640px-James_Salter_at_Tulane_Lecturn_2010

Il vasto respiro dell’inconsapevolezza in “Un gioco e un passatempo” di James Salter

640px-James_Salter_at_Tulane_Lecturn_2010

Il 19 giugno è morto James Salter. Lo ricordiamo con un intervento di Luca Alvino apparso su Nuovi Argomenti. (Immagine: “James Salter at Tulane Lecturn 2010” di Tulane Public Relations – Flickr: James Salter. Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons)

Il tempo ha due velocità. La prima – la più pressante – è interna al cuore: è quella che misura la gittata degli accadimenti privati, con le loro incertezze e le dolorose conseguenze, e per la quale ogni evento produce un palpito, un’accelerazione dei battiti. L’altra è la velocità della storia: lenta, imponente, neghittosa, che attraversa l’esistenza degli individui con olimpica indifferenza. Nei romanzi di James Salter queste due diverse percezioni della temporalità sono presenti entrambe e sembrano quasi compenetrarsi.

Da un lato, c’è la forza del destino, una potenza maestosa, che inghiotte le storie individuali con la sua veemenza incontrastabile. Dall’altro c’è la privatezza suprema dell’esistere, composta di dettagli, di sguardi, di atmosfere, e di personaggi assoluti come universi, interamente compresi in se stessi, le cui interrelazioni – anche le più importanti – non sono altro che sollecitazioni autoreferenziali, rivolte esclusivamente verso l’interno del sé. Salter ha un tocco impressionistico, che rinuncia a tracciare prospettive complesse. Le trame dei suoi romanzi non sono segnate da macroeventi che ne determinano lo svolgimento, ma da occasioni: una serata tra amici, una festa, una cena al ristorante.

La realtà consiste degli avanzi del pasto che si raffreddano sul tavolo, delle parole scambiate tra marito e moglie mentre si spogliano per andare a letto, del silenzio che invade la casa quando gli ospiti se ne vanno, del freddo delle serate invernali. Le scelte umorali determinano l’andamento dell’esistenza più di quelle consapevoli. Un abbandono vale più di una rinuncia e un cedimento più di un proposito razionale. Le cose accadono al di fuori di un disegno, trasportate da un flusso inarrestabile del quale si ignora la natura.

Le stesse città sono ambientazioni effimere, sorrette dagli sguardi degli abitanti, dall’illuminazione delle strade, dall’abbigliamento delle cassiere. Salter ne scatta delle fotografie, fissa immagini fuggevoli, arbitrarie. Non si tratta di ambientazioni reali, perché la realtà, in fondo, non è rilevante. La vicenda di Un gioco e un passatempo (BUR, traduzione di Delfina Vezzoli) si svolge a Autun, una piccola cittadina della Borgogna, nel cuore della Francia, un luogo dal quale il tempo sembra essersi come ritirato. Autun è lo scenario dell’immobilità e dell’inazione, il luogo in cui nulla si trasforma ma tutto sembra disgregarsi; uno stato di perenne consunzione che logora i pensieri ancora prima del corpo: «Autun, immobile come un camposanto. Tetti di tegole, brune di muschio. L’anfiteatro. La grande piazza centrale: lo Champ de Mars. Adesso, nell’azzurro d’autunno, riappare, questa vecchia città, autunno provinciale che penetra nelle ossa. L’estate è finita. Il giardino avvizzisce. Le mattine diventano fredde. Ho trent’anni, ne ho trentaquattro – gli anni ingialliscono come foglie».

Gli eventi non sono qualcosa di assoluto: pertengono a una dimensione personale, fatta di impressioni, sensazioni corporee, capacità d’invenzione. L’individuo è la lastra sulla quale si imprime la luce della storia fissandone momenti arbitrari: «Questi sono appunti a fotografie di Autun. Sarebbe meglio dire che sono iniziati come appunti ma sono divenuti qualcos’altro, una descrizione di quelli che ritengo eventi. Erano destinati a me solo, ma ormai non li nascondo più. Niente di tutto questo è reale. Sto solo buttando giù i particolari che mi sono entrati dentro, frammenti che sono riusciti ad aprirsi una breccia nella mia carne. È una storia di cose che non sono mai esistite sebbene il più debole dei dubbi su questo, la più remota delle possibilità, tuffi tutto nel buio più fitto. Questa è solo una sottile superficie riflettente, che chissà come continua a catturare la luce».

