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Un giornalista italiano al processo Pistorius

Domani è il giorno della sentenza del processo Pistorius. Lorenzo Simoncelli è l’unico giornalista italiano accreditato in aula per tutta la durata del procedimento. Condividiamo con i lettori di minima&moralia una parte consistente del suo reportage e ringraziamo Rivista Studio per averci concesso la pubblicazione.

di Lorenzo Simoncelli

Alle 03.17 del giorno di San Valentino, a qualsiasi latitudine ci si trovi, gli scenari ipotizzabili per una coppia ventenne, qualunque sia il suo orientamento sessuale, sono sostanzialmente due. L’apice di un amplesso dopo una notte di champagne e bollicine oppure l’indifferenza distesa su due lati opposti di uno stesso letto. Poi c’è la terza via, che al contrario della “Third Way” clintoniana non va alla ricerca di una posizione intermedia. Tutt’altro. Vuole l’estremo, il radicale, un non ritorno. È la via scelta da Oscar Pistorius, il primo atleta al mondo a correre un’Olimpiade con due protesi al posto delle gambe. Una via di sangue, di rimorsi, forse anche di passione, perché quando scarichi quattro colpi di pistola, il giorno degli innamorati, addosso alla tua fidanzata, Reeva Steenkamp, ci deve essere “un qualcosa” che ti ha ferito nel profondo. “Un qualcosa”, che a 17 mesi di distanza dal delitto, ancora non sappiamo e, molto probabilmente, non sapremo mai. In un omicidio senza testimoni, la verità, a prescindere dalla giustizia, la conoscono in due: la vittima e il carnefice. Entrambi la portano con sé ad infinitum. La prima nei fondali dell’Oceano Atlantico, dove le sue ceneri sono state disperse, il secondo nella sua coscienza, la peggiore nemica di un omicida. Ma Oscar Pistorius è davvero un omicida? Davvero ha sparato per uccidere la fidanzata-modella? O si è trattato di «un drammatico incidente» come lo ha definito l’atleta sudafricano? Davvero si può scambiare la fidanzata per un presunto ladro, proprio la notte di San Valentino?

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Johannesburg, Sudafrica. 14 febbraio 2013. Prime ore di una mattina di piena estate australe. La Coppa d’Africa di calcio, che avevo raccontato per il canale TvSky Sport 24 era terminata da quattro giorni. Poche idee e confuse. Gli occhi, ancora socchiusi. Finché, in lontananza, sento una voce femminile, dolce, ma decisa. «Fermiamo il telegiornale e andiamo a collegarci con Pretoria» (la capitale sudafricana, 60 km da Johannesburg). Era una delle giornaliste della Bbc che lanciava una breaking news. Una frazione di secondo e tutte le possibili calamità terrestri mi sono passate per la testa. Mai avrei potuto immaginare che Oscar Pistorius avesse sparato alla sua fidanzata. In quell’istante molte vite sono cambiate. Anche la mia. Una magnitudo da 3,3 milioni di cinguettii su Twitter, la scala Richter del ventunesimo secolo. Erano vent’anni, dall’elezione di Nelson Mandela presidente, che la “Rainbow Nation”, non tornava prepotentemente nelle cronache mondiali. È bastato poco per capire che sarebbe stata la storia dell’anno. L’eroe caduto in disgrazia. Il mito che crolla. Il modello trasformato in cattivo esempio. La gelosia. Un sospetto tradimento. La violenza di genere. L’efferatezza del crimine. E, poi, un fattore troppe volte dimenticato nelle cronache. La fine di una vita. La morte di Reeva Steenkamp, una bellissima 29enne che si stava affacciando, forse ingenuamente, alla ribalta del successo e della popolarità grazie alle prime foto scattate con il nuovo compagno. Non uno qualsiasi, ma Oscar Pistorius, colui che aveva stregato il Sudafrica e il mondo con un’impresa umana e robotica allo stesso tempo: correre a livelli agonistici senza gambe. Spesso per scrivere grandi storie bisogna avere pazienza e fiuto. A volte, invece, si deve solo essere pronti ad evitare il macigno che ti sta per colpire. E la sua entità la capisci davvero quando vedi il solco che ha lasciato.

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Silver Woods Estate. Pretoria Est. Per me un nome vittoriano dove corrono cavalli, per i più informati il luogo del delitto. Ci arrivo con un taxi e l’esserci arrivato, dato lo status della macchina, fa già presagire che sarà la mia Storia. Nell’ora di viaggio che mi ci ha portato cerco di raccogliere tutte le informazioni possibili su Oscar e Reeva. Sconosciuta ai più la seconda. Impossibili da indicizzare, per eccesso, i riferimenti al primo. Sapevo chi era Pistorius, lo avevo visto tante volte correre in Tv. Era un “personaggio”. Per questo, nella mia agenda, era finito nella lista “da intervistare”. Mi mancava un dettaglio non da poco. Si allenava in Italia. Il secondo fattore che era la mia Storia. Mura alte tre metri, filo elettrico per scoraggiare i malintenzionati. Una normalità fin qui. Almeno per quel Sudafrica bianco e ricco che vive barricato in Fort Knox locali per paura di essere assaltati dall’“uomo-nero”. Fuori dal condominio, un misto tra false ville palladiane e grotteschi remake hollywoodiani, un nugolo di giornalisti. In mezzo a loro una donna. L’agente di polizia Denise Beukes. «Un corpo di donna è stato ritrovato senza vita all’interno della casa del famoso atleta Oscar Pistorius, che è stato portato in commissariato con l’accusa di omicidio intenzionale». In giuridichese era arrivata la conferma. Mentre i media mondiali rilanciano la notizia, il corridore sudafricano è sotto interrogatorio.

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15 febbraio 2013. Il giorno dopo. Tribunale di Pretoria. Stessi occhi stropicciati del giorno prima, stavolta dalle poche ore di sonno. Mentre scientifica ed esami balistici fanno il loro corso, si apre l’udienza per la libertà su cauzione. Una pratica solitamente da poche ore in Sudafrica. Durerà sei giorni, week end escluso. L’aula è poco più grande di un campo da calcetto. Fuori è sempre estate, quella africana. Dentro l’aria è rarefatta. Quella condizionata non si sente, aspirata dalle circa duecento persone che l’affollano. Sembra di stare in una scuola occupata. Giornalisti a terra, alcuni, tra cui il sottoscritto, schiacciati sulle pareti pur di stare dentro, i pochi banchi sono per le famiglie. Assente quella di Reeva. Presente e in massa quella di Pistorius. Gli unici a godere di spazio sui loro scranni sono Barry Roux, il legale dell’imputato, Gerrie Nel, la pubblica accusa e Desmond Nair, il magistrato (di origine indiane, forse non una casualità, date le sempre pronte polemiche razziali anche nell’era post-apartheid), che dall’oggi al domani si è trovato a dover gestire il caso giudiziario più scottante della sua carriera. È tutto pronto. Le squadre sono in campo. Manca il pallone per giocare. In questo caso, Oscar Pistorius. All’improvviso il silenzio. Un secondino entra in aula e richiama all’ordine e al silenzio. Ci siamo. Per la prima volta, ventiquattro ore dopo il fattaccio, il campione paralimpico si riaffaccia agli occhi del mondo. Pochi secondi, giusto il tempo di far terminare il giudice dall’impartire l’assoluto divieto di filmare le udienze e le decine di fotografi presenti in aula iniziano a scattare centinaia di foto a ripetizione. Click assordanti, flash accecanti, più di quanti visti e sentiti da Pistorius nella sua intera carriera. Un’introduzione a quello che sarà il nuovo capitolo della vita del ventisettenne sudafricano. Immobile sulle sue protesi, a testa china, “Blade Runner”, com’era soprannominato sulle piste d’atletica, vorrebbe sottrarsi a tutto questo. Ma non può. È il peso minimo delle sue azioni. Ogni giorno sembra quello giusto per sapere se Oscar attenderà l’inizio del processo vero e proprio dietro le sbarre o in libertà. Intanto le notti le passa in stato di fermo presso il commissariato di polizia di Brooklyn, area nobile di Pretoria. Non dorme, soffre, è controllato a vista per paura che possa compiere un altro gesto estremo, questa volta contro sé stesso. In aula viene letto il suo affidavit (la sua versione dei fatti). «Ho sentito un rumore provenire dal bagno, pensavo fosse un ladro, ho sparato per difendermi, ero senza protesi e mi sentivo vulnerabile». Una versione che non convince fin dall’inizio, ma le indagini sono ancora in alto mare e nel più comico degli autogol a sbrogliare la situazione ci pensa Hilton Botha, il detective che ha in mano il caso. È l’uomo chiave, colui che può cambiare le cose in una direzione o nell’altra. Di fronte ad un’aula attonita ammette di aver sporcato la scena del crimine non usando gli appositi calzari. Aggiunge che uno dei quattro bossoli era stato trovato non nel bagno dov’era avvenuto il crimine, ma nel corridoio. La guardia, Botha, concede il via libera al ladro, Pistorius. Sembra paradossale, ma è la Storia. Si arriva a venerdì 22 febbraio 2013, un’altra data chiave. Il giudice Nair dopo 6 giorni di udienze capisce che si è arrivati a un punto fermo. Servono ulteriori indagini, nuovi reperti. Sa che è arrivato anche il suo crepuscolo, il suo attimo di fama davanti alle telecamere del mondo sta per terminare. Procede a passo lento nella lettura della sentenza. Pistorius trema, piange. Pagando una cauzione di un milione di rand (circa 70mila euro) l’atleta sudafricano, in attesa dell’inizio del processo, è libero. Il giudice motiva la sentenza sostenendo che non ci sono rischi di reiterazione del reato, né tantomeno di pericolo di fuga.

Si vuole fare in fretta. C’è l’opinione pubblica che preme, ci sono i riflettori dei media mondiali puntati addosso. In gioco non c’è solo un caso di omicidio da risolvere, seppur di alto profilo, ma molto di più. La reputazione del sistema giudiziario, considerato uno dei più lenti al mondo; l’annosa questione che i bianchi la vincono sempre sui neri, soprattutto se ricchi. Dettagli che dilatano i tempi delle indagini. Non si può sbagliare. Il capo d’imputazione è un macigno: omicidio volontario, che per il codice penale sudafricano significa fino a venticinque anni di carcere, il massimo della pena esistente. I giorni passano, Oscar non tornerà mai più nella casa del delitto. Passa le sue ore nella villa dello zio Arnold, il fratello del padre. Uno dei protagonisti indiscussi di questa vicenda. Uno dei più segnati fisicamente, psicologicamente ed economicamente. La madre di Pistorius è morta di cancro quando era adolescente, con il padre non ha mai avuto una buona relazione. È lo zio il mastino di casa Pistorius. L’imprenditore di famiglia, colui che amministra innumerevoli business e che decide di mettersi sulle spalle un carico che forse neanche lui prevedeva. Quotidianamente appostati fuori dalla sua villa, ventiquattro stanze e piscina scoperta, si assiepano decine di giornalisti, me compreso, cercando lo scatto, lo scoop, l’indiscrezione. Si cerca di capire cosa faccia Oscar nelle sue giornate. Chi si nasconda dietro il corridore visto in pista con due protesi e una tenuta d’atletica. Arnold Pistorius è furbo. Sta al gioco. Sa che la pressione mediatica è un qualcosa a cui si dovrà abituare. Esce fuori dalla villa. Parla con i giornalisti. Nelle giornate calde offre addirittura dei succhi di frutta. Poi saluta e torna dietro una cancellata mastodontica. Quella che separa il nipote dagli occhi curiosi e invadenti dell’opinione pubblica. In realtà, dietro quelle mura, Pistorius ci sta poco. Braai (barbecue sudafricano) con amici, palestra, messa domenicale, gite in kayak con gli amici vicino a Città del Capo e qualche serata forse eccessiva. Ingenuamente, senza averne bisogno, si attira ulteriori polemiche. L’uomo della strada ragiona diversamente dalla legge. I codici gli hanno concesso la libertà, i suoi ex fan gliela negano. Lo vogliono in casa a leccarsi le ferite. Il 19 agosto il tribunale di Pretoria decide che l’inizio del processo sarà il 3 marzo 2014. Durerà tre settimane e verranno ascoltati 107 testimoni.

Da prassi, i riflettori dei media si allontanano. Mandela muore. Il 2013 è indiscutibilmente l’anno del Sudafrica. Si girano le pagine sul calendario. Top secret sulle indagini. Il gossip la fa da padrone. I giornali scandalistici britannici lanciano il sasso: «Pistorius ha una nuova fiamma». Molto fumo, poco arrosto. La malcapitata è Leah Malan, una diciannovenne che avrebbe trascorso le vacanze di Natale 2013 in Mozambico con il corridore sudafricano. Dal giorno in cui il gossip trapela, scompare dalla scena pubblica e non presenzierà a una delle innumerevoli udienze. Si passa a qualcosa di più concreto e sicuro. Il giudice del processo sarà Thokozile Masipa. Donna, nera e con un pedigree di condanne per violenza contro le donne. Per molti una chiara indicazione che si vuole fare di tutto per incastrare Pistorius. A pochi giorni dall’inizio il colpo di scena mediatico questa volta lo mette a segno la magistratura sudafricana. Il processo sarà trasmesso live. Unica eccezione per i testimoni che non vorranno essere ripresi a tutela della loro privacy. Un dettaglio che tornerà utile a Oscar stesso. È la prima assoluta sugli schermi del Paese. Un segnale di confidenza da parte delle autorità che, forti delle prove raccolte durante le indagini, decidono di sfruttare l’interesse mediatico globale. Dietro la motivazione ufficiale della scelta, «aprire le istituzioni al popolo», c’è la consapevolezza che, in caso di condanna, il sistema giudiziario sudafricano ne uscirebbe trionfatore e capace di affrontare casi di alto profilo. Per i critici anche la legge viene trasformata in soap opera.

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3 marzo 2014. Primo giorno del processo. Si apre il fascicolo numero 113/13. Centinaia di giornalisti aspettano Oscar fuori dal tribunale. Un altro da dove si era svolta l’udienza per la libertà su cauzione. Pochi chilometri di distanza, ma mondi differenti. Questa volta c’è stato tempo per prepararsi. Le immagini saranno in mondovisione. Tutto deve essere perfetto. A cominciare dall’ordine in aula. Solo quaranta giornalisti accreditati, gli altri in una sala parallela con degli schermi. Numero trentanove della lista, ma ci sono. Nell’aula GD dell’Alta Corte di Pretoria, Pistorius, però ci deve entrare. Dall’entrata principale o da una secondaria per evitare le telecamere che lo aspettano. Si decide per la normalità. L’atleta sudafricano deve essere trattato come un cittadino qualunque, anche se non lo è. Mancano quindici minuti alle 9:30, l’ora stabilita per l’inizio della prima udienza. Si muove qualcosa nell’aria. Da lontano si sente. «He’s coming. He’s coming». Una Jeep Cherokee grigia di grossa cilindrata lascia quasi in corsa Oscar Pistorius. Quattro bodyguard personali (due sono suoi cugini) e un cordone di polizia sudafricana che grida ai giornalisti «fate largo, fate largo». Una procedura che avverrà per quarantuno volte, il numero effettivo dei giorni di processo. La mattina e il pomeriggio intorno alle 15.00, l’ora di chiusura dell’udienza. Imparerò a capire che un processo, mediatico e spettacolare che sia, è fatto sì di colpi a sorpresa, ma anche di litanie comuni, ripetitive. Gli agenti che chiedono di eliminare tutti i suoni provenienti da qualsiasi apparecchio elettronico prima dell’inizio di ogni udienza. Noi giornalisti che ci posizioniamo, quasi scaramanticamente, sempre sullo stesso banco. Così come le famiglie dei protagonisti di questa triste storia. Per non parlare dell’entrata/uscita compassata del giudice Masipa.

Dopo essere annunciata in tre delle undici lingue ufficiali del Paese, con difficoltà, a causa di una poliomelite infantile, sale i tre gradini che la separano dal suo scranno. La seguono, come i bravi con Don Rodrigo, i due “assessori”, dei giudici a latere che sostituiscono la giuria di cui è privo il sistema sudafricano. Un silenzio tombale, sguardi impassibili, infine l’inchino delle parti. Giudice e assessori verso Pistorius, famiglie, giornalisti e viceversa. Un rituale quasi sacro che si celebra all’interno di un luogo laico, diventato con il passare dei giorni un microcosmo variegato. Ricco di specificità, in cui tutti si riconoscono, ma in cui nessuno si conosce veramente. Un insieme di individualità, ognuna con un ruolo specifico. Al centro lui, l’imputato. Invecchiato, imbolsito. Occhi fondi, di chi non dorme da mesi. Due chiazze bianche in testa comparse in questi lunghi mesi di attesa, a testimonianza della pressione e dello stress accumulato. Pronti via, il giudice notifica l’accusa di omicidio volontario a Pistorius che risponderà con un perentorio «non sono colpevole». Non c’è tempo da perdere. L’accusa, capitanata dal pubblico ministero Gerrie Nel, inizia a chiamare i suoi testimoni. La prima è Michelle Burger, vicina di casa del corridore sudafricano. Iniziano a delinearsi le posizioni in aula. Il teste alla sinistra del giudice, il pm alla sinistra del teste. Alle loro spalle Oscar, le famiglie, i giornalisti. Un gioco di prospettive che permette a tutti di vedere tutto. Ci vuole poco a capire perché Gerrie Nel, considerato uno dei migliori pubblici ministeri sudafricani, viene soprannominato “pitbull”. Azzanna le sue prede, i testimoni, e non le lascia andare finché sono esanimi. L’inizio non poteva che essere forte. Miss Burger chiede di poter testimoniare in afrikaans, la lingua parlata dalla minoranza bianca di origine boera. Richiesta concessa, ma non si trova il traduttore afrikaans-inglese. Quello che arriva, con un’ora di ritardo, nell’imbarazzo generale non sembra all’altezza e la stesse teste la rimprovera ripetutamente. Un siparietto tra il comico e il surreale. Al contrario, le dichiarazioni di Miss Burger, sono al vetriolo. «Quella notte ho sentito delle urla femminili che mi hanno fatto rabbrividire, poi gli spari». Una testimonianza durissima che asseconderebbe la tesi accusatoria, secondo cui Pistorius avrebbe ucciso la fidanzata dopo una lite furiosa. Se Gerrie Nel ha un’alta reputazione, Barry Roux, capofila dei legali di Pistorius non è da meno. Sa che la prima impressione conta e al momento del contro-interragotorio, sfoggia la sua strategia: screditare la teste. La attacca su ogni minima incongruenza. La sua oratoria è una palestra linguistica, incentrata su quel «I put it to you» («lo hai detto tu»), che diventerà presto il suo marchio di fabbrica, oltre al tormentone in una canzone di un rapper locale. La teste scoppia in lacrime. Il primo punto a segno messo dalla difesa.

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Commenti
Un commento a “Un giornalista italiano al processo Pistorius”
  1. Paolo scrive:

    ma quale passione..Pistorius è solo uno stronzo che non sa o non vuole gestirsi

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