveva capito Michele Maestri a trentasette anni. Aveva capito che uno può avere le stesse mani di un altro ma che se non sai suonarli, i tasti di un pianoforte, allora questa è la musica che produci.

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