Dean ha una storia d’amore con Anne-Marie. Lui è americano, ha lasciato gli studi perché si reputa troppo intelligente per sottoporsi a una disciplina di quel tipo. Lei è francese, molto giovane, acerba nei modi e nelle forme. Sono poveri entrambi, ma a un certo punto scoprono la ricchezza nascosta nei propri corpi, un’estetica clandestina fatta di forme indecise, di innocente irriverenza, lenzuola gelate nelle sere d’inverno, risvegli luminosi.

Hanno sviluppato riti da innamorati. Di giorno, passeggiano lungo il fiume o per le strade di Autun, guardano i vestiti nelle vetrine sapendo di non poterseli permettere. La sera, vanno in ristoranti economici, mangiano poco, come fosse una colpa. Se vedono altre persone, divengono improvvisamente consapevoli della propria inadeguatezza. Il loro codice erotico non regge la prova della socialità: il confronto con gli altri rivela la fragilità del loro legame, la mancanza di progettualità. L’amore si consuma in una serie di atti imperfetti e magnifici.

Una sera Dean è a letto e finge di dormire, mentre guarda Anne-Marie che si prepara per la notte. Lei si spazzola i capelli, si toglie la vestaglia, si osserva nello specchio, è nuda. Poi si infila nel letto. Lo desidera, ma lui non è pronto:

Lei gli sta sopra.
«Non ho niente».
«Non importa» dice lei.
«Sei sicura?»
Lei si dimena. Per lui è un tormento.
«Anne-Marie?»
«Sì!» insiste. Lui in parte la libera, in parte la guida.
Inizia lentamente, le mani strette intorno ai suoi fianchi. Sembra stia incoronando la sua vita.  

È una passione indolente, sconsiderata, asciugata da ogni implicazione teleologica: il sesso che si consuma senza un’erezione, come atto estetico e salvifico, che procrastina il momento della consapevolezza solamente per conferire lustro all’esistenza. Dean e Anne-Marie sono figure essenziali, bidimensionali, disegnate con un impiego minimo di colore. Come in una stampa giapponese, la rappresentazione del movimento non ricorre a sofisticate tecniche chiaroscurali, ma è delegata alla sinuosità delle linee curve, che suggeriscono forme elementari e rassicuranti: «Lui la scopa con grazia, per pura gioia. S’inarca per guardarla, per vedere il suo cazzo che s’immerge e, sotto, le sue palle tese. È entrato nel mito, immagini in cui non riesce a credere veramente, immagini brevi come sogni».

Il tempo fluttua in una sospensione innaturale, come se ogni idea di futuro possibile – resa evanescente dal disincanto – fosse evaporata, e ora aleggiasse benevolmente sui personaggi: non più presenza incombente e minacciosa, ma spirito tutelare, divinità oziosa e indulgente, che accorda la propria salvaguardia a chiunque accetti di rinunciare a sovrastrutture inutilmente farraginose, sbilanciate verso il limite impervio del divenire. Il presente stesso si frantuma in una serie di attimi irrelati, non più ricomponibili. Dean e Anne-Marie vivono un amore senza più nessun appiglio con la storia. Scopare, per loro, è un atto puramente autoreferenziale, in cui il piacere è soppiantato da un sentimento metafisico, disincarnato. L’atto sessuale si scompone in una sequenza di fotogrammi che quasi non hanno relazione gli uni con gli altri. La realtà risuona in maniera sorda e indifferente.

Timidamente, Dean chiede ad Anne-Marie se è disposta ad avere un rapporto anale. Lei è spaventata, teme possa farle male, ma acconsente. «Se fa male, smettiamo», la rassicura. Per un po’ di giorni non ne parlano, ma lui incassa come una promessa il consenso della ragazza. Anne-Marie attende con trepidazione il momento in cui Dean vorrà riscuotere il credito, ma quando l’occasione infine si presenta, si concede senza esitazione: «Gli tremano le braccia. All’improvviso sente la sua carne cedere e poi, con delizia, sente il muscolo chiudersi intorno a lui. Cerca di non urtare contro niente, di entrare diritto. Lei ha il respiro affannoso e, mentre si ritrae dalla prima spinta, la sente sobbalzare di piacere. Sono i movimenti brevi che le piacciono.

