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Quel genio di Sòcrates

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Dal nostro archivio, un pezzo di Gabriele Santoro apparso su minima&moralia il 16 maggio 2014. (Fonte immagine)

 

Ai dirigenti del Botafogo, che gli proposero il primo contratto professionistico, rispose senza tentennamenti: «Voglio diventare un medico, e fare la mia parte per un Brasile democratico». Lo stipendio era funzionale al pagamento dell’università, e si laureò. Quel ragazzino, alto e magro, illuminava il gioco del calcio, che era una questione di ribellione, allegria, passione e fratellanza. Il gioco degli inglesi reinventato come attività artistica. Disegnava, con il pensiero e poi con il piede, traiettorie inimmaginabili per gli altri; dotato di un’intelligenza e una coscienza critica fuori dal comune. Leggeva, e amava, i grandi pensatori e filosofi greci quanto le opere di Jorge Amado e Gabriel Garcia Marquez. «Dovrebbe giocare di schiena con quel tacco che ha», sosteneva Pelé. Lui: «Colpivo la palla di tacco per farvi innamorare, mai un colpo inutile perché la bellezza è un bene necessario».

Joào Sebinho, il suo primo massaggiatore a Ribeirào Preto, ogni santa domenica va a deporre un fiore al cimitero e si commuove: «Sòcrates non aveva bisogno di allenarsi: era un fenomeno. Magrao era uno spettacolo. È rimasto fedele a sé stesso. Mi ha spinto a laurearmi: si batteva per l’istruzione, quale strumento di emancipazione». O Doutor trattava di princìpi non di soldi. Lorenzo Iervolino con Un giorno triste così felice (66thand2nd, 343 pagine, 16 euro) ci fa viaggiare nei luoghi e nelle idee di un’epoca alimentata da un’energia gioiosa e sovversiva. Il risultato della sua ricerca, durata un anno, è la riscoperta del senso profondo di un’esperienza unica nella storia dello sport. Il futebol socratico non poteva essere irreggimentato tanto dalla dittatura militare, quanto dall’esasperata geometria della tattica. La tecnica prevale sull’atletismo.

I giornalisti gli domandavano: «State combinando la rivoluzione?». «No, stiamo rimettendo le cose a posto». Non gli interessava parlare di calcio. Responsabilità, non anarchia, è la parola che ricorre maggiormente nella stagione della democrazia corinthiana, che incontrò non poche ostilità. Un modello di partecipazione e un processo politico che, nato nello spogliatoio del Corinthians, si saldò con le oppresse aspirazioni di libertà di una nazione. I cittadini-giocatori dovevano essere coinvolti nelle scelte della società. Rappresentò un laboratorio della democrazia da riconquistare.

La simbolica battaglia contro i ritiri prepartita assunse una rilevanza nel dibattito nazionale antiautoritario. Fu anche una lezione di marketing culturale: il club vendeva una lotta per il cambiamento; un prodotto sociale affine alla maturazione di un sentimento popolare. Sulle maglie alvinegro ecco apparire l’invito al voto; brillava la scritta Democracia. Spiato dai colonnelli, come Senna e Pelé, affermò: «Il governo è proprietario irresponsabile delle nostre libertà», aggiungendo: «Già nel 1970 i campioni della Seleçao erano considerati dèi; avrebbero dovuto denunciare».

Timido, carismatico, stile inconfondibile, a testa alta come quando impostava le azioni. Lento nello scatto, imprendibile nelle progressioni. Capitano del Brasile più forte di sempre: Zico-Cerezo-Falcao-Sòcrates. Il goal all’Urss; quello a Zoff dopo un’invenzione di Zico. La bruciante sconfitta al Mundial 1982 contro l’Italia di Bearzot che non confutò una filosofia: «Noi siamo il Brasile, attaccheremo sempre, fino all’ultimo minuto». Il suo genio incantò tutti. Centosettantadue reti in circa trecento incontri, dal 1978 al 1984, e tre campionati paulisti vinti con il Corinthians.

Firenze ricorda il suo sorriso potente, lo sguardo triste e l’eleganza. Dopo aver a lungo rifiutato offerte dall’estero; accettò l’esilio fiorentino. Un’annata sportivamente difficile. «Vado in Italia perché voglio crescere culturalmente. Non sono come gli altri, che vogliono conquistarsi il loro angolo di pace. Mai accetterò una vita di accomodamento». Insomma scelse la Viola per il patrimonio culturale della città. Iervolino ha raccolto numerose testimonianze di quell’esperienza, tra le quali quella toccante e spassosa di Giancarlo Antognoni: «Era stravolto dalla preparazione estiva in montagna, e mi disse: “Antogno, se dico in Brasile quello che faccio qui, nessuno mi crede. Ma in Italia i campi sono in salita?».

La cerveja è stata una compagna di strada fino alla morte prematura, connessa all’abuso di alcool, nel 2011. Ma fino all’ultimo non ha smarrito la capacità di analisi. L’autore riannoda un’interessante serie di riflessioni recenti del Doutor sull’ormai vicina edizione del Mondiale e sui mali del calcio contemporaneo. Colse con lungimiranza opportunità e contraddizioni, oggi alla luce del sole. Alle ambizioni globali del Brasile infatti si affiancano il malessere per le persistenti marcate diseguaglianze e le crescenti aspettative di qualità della vita dell’emergente classe media. Le tensioni, già manifestate durante la Confederations Cup 2013, rischiano di riaffiorare durante i Mondiali.

La potenza calcistica brasiliana pone interrogativi. La maggior parte dei cartellini dei calciatori del Brasilerao è in mano a fondi d’investimento che, a differenza dei club indebitati, possono sostenere le spese della principale fabbrica di talenti del pianeta. Gli stadi appaiono spesso semivuoti, a causa del costo dei biglietti, della violenza ultras e della carenza delle infrastrutture per il trasporto.

Iervolino costruisce un confortante congedo letterario dal fuoriclasse anticonformista che indossava la maglia numero otto: «Le mie sono parole pronte a rinascere in altre voci. Perché se il mio corpo si è fermato, le mie idee possono continuare a fluire come il vento, che permette alla gioia e al dolore di condividere lo stesso spazio. E farci capire che le lacrime sono, o dovrebbero essere, i semi della felicità».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
4 Commenti a “Quel genio di Sòcrates”
  1. antonio pio scrive:

    bell’articolo! dimostra,efficacemente, come lo sport non sia estraneo al mondo che lo circonda e come possa trasmettere importanti messaggi sociali, considerando il grande impatto emotivo che esercita sugli appassionati…..di questo dovrebbero rendersi conto tanti uomini di sport.

  2. Claudia Janneth Baquero scrive:

    Socrates fu un uomo difficile, intelligente e incompreso che trovó la morte troppo presto, intrappolato nell’alcolismo e nella frustrazione. Fu un uomo sensibile, capace di emozionare ma pagó un caro prezzo per le sue scelte. Anche se abbia cercato di evadere dai suoi origini marginali, il peso della realtà e del destino l’hanno fatto affondare in solitudine, perso nei suoi problemi personali. I grandi campioni regnano sul campo di gioco ma poi, nella vita vera, tendono a soccombere davanti alle difficoltà. Bella riflessione che ancora oggi, dopo tre anni, è attuale. Bravo 🙂

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