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Un governo per il cambiamento: il laboratorio Puglia. L’intervista di Alessandro Leogrande a Guglielmo Minervini

Dal 3 al 5 maggio 2018 a Taranto c’è Taranto due mari di libri, festival della letteratura di mare. Al suo interno, oggi pomeriggio (ore 17, Castello Aragonese) sarà presentato La Frontiera, progetto nato da un’idea di Alessandro Leogrande – scomparso lo scorso novembre – ed Elena Stancanelli. Ne approfittiamo per pubblicare la preziosa intervista dello scrittore tarantino a Guglielmo Minervini (anche lui prematuramente scomparso nell’agosto del 2016), sindaco di Molfetta, direttore editoriale de La Meridiana e assessore delle due giunte Vendola in Puglia. Il pezzo, ripreso nel libro La politica generativa (Carocci) dello stesso Minervini nel 2016, era uscito un anno prima sulla rivista Lo straniero, di cui Alessandro Leogrande era stato vicedirettore. (Fonte foto)

Le origini della primavera pugliese

La cosiddetta “primavera pugliese” non coincide unicamente con l’esperienza di governo della giunta guidata da Nichi Vendola per due mandati, dal 2005 al 2015, di cui tu sei stato parte integrante. I suoi semi sono stati gettati già negli anni novanta, se non addirittura negli anni ottanta, con le esperienze di un certo associazionismo, insieme alla rottura provocata dalla caduta del muro di Berlino e del regime comunista in Albania. Tutto ciò ha significato la riapertura della Puglia al mondo dell’Est, il non sentirsi più periferia della periferia e lo scoprire di essere al centro di un sommovimento molto maggiore che in altri luoghi del paese. La mia idea è che quando le azioni di quelle giunte hanno mostrato intelligenza politica, nei loro momenti migliori, ciò è accaduto perché è stato ricostruito un rapporto dialettico con quanto era stato seminato prima.

La Puglia prima di Vendola era già un territorio fertile per il cambiamento. Tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta, la Puglia attraversa un profondo mutamento. Finisce un modello di sviluppo: con la liquidazione della Cassa del Mezzogiorno, la regione, come il Sud intero, smette di essere pensata e decisa, e si trova dinanzi al proprio destino. La crisi del modello di Sud assistito e dipendente dalle scelte o dai trasferimenti centrali, stimola nuove energie e fa emergere un nuovo paesaggio variegato. La Puglia non è più solo la centrale a carbone di Brindisi e l’Ilva di Taranto ma anche quella della meccanica nella zona industriale di Bari, il calzaturiero di Casarano, il divano di Santeramo, la manifattura di Barletta, il tessile della Valle d’Itria. Una Puglia con filiere produttive fortemente legate alle vocazioni territoriali. Comincia a prendere forma uno sviluppo endogeno e non esogeno. Si tratta di un passaggio travagliato e, infatti, alla seconda metà degli anni ottanta la Puglia scrive la sua prima pagina criminale: nel brindisino, nel tarantino, poi a Bari e a Foggia, la crisi sociale esplode con la comparsa di aggressivi gruppi mafiosi che si organizzano per penetrare nel territorio. Il passaggio dalla Puglia-oggetto alla Puglia-soggetto è stato sofferto, travagliato, non indolore. Di questa Puglia alla ricerca di un’autonoma via allo sviluppo, il primo interprete è stato don Tonino Bello, alla metà degli anni ottanta. La Puglia incontra per la prima volta la grande Storia: nella caduta del Muro, si sfarina il puzzle balcanico in un naufragio che approda sulle nostre coste. La Puglia da periferia si riscopre “lamerica”. La linea di faglia che divide il mondo non scorre più tra Est e Ovest ma tra Nord e Sud, proprio lungo il Mediterraneo. La Puglia si riscopre frontiera, da periferia del vecchio mondo a centro del nuovo. Don Tonino coglie il rischio che ancora una volta il destino del Sud sia deciso da altri, che la Puglia possa essere degradata ad avanposto militare di un’Europa che si chiude, ostile al cambiamento: le sue azioni contro la militarizzazione della Murgia, contro i caccia Amx di Gioia del Colle sono il primo capitolo fondamentale di un Sud che rivendica il diritto a scrivere con le proprie mani il suo destino. La Puglia allora faticosamente decide di diventare “arca di pace” e non “arco di guerra”.

Aggiungerei anche quanto don Tonino disse nel momento in cui gli albanesi sbarcati a Bari, nell’agosto del 1991, furono ammassati nello Stadio della Vittoria…

In quell’agosto la Puglia prese coscienza della sua antica vocazione all’accoglienza. Stava cambiando il mondo sotto i nostri occhi e il mare ci restituiva l’incontro con l’altro. La Puglia non si sottrasse a quell’incontro. Capì, in un’Italia intollerante e fanatica, che il mare stava nuovamente mescolando le lingue, le culture, le economie e, quindi, i destini. Ecco, erano anni in cui si respirava l’aria di un cambiamento possibile. I primi ad aver raccolto questa energia furono i sindaci, per la prima volta eletti direttamente, della seconda metà degli anni novanta: a Conversano, a Molfetta, a Gravina, ci fu la percezione che la trasformazione fosse a portata di uno sforzo collettivo, che per la prima volta potessimo riscrivere le linee dello sviluppo economico e sociale del territorio.
Il Vendola che inaspettatamente vince le primarie del 2005 contro Francesco Boccia germoglia in una Puglia vivace e dinamica, attratta dalla possibilità del cambiamento. È il cambiamento la stella polare che conduce i pugliesi a una sorprendente scelta di rottura netta sia con gli schemi politici dominanti sia con gli stereotipi culturali più radicati. Il popolo pugliese, nel voto delle primarie del 2005, primarie vere, aperte e imprevedibili, ha dato una lezione di straordinaria maturità civile. Non si lascia condizionare né dalle oligarchie politiche né dal pregiudizio, va dritto al cuore della sfida, sovvertendo ogni pronostico e rivoluzionando tutte le convenzioni: legge la politica aperta alla speranza del cambiamento in un comunista persino omosessuale. In questo senso, Vendola è una vicenda di popolo, non è solo un leader, c’è un territorio che ha sedimentato, da lungo tempo, un fermento sociale. La Puglia è pronta per una politica che non eserciti più la sua funzione come un’arrogante forma di potere di controllo sociale, ma come una leva di cambiamento. L’immagine della Puglia feudo finisce prima con le primarie e poi con le elezioni del 2005. La Puglia dei vicerè, che siano Fitto o D’Alema, si schianta contro la Puglia libera, matura e consapevole. Non è più un territorio da controllare, ma un grumo di energie da liberare. La sconfitta alle primarie di Boccia, il candidato del ceto politico, della politica di potere, di D’Alema, uno dei tanti feudatari, è la fine della Puglia-colonia.

Ci sono però anche elementi di nuova destra, nuove forme di chiusura, con cui queste esperienze hanno dovuto scontrarsi, all’interno del cambiamento di contesto determinato dal cambiamento di paradigma. Ne cito almeno tre. Lo Stadio della Vittoria è anche il primo esempio di contenimento di una popolazione percepita come “estranea” all’interno di uno stadio, è stato il modello di quello che successivamente sarebbero diventati non solo i centri d’accoglienza ma soprattutto i centri di internamento per l’espulsione. Gli anni novanta sono stati gli anni dell’apertura, ma anche quelli dell’“emergenza Puglia”. Tutto il dibattito che ritorna ciclicamente sulle frontiere da presidiare, sui muri da erigere, sui respingimenti da effettuare è stato elaborato in Puglia, dialogicamente e normativamente con tutte le misure dell’“emergenza Puglia”, da cui poi sono emerse la Bossi-Fini e le norme successive.
Il secondo punto è più politico: la stagione dei sindaci, che rompe definitivamente alcuni meccanismi della Prima repubblica al Sud, ha prodotto anche Giancarlo Cito a Taranto. Lì, in un contesto mediamente più sfasciato del resto della regione, la rottura del pentapartito ha lasciato vuote delle enormi praterie che poi sono state occupate da un guazzabuglio di nuova destra che ha implementato e coagulato al suo interno cose diverse…
Il terzo elemento lo hai già indicato tu: quello dei viceré e delle vecchie pratiche. Raffaele Fitto non è solo il figlio di Salvatore Fitto, già presidente dc della Regione. Non è stato solo il trasmettitore di quel vecchio modo di intendere la politica; è stato anche, come disse Berlusconi alla Fiera del Levante, la sua “protesi”, il principale delfino accreditato come tale per molto tempo. La Puglia non è stata solamente la terra dei viceré: tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila è stata una delle roccaforti del berlusconismo meridionale.

Mentre la Puglia si apriva all’incontro con l’altro, nelle politiche nazionali s’inoculava il virus dell’intolleranza razzista. Furono gli anni in cui presero forma le prime politiche di chiusura e di respingimento. La Puglia – dall’arrivo della Vlora in poi – ha sempre manifestato la sua alterità rispetto a queste politiche. La condizione di periferia della Puglia ha consentito di custodire una diversità culturale che poi negli anni si è trasformata in una risorsa. La Puglia tende ad andare controcorrente rispetto alla cultura conformista del nostro paese. Un luogo del sud da cui è possibile vedere le cose in modo radicalmente diverso. Dallo Stadio della Vittoria, mentre Scotti collaudava le prime politiche di contenimento, varando l’idea che i flussi migratori dovessero essere trattati come un’eccezionale emergenza di ordine pubblico, le uniche voci contro che si levarono nel nostro Paese furono quelle del sindaco di Bari, Enrico Dalfino, e del vescovo di Molfetta, don Tonino Bello. In quello stesso momento tutto il Salento apriva spontaneamente le proprie case, l’alterità della Puglia intuiva che, di fronte a un fenomeno epocale e irreversibile, la risposta doveva essere nelle mani tese piuttosto che nelle frontiere sbarrate. In questi decenni, non si è mai verificato un singolo episodio di intolleranza, nemmeno dinanzi agli sbarchi di questi mesi a Taranto. Insomma, a partire da quegli anni, la Puglia ha cominciato a mettersi di traverso.
La stagione dei sindaci è stata brevissima. La sua fase espansiva, di rottura, va dal 1993 al 1998, prima di arenarsi nell’incapacità dei partiti di elaborare e aprirsi al cambiamento. Questa chiusura genera un blocco. E quando la domanda di cambiamento fa fatica a incrociare la politica, allora si determina il riflusso delle energie verso la scorciatoia del populismo. Cito a Taranto, la città più complessa e ferita della Puglia, ne è stato il primo interprete. Abbondanti dosi di demagogia e spregiudicato uso politico dei mass media collaudano una formula che si rivela molto più pervasiva della palude dei vecchi partiti. La Puglia, come tutto il Mezzogiorno, e tutto il Paese, è uno dei tanti luoghi dove la domanda di cambiamento fa fatica a riconoscersi nell’offerta di una politica che non è né aperta, né credibile e nemmeno efficace. L’antipolitica si alimenta di questa insofferenza: Cito fu il numero zero di un’antipolitica che piazza la formula magica vincente di un populismo, rozzo e volgare, ma che promette risultati concreti e rapidi. Erano gli anni in cui Taranto cominciava ad avvertire le prime convulsioni della crisi strutturale dell’Ilva e della città.
Dall’altra parte, per la destra, gli anni novanta sono stati un tempo molto dinamico di elaborazione e sperimentazione. La destra era quella di Tatarella, un altro vicerè di Puglia, ma illuminato e lungimirante. Legge una Puglia complessa e, invece, di rispondere con una destra di potere, s’inventa una destra sociale. Si chiamava “oltre il polo” e fu un disegno lucido di allargamento delle frontiere della destra alla nuova borghesia imprenditoriale che premeva per emergere come protagonista della scena regionale. In quegli anni la destra vince dappertutto, con una classe dirigente profondamente rinnovata, fino a guadagnare alla Puglia il marchio di “Emilia nera” del Mezzogiorno. La morte di Pinuccio Tatarella interrompe questa strategia di rielaborazione del centrodestra e con Fitto il Polo ritorna a rivestire i panni del potere, un sistema capillare di regolazione degli interessi. Fitto da vicerè degrada a protesi di Berlusconi. A far perdere Fitto è una lettura arretrata, inadeguata della Puglia. Fitto non ha capito la domanda di modernizzazione della Puglia.

Dopo Tatarella, questa errata strategia ha fatto perdere alla destra tutte le elezioni in fila. Fitto, Poli Bortone, Palese, Schittulli sono stati tutti sconfitti. Non hanno più avuto una classe dirigente.

Tatarella capiva che bisognava dilatare ed estendere, rendere la destra porosa ai ceti emergenti portatori di una domanda di cambiamento e di modernizzazione, mentre gli altri l’hanno chiusa in una dinamica di ceto. Ancora una volta, la politica non s’incrocia con le dinamiche sociali e le sue domande. Fitto si è andato progressivamente restringendo nel suo perimetro, prima della destra oligarchica, poi di Forza Italia, ora dei suoi fedelissimi, com’è accaduto di recente.

Viste col senno di poi, le primarie del 2005 non costituiscono solo la rottura che hai indicato e la fotografia di una Puglia molto più avanti della sua rappresentazione fatta dall’esterno. C’è anche dell’altro. Nasce proprio allora il modello delle primarie quale forma di rottura delle logiche degli allora Ds e del sistema dalemiano, quel vecchio modo di pensare la politica e il centrosinistra. Oggi, tuttavia, a dieci anni di distanza, siamo giunti all’esatto opposto dell’esperienza delle primarie. Non solo Renzi dice che non le farebbe, ma leggendo ad esempio il rapporto di Barca sullo stato del Pd romano, si percepisce un fortissimo nesso tra la realizzazione distorta dello strumento delle primarie (che siano per le cariche di partito o in funzione delle elezioni), l’aumento anomalo delle tessere e la degenerazione del partito. Viste ore, al di là del fatto che Renzi possa avere o meno interesse a tenere in vita tale strumento o lo interpreti come qualcosa su cui non ha controllo, è indubbio la loro deriva. In Puglia hanno contribuito a scardinare una parte del sistema di potere, ma oggi – proprio in concomitanza con la fine dell’esperienza dei due mandati di Vendola – probabilmente dobbiamo recitarne il De profundis…

Le primarie sono un mezzo, non un fine. Il fine è una politica aperta alla condivisione. Una politica permeabile ai cittadini. Le primarie sono una delle molte possibili risposte alla domanda di partecipazione, attraverso cui si rendono tutti protagonisti delle decisioni rilevanti. Se le primarie diventano un artificio partecipativo inventato da una politica chiusa e inaccessibile, allora il senso si svuota e l’investimento di energie sociali si sgonfia. In quel momento, le primarie si degradano a misurazione dei rapporti di forza locali, teatro per le scorribande dei pacchetti di voti, arena dei capibastone.
Se le primarie sono un mezzo di una politica nuova, funzionano benissimo. Se sono il simulacro della politica vecchia, degenerano. La crisi delle primarie non dipende dal fallimento dello strumento, ma dal fatto che questo mezzo è stato utilizzato per un fine diverso da quello dichiarato.
Insomma, le primarie sono uno strumento per ripensare radicalmente il rapporto tra politica, istituzioni e cittadini, il punto di una relazione positiva e diretta tra la politica e la società. Solo così riescono a mobilitare energie sociali, altrimenti regrediscono.
Non basta fare primarie e poi, in forza di quella legittimazione, esercitare il potere dall’alto, in modo tradizionale. Mobiliti la partecipazione in campagna elettorale, poi, una volta vinte le elezioni, mandi tutti a casa, per governare da solo. I cittadini non servono solo per vincere ma anche per governare: questo è il grande cambiamento ancora incompiuto. Le primarie sono il presupposto di un processo di restituzione del potere. Non si fanno per vincere le elezioni, ma per governare diversamente. Se non c’è questa coerenza tra mezzi e fini, i cittadini fiutano l’inganno e ti abbandonano.

Quelle del 2005 furono primarie vere e aperte, nel senso che poteva votare chiunque: votarono ottantamila persone. Rispetto ad altre primarie ha votato meno gente, ma ricordo il carattere autonomo e libero di quel voto, e l’immagine epocale di anziani in fila ai seggi di Trinitapoli o Spinazzola, cioè in quei paesi della Puglia percepita come profonda e rurale, per andare a votare Vendola.

Nessun dirigente di partito avrebbe scommesso su quell’esito. Il confronto tra estabilishment di partito e società civile liberò un’energia di cambiamento incontenibile, entusiasmante fino ad aprire a un risultato sorprendente, rivoluzionario. Furono primarie limpide, pulite, non taroccate. E consentirono l’irruzione dell’imprevisto.

Ricordo che da Lerner, dopo le primarie, Vendola disse: “Io non voglio rappresentare solo una sinistra di testimonianza”. Intendeva dire: voglio interpretare la sfida del governo senza diventare parte del sistema, senza assumere le sembianze di una sinistra supina ai poteri forti. Non necessariamente chi rifiuta tutto ciò deve limitarsi a incarnare esclusivamente una funzione di testimonianza extra-parlamentare e extra-istituzionale. Quel ragionamento, credo, ha prodotto una rottura prolifica.

In quel momento lui stava facendo training autogeno. Per se stesso e per la sua comunità politica, che per la prima volta stava oltrepassando il guado per entrare nelle stanze del potere. Il senso di quella scelta era racchiuso in una sfida: dimostrare che era possibile condurre i valori ideali nello spazio del governo, senza perdere se stessi, la propria anima. Testimoniare che il governo può essere costruzione del cambiamento e non necessariamente esercizio del potere. In testa, l’idea di una Puglia possibile in un altro mondo possibile e in mano delibere e leggi. Riconciliare visione e amministrazione, politica e governo, sogno e faticosa costruzione della realtà. Per questa ragione, non bisognava mai mollare, nemmeno per un minuto, la bussola del cambiamento. Tertium non datur: la politica si fa o per gestire il potere o per agire il cambiamento. Noi allora ricevemmo un mandato trascinante per cambiare la Puglia, per non lasciare le cose come le avevamo trovate: la vera sfida era farlo senza perdere l’anima, senza farsi risucchiare dalle seduzioni del potere.

La sfida del cambiamento

Oggi è facile tracciare l’analisi di questi dieci anni dicendo che, dal punto di vista delle politiche culturali, con “Bollenti spiriti”, l’Apulia film commission eccetera, c’è stata una rottura, mentre su altre questioni, dall’Ilva alla sanità, alla stessa burocrazia regionale, smuovere le cose è stato molto più complesso. Come si è articolato il rapporto tra mediazione col passato e necessità di innovare, all’inizio di quel percorso di governo?