Gli si butta contro, si lascia sfuggire dei gemiti. Dean viene – è come un’emorragia – e, dopo, lei lo stringe forte dentro di sé. Dean riesce a sentire le lievi contrazioni del suo ano. Resta perfettamente immobile finché questi spasimi finali, questi abbracci appaganti che gli estraggono fino all’ultima goccia di seme, non cessano. Poi si ritrae. C’è un abbraccio stretto, fuggevole della testa, e poi anche questo finisce. Si sono separati. “Ti è piaciuto?” le chiede. “Beaucoup”».

Si tratta indiscutibilmente di un brano magistrale. Il rapporto è descritto in maniera quasi asettica, asciugato di ogni possibile ammiccamento. Il narratore non indulge ad alcuna leziosità, ma rende fino in fondo l’autenticità di ogni singola percezione. L’attenzione – come al solito – è tutta per i dettagli. La sensazione viene esplorata nelle minuzie, analizzata in ogni componente minimale. In un istante si racchiude un universo intero, e nel successivo tutto è scomparso. Ma la provvisorietà non sminuisce il valore della pienezza, anzi, lo eleva ad altezze sbalorditive: «È sopraffatto. Mentre il suo cazzo entra dentro di lei, scopre il mondo. Conosce la fonte dei numeri, il percorso delle stelle».

Il passato è un tessuto sfilacciato che il narratore tenta di ricomporre facendo ricorso a un processo creativo. Laddove l’indagine e la ricerca non possono arrivare, viene in soccorso l’immaginazione, che Salter non utilizza per imporre una piega fantastica alla storia, ma mettendola al servizio di un intento narrativo assolutamente realistico: «Dean al lavabo, a radersi. Lì in piedi, mezzo nudo sembra molto esile. Ha le spalle magre. Sto cercando di creare i dettagli. Piedi stretti, bianchi. Sto cercando di renderlo reale». E ancora: «Non sto dicendo la verità su Dean, lo sto inventando. Lo sto creando a partire dalle mie stesse inadeguatezze. Dovete ricordarvelo sempre».

L’invenzione non rappresenta una soluzione di ripiego per ricomporre una realtà frammentata e irrisolta; al contrario, essa funge da collante tra i dettagli disgregati di cui si compone la memoria, ed è quindi essenziale per conferire unitarietà alla narrazione. Al di fuori dell’immaginazione non esiste realtà, perché soltanto essa consente di inferire le vestigia di un disegno che si colloca oltre l’universo visibile. L’unica ermeneutica possibile abita nei sogni; non esiste nulla di così concreto come gli esiti più audaci della fantasia: «Senza i sogni, i fatti non sono che detriti scollegati, perle sciolte ancora da infilare. I sogni sono altrettanto veri e manifesti delle inferriate francesi che brillano nere nella pioggia. Più veri, forse. Sono lo scheletro della realtà tutta». E poi: «Il passato multiforme penetra in noi e scompare. Salvo che al suo interno, da qualche parte, simili a diamanti, esistono i frammenti che si oppongono alla distruzione. Lavorando di setaccio, se si osa, e raccogliendoli, si scopre il vero disegno».

Salter presenta al lettore i fatti rinunciando a spiegarli, giudiziosamente guardingo nei confronti dell’interpretazione. Ogni informazione che ci viene fornita è un dato grezzo, e come tale deve essere recepito. Non sappiamo quanto sarà importante per il successivo svolgimento della trama. Spesso subentrano per poche pagine dei personaggi nuovi, ai quali l’autore non dedica minore attenzione di quella riservata ai protagonisti dei suoi romanzi. A volte li ritroveremo qualche centinaia di pagine dopo, e faremo fatica a riconoscerli, perfino a ricordarcene il nome. Altre volte non torneranno più, ma sappiamo che continueranno a esistere da qualche parte al di fuori della storia. Se non abbiamo modo di seguire le loro vicende, ciò è dovuto solamente alla limitatezza del nostro punto di vista. In fondo, è importante che le cose esistano, non tanto che vengano conosciute. L’esistenza ha il respiro vasto dell’inconsapevolezza, e la narrazione rivela tutta la sua potenza nel momento in cui – pur senza mostrarla – riesce a rendere conto di questa vastità.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
Commenti
Un commento a “Il vasto respiro dell’inconsapevolezza in “Un gioco e un passatempo” di James Salter”
Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento