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Un film che probabilmente non vedrete (ma vi diciamo dove è possibile vederlo ancora)

di Christian Raimo

Questo pezzo parla di un film che molto probabilmente non avete visto e che non vedrete. Ma non è colpa vostra. Nel momento in cui scrivo, Piccola patria di Alessandro Rossetto, uscito nei cinema il 10 aprile, a Roma per esempio non è proiettato in nessuna sala, dopo essere stato una settimana circa al Mignon e tre quattro giorni al Greenwich – solo di pomeriggio – e da oggi, per almeno qualche giorno, sarà al cinema Aquila; nelle altre città va più o meno nello stesso modo.

È il destino criminale decretato dei criteri demenziali della distribuzione in Italia. (Qui una bellissima intervista a tutto campo che ha fatto a Rossetto lo sceneggiatore Marco Pettenello in cui si ragiona anche su questo). È un grande peccato che non lo vediate, sia perché Piccola patria è un film bello, con alcune cose bellissime (ma questo è un giudizio soggettivo), sia perché Piccola patria è un film anomalo e coraggioso (e questa invece è una valutazione abbastanza oggettiva).

Perché? Perché Alessandro Rossetto ha scelto di girare la sua opera prima, da “esordiente” 50enne, non concedendo praticamente nulla che non fosse coerente con la sua idea di cinema: un rigore stilistico, produttivo, politico che si porta dietro da quei suoi primi documentari (Il fuoco di Napoli, Bibione bye bye one, Chiusura) che l’hanno imposto come un maestro del cinema di non-fiction italiano e con cui ha creato una vera e propria scuola di documentaristi; una intransigenza che ha pagato di persona venendo di fatto ostracizzato dopo la realizzazione del documentario omonimo su Feltrinelli nel 2006.

Commissionato dalla casa editrice per inagurare la collana Real Cinema, non andò incontro alle esigenze (celebrative?) e, anche se omaggiato all’estero in vari modi, fu visto in Italia solo in proiezioni semiclandestine – qui un articolo che a suo tempo ricostruiva la vicenda.
Ma dicevamo, Piccola patria è un film coraggioso, molto coraggioso. Perché Rossetto ha scelto di raccontare una storia drammatica, crudissima (“Se fosse per me sarebbe stata ancora più drammatica”): quella di due ragazze che lavorano in un albergo, vorrebbero scappare da un anonimo luogo depresso della provincia veneta e trovano l’occasione della svolta nel ricattare un uomo laido che ha varie relazioni; intorno a loro un’umanità poco umana, razzista, inacidita, rancorosa, affamata di schei. Perché ha deciso di far parlare i personaggi in dialetto veneto e per cui ha selezionato attori venetofoni.

Perché ha trovato due attrici semi-esordienti (Roberta Da Soller e Maria Roveran) per la parte delle protagoniste. Perché mostra una qualità e un’originalità di sguardo veramente rara in Italia (Rossetto è anche operatore alla macchina). Perché utilizza la musica popolare e le canzoni in dialetto detournandole per creare un effetto perturbante. Perché ha scelto per la sceneggiatura di affidarsi a una storia piccola e tragica elaborata con Caterina Serra e poi ha chiesto la collaborazione a quello che si è dimostrato essere il migliore sceneggiatore italiano del momento, Maurizio Braucci (in grado di raccontare, dal basso, l’Italia, in piccoli gioielli, che si tratti della periferia campana nell’Intervallo di Leonardo Di Costanzo o della periferia cagliaritana di Bellas Mariposas di Salvatore Mereu). Perché ha la forza di sovrapporre i cori degli alpini alle immagini dall’alto della piana iperurbanizzata del Triveneto (guardatevi almeno nel trailer queste scene dell’inizio). Perché lavora sull’improvvisazione riuscendo effetti di credibilità e di relazione tra gli attori (qui i provini). Perché – e questa è la sfida più impegnativa – mescola fiction e non fiction, cinema d’invenzione e documentario.

In una piccola lezione di cinema che Rossetto ha confezionato alla conferenza stampa del film – la potete vedere qui – snocciola così la sua carta d’identità poetica: “Io ho una formazione cinematografica dove il crinale tra finzione e documentario non è mai stato così importante, per me esistevano Fellini ma anche Van Der Keuken, per me esiste Scorsese e Robert Kramer, esiste Tarkovskij ma anche il lavoro di Sergey Dvortsevoy”, dichiarazione che vale anche da sola come suggerimento per scoprire su youtube piccoli capolavori come Paris a l’aube, o Tulpan, o capolavori assoluti appunto come questo Milestones di Robert Kramer

Cosa vuol dire praticamente che il diaframma tra finzione e documentario viene eliminato?
Ci sono tre scene che mi hanno impressionato in Piccola patria, volevo capire come Rossetto fosse riuscito a realizzarle.

La prima è quella di una manifestazione di autonomisti veneti – un uomo corpulento e stempiato indossa una maglietta con scritto No se pol far de manco e salmodia con un microfono gracchiante: “Non rinunciar a vostri soldi, non star a rinunciar a la vostra tera”; la gente mangia e lo guarda convinta. Sono attori o sono autonomisti ripresi a loro insaputa?

La seconda si svolge in chiesa. Alla messa della domenica si incontrano i protagonisti compressi in un gioco di sguardi, gesti e movimenti che mima le relazioni di sfida e ricatto. Gli altri che partecipano alla messa si rendono conto o meno di fare parte di un film? E il prete?

La terza scena è quella che si svolge in un poligono apparentemente improvvisato. Uno dei due uomini di merda (il padre di una delle due ragazze, abulico, razzista) si è convinto a imparare a usare le armi contro gli immigrati per farsi giustizia da solo. L’istruttore dice “Non dovete mettere dentro il dito fino a quando non decidete di sparare”, la faccia del padre è un’unica espressione di odio per il mondo. Ma l’istruttore ha qualcosa di strano: ha un tutore alla gamba e indica la posizione delle mani con una stampella. Così uno si chiede: gli hanno sparato, per questo è così? È un attore questo tizio o è un vero istruttore?

Le domande si possono ovviamente moltiplicare a tutto il film, ma quello che conta è l’effetto che riescono a creare. Quel mondo, la provincia, la profonda provincia, che appare così incredibile e così lontano – che viene studiato come fosse un oggetto per antropologi sedotti dall’assurdità di ciò che ci vive accanto in saggi come Il rancore di Aldo Bonomi, o che invade il palcoscenico della cronaca quando una banda di secessionisti costruisce un carrarmato di lamiera e cartone per finire in prigione con l’accusa di associazione finalizzata al terrorismo, o che fa ridere e tremare quando vengono dichiarati coram populo i risultati plebiscitari del referendum sull’indipendenza – è invece quanto di più simile alla nostra condizione presente: paranoica, sconfitta, affamata di affetto, capace di improvvise fiammate di tenerezza e risentimento, infantilismo e cupio dissolvi.

Nota di Redazione.

Abbiamo appena ricevuto da Alessandro Rossetto e volentieri aggiorniamo la situazione sui posti in cui è possibile vedere il film.

Piccola Patria proseguirà la programmazione a Roma al Nuovo Aquila (oggi alle 16.30, 18.30, 22.30 e prima e dopo l’ultimo spettacolo sarò in sala con parte del cast), a Milano al Palestrina, a Padova al Multi Astra, a Mantova al Carbone e a Bergamo al Conca Verde. Inoltre, sarà a Salerno al Fatima (dal 25 al 27/4) e a Perugia allo Zenith (dal 28 al 30/4). L’abbiamo saputo solo ieri… impossibile quindi curare minimamente la comunicazione sulle singole città. Gli orari degli spettacoli andranno verificati di volta in volta sul web e sulla stampa, non saranno quelli usuali, ci saranno “doppia programmazione”, pomeridiane, “serali unici”, ecc.

Saluti

A

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
23 Commenti a “Un film che probabilmente non vedrete (ma vi diciamo dove è possibile vederlo ancora)”
  1. Emanuela scrive:

    L’ho visto e andrebbe proiettato nelle scuole!

  2. Lorena Melis scrive:

    Forse tramite la Società Umanitaria di Cagliari possiamo riuscire a trovare questo film

  3. RobySan scrive:

    Ah; nemmeno Fazio potrà nulla, questa volta!

  4. Curiosissimo di vederlo, promette di essere qualcosa di molto diverso dalla solita sbobba. E il veneto è un dialetto sublime. Detto da un siciliano, eh!

  5. gianni a. scrive:

    mi sorge il sospetto che per voi il film sia bello ANCHE PERCHE’ proiettato in poche sale.
    ma è una valutazione soggettiva, e così dicendo sono apposto con la mia coscienza.

  6. Luca scrive:

    Roberta Da Soller è troppo bella. Nuova bellezza italiana

  7. Prosper scrive:

    Sociologismo d’accatto (il comitato indipendentista, le cartelle di equitalia, albanesi buoni e veneti cattivoni), maledettismo tardoadolescenziale (il “porco” che si scopa la sorella) velleitarismo artistoide (in molte scene non capisci cosa succede), poeticismo (le corse nei campi, maddai), soggetto da matricola di scienze dello spettacolo, finale aperto pefforza, ma soprattutto, la solita a pezza a colori del “rifiuto della narrazione” a coprire una totale mancanza di istinto narrativo.

  8. Verna scrive:

    Prosper lo conosco.
    Voleva fare il regista: non ce l’ha fatta.
    Voleva fare il poeta: non ce l’ha fatta.
    Voleva fare il critico: forse lì ha qualcosina da dire, ma nell’anonimato.

  9. Prosper scrive:

    Io sono regista, poeta e scrittore. Per questo posso criticare. Tu invece?

  10. Verna scrive:

    Io non sono nessuno. Ma ti conosco.

  11. Prosper scrive:

    cara Verna, tra i cosiddetti “addetti ai lavori” (cioè tra chi voleva “lavora’ ner scinema” e, come dici tu, ce l’ha fatta) il film non è piaciuto a nessuno. Non solo: a molti è sembrato assurdo che ci siano stati elogi così sperticati e che il film sia stato presentato da Fazio (da Fazio!). Recensioni come questa rivelano, da un lato, un livello di assoluta incompetenza, dall’altro, il forte sospetto della marketta. Resta il dato oggettivo: se l’Intervallo era un bel film (non un capolavoro, ma senza dubbio uno dei migliori film italiano degli ultimi tre-quattro anni), questo è semplicemente un film brutto: sotto tutti i punti di vista.

  12. Prosper scrive:

    c’è un altro Prosper, vedo.

  13. Verna scrive:

    @Prosper I: appunto.

  14. Lalo Cura scrive:

    ” tra i cosiddetti “addetti ai lavori” (cioè tra chi voleva “lavora’ ner scinema” e, come dici tu, ce l’ha fatta) il film non è piaciuto a nessuno”

    e chi se ne frega, cazzi loro

    a me il film è piaciuto, anche e soprattutto per quella “mano” sghemba e fuori-quadro che disarticola il racconto “tradizionale” riannodandolo sotterraneamente in fili altri di significazione (e di “denuncia”) , cosciente del fatto che riprodurre una storia e un contesto (di merda) utilizzando i codici reificati attraverso i quali quel mondo si dice e si rappresenta è, in qualche modo, anche contro le intenzioni, proporne una apologia, contribuire a farne un paradigma e a ipostatizzarlo. è un’operazione politica sovversiva, quella del regista ma, a quanto pare, viene scambiata per “mancanza di narrazione”

    (a raimo si può rimproverare, come al solito, il fatto che non rilegge mai quello che pubblica, infarcendo i testi di refusi e sbadataggini assortite riprovevoli, ma in questo caso la recensione “ci sta” tutta)

    p.s.

    ma chi cazzo è fabio sazio e, soprattutto, cosa vuole dal cinema?

    lc

  15. Prosper scrive:

    ho smesso di leggere il tuo commento a “disarticola”, ma avrei dovuto farlo a “cazzi.”

  16. Lalo Cura scrive:

    e hai fatto bene, anche perché subito dopo c’è la descrizione di un coito in presa diretta, preliminari compresi

    lc

  17. Prosper scrive:

    hai ragione tu.

  18. BALBI ALBERTO scrive:

    IMPRESIONANTE , MÁS QUISIERA OÍRLO EN CASTELLANO. SI FUERA POSIBLE…………..

  19. mariuccia scrive:

    ero alla presentazione del film a padova, non posso dire che non mi sia piaciuto, è sicuramente un film da vedere, ma lo stato d’animo dalla prima scena all’ultima era di tensione emotiva molto forte, per dirla nella lingua del film, “e buee ingropae” andrò a rivederlo per essere più distaccata e farmene un pensiero con un minimo di razionalità.

  20. Barbara scrive:

    Attenzione, a Perugia non è allo Zenith ma al Cinematografo Sant’Angelo.

  21. Tuder scrive:

    Questo film e’ solo la spia che i veneti, e lo dico da meridionale, sono un popolo che quando vuole può fare una rivoluzione. I movimenti autonomisti sono tutti etichettati come razzisti, ipocriti, ecc. Benissimo, vuol dire che state facendo paura ai veri razzisti e ipocriti, quelli che quando un popolo alza la testa sanno solo insultare.

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  1. […] quasi un guanto di sfida su questo film, scrivendo un pezzo per Minima&Moralia dal titolo “Un film che probabilmente non vedrete”, facendone ipso facto un dovere quasi etico. Ieri sera, al Cinema Aquila di Roma Pigneto, […]

  2. […] quasi un guanto di sfida su questo film, scrivendo un pezzo per Minima&Moralia dal titolo “Un film che probabilmente non vedrete”, facendone ipso facto un dovere quasi etico. Ieri sera, al Cinema Aquila di Roma Pigneto, […]



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