Soprattutto i primi anni sono stati caratterizzati dall’entusiasmo di questa grande responsabilità. Avevamo ricevuto il mandato di trasformare la Puglia e a questo mandato dovevamo corrispondere. Per questa ragione, abbiamo subito cominciato a trasformare l’enorme carrozzone burocratico in un moderno ente di governo, capace di attivare politiche pubbliche, cioè risposte ai problemi del territorio. L’ente amministrativo di erogazione della spesa cominciò ad assumere la fisionomia di ente di governo del territorio. Dov’era deserto cominciarono a sorgere politiche di innovazione: dal welfare alla cultura, dal turismo alle infrastrutture, dall’urbanistica allo sviluppo economico, dall’ambiente ai giovani.
La spinta all’innovazione si è avvertita più incisivamente negli ambiti dove non c’era nulla, mentre nel rapporto con i sistemi esistenti ha prevalso più una logica negoziale, di mediazione. Questo è un punto politico chiave. Per coglierne le ragioni, bisogna risalire alla genesi dell’esperienza di governo. Vendola entra nel Palazzo della Regione con un inciampo imprevedibile, come uno straniero, disorientato e inesperto. La sinistra, per la prima volta, a contatto con la responsabilità di governo avverte il bisogno di tranquillizzare i poteri esistenti, di mitigare la diffidenza verso l’impatto rivoluzionario temuto. Sceglie di farsi accettare. Di qui la convinzione che, in alcuni ambiti, la spinta al cambiamento potesse maturare dalla mediazione e dalla concertazione più che dalla rottura e dalla svolta.
Fu una linea che emerse da un dibattitto politico molto serrato tenuto nella giunta dei primissimi mesi. In modo particolare, il terreno cruciale fu quello della sanità: i primi gesti con i quali si configurò questa linea di mediazione furono tre. Innanzitutto la scelta, come assessore, di Alberto Tedesco, un politico organico al “sistema”, profondo conoscitore della sanità regionale. Il senso di quella scelta fu tanto sorprendente (e deludente) nel “popolo di Nichi” quanto chiara nel suo significato politico: si optava per una figura di mediazione che offrisse motivi di garanzia al sistema, al fine di evitare la chiusura rispetto all’azione di cambiamento. Si pensava così di evitare la reazione di rigetto del sistema e, dunque, il rischio d’inefficacia dell’azione riformatrice. Un bel dilemma, perché la sanità era stato il tema incandescente della campagna elettorale, il terreno sul quale Vendola aveva vinto le elezioni. Il secondo passaggio fu il mantenimento del manager all’interno dell’Agenzia regionale della sanità (Ares), considerato un pilastro portante del sistema sanitario precedente, un vertice di tutte le politiche regionali. Questa volta, nella selezione della burocrazia apicale prevalse l’opzione della continuità. Infine, il terzo passaggio, anche questo caratterizzato da un confronto politico piuttosto vivace in giunta, fu la modalità con la quale furono selezionati i manager designati alla direzione delle aziende sanitarie locali. Feci parte, con altri colleghi, di un pool ristretto di assessori che avrebbe dovuto selezionare i curriculum su criteri di professionalità e competenze, ma in realtà ci accorgemmo che nella stanza accanto si stava consumando un negoziato tutto politico tra i partiti della maggioranza. Le nomine alla fine vennero definite secondo una logica di ripartizione partitica. Con quella decisione si stava consentendo alla politica, e ai partiti in particolare, di invadere il perimetro della gestione sanitaria. Scelta che poi si è rivelata infelice. Quando quella sera nominammo i manager, inevitabilmente riconoscendoli sulla base della loro appartenenza di partito, in giunta ne parlammo a lungo. Io, con altri colleghi, denunciai il senso di tradimento rispetto alle attese di cambiamento del nostro popolo, ma Vendola la argomentò come una scelta obbligata per irrobustire la corresponsabilità delle forze politiche rispetto alla fatica del governo. Metterle nel gioco della gestione fu considerato opportuno per acquisire agibilità politica all’azione di governo. Discutemmo del precedente caso del primo Bassolino, il cui governo, muovendo da grandi rotture iniziali, era poi finito nelle sabbie mobili dell’ostruzionismo delle forze politiche. Prevalse l’idea che per entrare nel sistema e cambiarlo, la mediazione con le forze politiche fosse necessaria. A distanza di anni, possiamo riconoscere in quella scelta uno dei grandi errori commessi nella primissima fase. La mediazione, in un gigantesco sistema di regolazione di interessi come quello sanitario, è diventato un sinonimo indistinguibile di consociazione. Risultato: effetti deboli dell’azione riformatrice e diffuse ombre d’illegalità. Un errore pagato, a carissimo prezzo, con la bufera giudiziaria che ha colpito l’intero sistema sanitario pugliese, compreso l’assessore. Da quel momento, a partire dal 2008, ha preso corpo una radicale correzione di rotta che ha ispirato un’azione di riforma molto più radicale del sistema sanitario. Ad esempio, l’ultima selezione del management sanitario è avvenuta con una procedura molto esigente di valutazione delle competenze, nella quale non hanno avuto alcuno spazio le logiche di appartenenza. Nelle ultime nomine, il governo regionale si è assunto la responsabilità di decidere ponendo i faldoni dei curricula sul tavolo.
Analogo ragionamento si può fare anche per l’Ilva: una sorta di timore reverenziale ispirava, soprattutto nei i primi anni, l’azione di governo. Il governo del presidente comunista quasi doveva allontanare il fantasma di una cultura anti-industriale e anti-capitalista. Per questa ragione, soprattutto nei confronti delle grandi presenze industriali sul nostro territorio, ha prevalso un atteggiamento molto felpato, un approccio gradualista. La vicenda complessa e drammatica dell’Ilva va, però, storicizzata: erano gli anni in cui intorno a Riva e al suo modello di capitalismo predatorio si era infittita una rete di consociazione politica nazionale e locale di altissimo livello. Se non si colloca quello dei Riva nelle categorie del capitalismo di rapina, espressione simbolica del declino industriale del paese, non si coglie correttamente l’atteggiamento, forse troppo timoroso, con cui il governo regionale ha tentato di introdurre fondamentali paletti a tutela dell’ambiente e della salute. Bisogna ricordare la guerra dei Riva, spalleggiati dai governi nazionali, quando varammo le leggi sui tetti alle emissioni di diossina e di benzoapirene, fino all’introduzione del principio rivoluzionario della valutazione del danno sanitario, con cui per la prima volta, nel nostro paese si affermava il nesso tra ambiente e salute. Erano gli anni in cui a queste innovazioni legislative della Regione, i governi nazionali opponevano un sistematico ricorso alla Corte Costituzionale. Perché Riva era un’intoccabile.

Bloccarono la legge sul benzopirene. La giunta regionale può aver commesso degli errori di valutazione, ma trovo ingiusto l’accusa in base alla quale Vendola si è limitato a trattare con Riva, quando invece sarebbe dovuto andare subito al muro contro muro. A parte il fatto che un governo regionale non ha il potere di nazionalizzare o statalizzare una multinazionale, il vero problema, specie negli anni tra 2008 e 2010, cioè gli anni del ritorno trionfante del berlusconismo, è stato l’isolamento della Puglia. In quelle condizioni di isolamento, quali strategie contro il disastro ambientale, volte non alla semplice chiusura della fabbrica, ma alla sua trasformazione radicale, erano praticabili?

Il rapporto tra governo regionale e Ilva andrebbe ricostruito, contestualizzando molti passaggi. È facile oggi dire che Riva era un delinquente col quale sarebbe stato impossibile dialogare. Allora era molto più complicato. Riva allora era uno dei vertici del sistema capitalistico italiano, coperto da una solidissima rete di relazioni con tutto il sistema politico, trasversalmente da destra a sinistra. Se c’è un addebito per il governo regionale, è che allora avrebbe potuto essere più ruvido, ma stiamo parlando di atteggiamenti, non di sostanza.
Noi in quegli anni su una serie di politiche pubbliche abbiamo camminato controvento, segnando anche differenze radicali di approccio. Nei primi anni, fino al rimpasto del 2009, le politiche pubbliche ebbero un forte carattere di rinnovamento e sperimentazione, cominciando a delineare una diversa visione di sviluppo verso la quale la Puglia muoveva i primi passi: la riforma di una moderna rete di servizi di welfare a favore dei fragili, la riconversione del governo del territorio dalla logica del consumo di suolo e dell’espansione edilizia a quella della riqualificazione urbana, l’intelaiatura delle politiche culturali molto strutturate anche a sostegno dello sviluppo delle diverse filiere dell’industria creativa, la valorizzazione turistica delle risorse ambientali, l’infrastrutturazione delle reti territoriali, in particolare gli aeroporti, l’investimento sul capitale umano, sulla formazione, sulla ricerca, sull’innovazione. Un lavoro enorme, che non ha eluso nemmeno la necessità di una politica dello sviluppo produttivo in senso stretto: in quegli anni il governo pugliese si è dotato di una serie di strumenti per favorire l’autosviluppo della Puglia, il sistema delle piccole e medie imprese, individuando una serie di settori economici strategici privilegiati, come l’avionica e la meccatronica. Sono ancora gli anni precedenti alla crisi, con una semina generosa e appassionata. Se c’è un limite in quella prima fase, è che Vendola non ha sempre garantito continuità di coordinamento delle politiche pubbliche e il livello di integrazione degli interventi è stato insufficiente rispetto alla complessità dei fenomeni. Non si può fare politica di sviluppo dell’agroindustria se sviluppo economico e agricoltura non si coordinano. Molte cose sono accadute spontaneamente, perché nell’amministrazione c’erano persone che le hanno fatte accadere. Non sempre tutto ha corrisposto a un disegno organico, e credo che uno dei grandi punti di debolezza sia stata proprio l’assenza di una regia strategica; si sarebbe potuto fare molto di più se le politiche fossero state permeabili le une alle altre, se avessero avuto un carattere più organico.
Tuttavia, in questa fase l’investimento di speranze si è tradotto in una grande spinta amministrativa, sono stati anni decisivi per la Puglia, nei quali i semi sono stati messi a dimora, coltivati, e hanno cominciato a dare i primi frutti. Poi arriva la crisi economica del 2008 e la crisi politica, con le sciagure giudiziarie, il rimpasto di giunta del 2009, e allora si cominciano ad aggrovigliare le vicende politiche nazionali con quelle regionali: la scissione da Rifondazione, l’emersione della leadership nazionale di Vendola e i nodi irrisolti della Puglia.

Nell’emersione della leadership nazionale di Vendola ho subito intravisto un limite. Ho sempre pensato che la forza di Vendola fosse in Puglia: rispetto alla crisi della sinistra e del berlusconismo, la vera alternativa era irrobustire ulteriormente l’esperienza locale e, a partire da questa, elaborare un contrappeso esterno alla politica di Palazzo; anche perché la “primavera pugliese” è stata un fenomeno complesso, non riconducibile alla lotta di un pezzo della sinistra contro un altro. Invece, l’idea di svincolarsi da tutto ciò per andare a fare l’anti-Bersani l’ha portato a riprodurre, anche se su scala sicuramente migliore, lo stesso errore commesso da Veltroni quando ha lasciato il comune di Roma.

Non bisogna dimenticare che Vendola è totus politicus, non ha la vocazione dell’amministrazione, si è ritrovato suo malgrado a gestire quel ruolo di capo del governo regionale. Io sostengo, avendolo osservato da vicino anche in questa funzione, che quando ci ha creduto, ci è riuscito molto bene, mettendo la sua intelligenza e tenacia a servizio dell’azione amministrativa. Ma resta un animale politico, gli interessa la politica, non il governo.
La mia convinzione in quegli anni, l’ho detto anche pubblicamente, era che la forza nazionale di Vendola dipendeva dalla sua funzione di governo e non dal suo ruolo politico di segretario di un micro-partito. Da Presidente di Regione poteva parlare all’intero paese, al contrario, da segretario di una forza identitaria poteva aspirare a rappresentare solo una piccola parte. Mentre l’Italia entra nel tunnel della decadenza, tocca il fondo della vergogna berlusconiana e la spirale del declino sembra irreversibile, bene, in quel momento la Puglia si caratterizza come un laboratorio che prova a elaborare una risposta possibile, positiva, innovativa alla crisi. La Puglia dice al paese che la crisi si può affrontare, che bisogna vincere la paura e mettere in campo il coraggio di immaginare e costruire il futuro. La Puglia narra che il cambiamento si può agire. Si tratta di un messaggio politico potente che accende sulla Puglia i riflettori: la Puglia periferia finisce nelle prime pagine dei quotidiani nazionali, anzi internazionali. La legittimazione di governo conferiva a Vendola la piattaforma per un possibile ruolo nazionale: sperimentare in Puglia, quello che si può fare in Italia. Avevamo la sensazione di non lavorare solo per noi, ma per il Mezzogiorno e il paese. La funzione nazionale derivava da una pratica di governo. Ed era la prima volta che accadeva nel paese. Renzi ancora non esisteva. E la Puglia non era Firenze.

C’è anche un altro dato su cui ragionare. La vera rottura, in Puglia, non è venuta da Sel. È venuta da altre esperienze di coinvolgimento e partecipazione, come le Fabbriche, le liste civiche, l’ingresso di una nuova generazione nell’amministrazione e, più in generale, dal crearsi di un’area politico-culturale, non riconducibile strettamente a dinamiche di affiliazione partitica.

La vera rottura si è verificata quando alcune politiche pubbliche hanno sperimentato forme inedite di attivazione delle energie sociali latenti nella comunità. Quando hanno investito sul potenziale di cambiamento delle persone. Quando hanno creduto nei cittadini e nel loro capitale di fiducia. Allora si sono innescati processi di cambiamento imprevedibili. Allora le politiche pubbliche si sono rivelate potenti leve di mobilitazione delle risorse diffuse.
Quando tocchi con mano un’azione pubblica che mette in circolo possibilità trasparenti, questo genera un legame profondo con la politica, ricuce il filo spezzato tra cittadini e istituzioni. Il popolo di “Bollenti spiriti” è diventato, senza che nessuno lo richiedesse esplicitamente, il popolo delle Fabbriche di Nichi; il sistema delle piccole e medie imprese, il mondo agricolo, sono scesi in trincea in difesa di questa esperienza di governo. È l’azione di governo ad aver innescato processi di cambiamento a livello economico, produttivo, culturale, sociale che a loro volta sono diventati patrimonio politico.
Il crepuscolo di Vendola comincia quando la Puglia viene percepita come un mezzo della partita nazionale e non come il fine del patto di cambiamento. Allora, l’azione di governo ha cominciato a perdere colpi ed efficacia e Vendola, invece di rappresentare un’alternativa generale per il paese, l’interprete della speranza di cambiamento, si è ristretto progressivamente nel recinto della sua originaria appartenenza.
In un ciclo breve, tra il 2010, col trionfo del secondo mandato, e il 2011, l’anno dell’implosione del regno berlusconiano che non approda alle elezioni ma alle larghe intese di Monti, Vendola rotola rapidamente dalla possibilità di diventare “l’Obama italiano”, com’ebbe a definirlo il “Financial Times”, al ruolo d’interprete dissonante della vecchia sinistra minoritaria. Allora, Renzi era ancora un sindaco e le Fabbriche di Nichi sorgevano dappertutto perché i meet-up dei Cinquestelle non erano nemmeno un’idea.
In quel breve arco di tempo, Vendola ha rappresentato la speranza di una politica finalmente riconciliata col paese reale, con la sua disperata domanda di cambiamento e modernizzazione. Il politico diverso in grado di coniugare la parola eretica con la densità di un’azione effettivamente praticata. Una parola che nasceva col vigore dei fatti. Una leadership reale non un fenomeno mediatico e virtuale.
Questa esperienza di cambiamento non avvertiva il bisogno di dirsi di “sinistra”, lo era e basta. Indicava a un paese sfarinato la possibilità di ricostruire un senso di comunità attorno a una condivisa visione di futuro. E per la prima volta, questo accadeva da sud. La Puglia, una costola del Mezzogiorno malmesso, indicava all’intero paese la strada per uscirne.
Paradossalmente quando Vendola ha preso a definirsi di “sinistra”, per perimetrare la sua area identitaria, ha smesso di interpretare il cambiamento. Le stesse Fabbriche di Nichi sono finite quando Nicola Fratoianni, a seguito di un saggio molto ruvido di Onofrio Romano, ebbe a definirle “comitati di scopo”, una forma preliminare di aggregazione finalizzata all’arruolamento elettorale piuttosto che pratiche inedite di comunità che si ricostruiscono mescolando l’azione civica e quella politica. Nella visione di un certo gruppo dirigente, la sinistra non è la politica che aiuta le persone a mettersi in comunità per affrontare insieme il destino, ma l’identificazione del leader carismatico giusto. Era evidente che una vecchia cultura politica si stava rivelando profondamente incapace di cogliere la maturazione delle nuove domande di protagonismo sociale espresse dal paese. Con quella battuta, le Fabbriche di Nichi evaporarono rapidamente insieme allo slancio nazionale di Vendola.
Il declino di Nichi è causato dal deficit delle culture politiche della sinistra storica: l’idea secondo cui tutti i processi sociali sono positivi se controllati dall’alto, o, in altri termini, l’idea secondo cui il cambiamento conduce agli obiettivi ma solo se c’è un partito forte o, più di recente, un leader carismatico che lo comanda. Questa vecchia cultura politica non ha ancora elaborato i processi di crescita sociale che hanno condotto alla maturazione di un senso alto dell’autonomia delle persone. Oggi il cambiamento non lo si chiede più alla politica con la delega ma lo si agisce nei varchi possibili ogni volta che è possibile. Se non si comprende questo, cristallizzando il modello di rapporto tra partiti e movimenti degli anni settanta, allora si rischia di perdere la sintonia col paese reale.
Quello che invece noi abbiamo dimostrato in questi dieci anni è che le politiche possono innescare il cambiamento, e che la funzione della politica è governare il cambiamento, non controllarlo. Cedi potere ma guadagni potenzialità. Perdi il potere di controllare le persone ma recuperi il potere di cambiare le cose, gli eventi. Se la politica continua a rivendicare per sé il ruolo di controllo sociale, allora ha già perso.
Questo è il limite irrisolto del progetto. Quando quella domanda di nuovo protagonismo sociale, premessa per produrre un cambiamento, è rimasta inevasa, vuota, priva di progetto pur nella fase di massima esposizione nazionale, allora, come accade, ha scavato altri solchi, si è costruita altri interpreti, prima Grillo e poi Renzi. In questo senso, continuo a pensare che la grande partita politica in Italia è tra una società che chiede alla politica di diventare una leva del cambiamento e una politica che vi si oppone: è nella concezione del potere il nocciolo della crisi della politica e della democrazia.

Le politiche concrete

Entrando nello specifico, distinguerei il discorso sulle politiche giovanili da quello sulle politiche culturali: la cultura non può essere controllata dalla politica, che è efficace solo quando crea dei contenitori all’interno dei quali un humus preesistente può magari emergere e irrobustirsi. Quando la politica si è fatta contenitore e ha fornito un minimo sostegno economico (per il cinema, la musica, le relazioni culturali con l’altra sponda…), le cose hanno funzionato. Quando invece la politica ha assunto le sembianze del dirigismo, hanno funzionato meno. Dal punto di vista delle politiche giovanili, invece, il dato secondo me interessante di progetti come Bollenti spiriti e Principi attivi è stata l’attenzione rivolta alla “diaspora”, cioè la constatazione che esiste una larga fetta di giovani che per studio, lavoro, scelte di vita si è trasferita altrove, ma non se ne è andata definitivamente. Non è partita con la valigia di cartone, e allo stesso tempo sperimenta forme di cittadinanza plurale. Prendiamo ancora il caso di Taranto. Negli anni ottanta aveva 250mila abitanti, ora ne ha sulla carta 200mila, ma in realtà sono molti di meno, perché molti mantengono la residenza pur vivendo altrove. Questa gente non è propriamente scomparsa, perché fa avanti e indietro, e queste forme di cittadinanza plurale vanno intercettate e sostenute.

Secondo me l’integrazione tra politiche culturali e politiche giovanili ha avuto proprio l’effetto di incrociare due livelli contigui. Le politiche culturali hanno agito nella rete degli operatori culturali orientandolo verso la trasformazione in un vero sistema di imprese, un pilastro del nuovo sviluppo economico e occupazionale del nostro territorio. Oggi l’industria creativa è una voce non marginale del Pil pugliese.
Con le politiche giovanili, al contrario, abbiamo invece sprigionato l’energia fresca degli esordienti, aprendo a codici e linguaggi nuovi. Aprendo la scena culturale pugliese alla non conformata libertà dei debuttanti, dal teatro alla musica, dal cinema alla letteratura, l’abbiamo trasformata nella palestra più effervescente del nostro paese. In Puglia si osa. Si innova. Si sperimenta. La sua perifericità culturale diventa il cuore di un’alterità, che scopre di avere cose importanti da dire sul mondo. Così ha preso a parlare.
Con le politiche giovanili abbiamo abbassato il ponte levatoio verso quelli che erano fuori da ogni gioco, liberando un’energia tumultuosa e imprevedibile: non abbiamo esercitato il potere dall’alto di un’istituzione, piuttosto abbiamo risvegliato nella coscienza di un’intera generazione il potere di cambiare la Puglia. Per la prima volta, la politica offriva strumenti per far accadere cambiamenti a partire dall’attivazione delle persone. E i protagonisti erano loro, i giovani. Si è svegliato un vulcano, con un’eruzione di creatività e innovazione. Gli esclusi sono rientrati nella partita, col ruolo di titolari. Una buona parte dei nostri ragazzi si sono infilati nel sistema delle politiche culturali, nel sistema produttivo pugliese, nelle reti del welfare, e tutto questo ha dispiegato la sua virtuosa potenzialità proprio durante la crisi: all’inizio non eravamo del tutto consapevoli anche di questa valenza economica. Alla fine del decennio a fare proprio l’approccio di Bollenti spiriti sono Confindustria, la Camera di Commercio, l’Università, il Politecnico, cioè le istituzioni della ricerca e dei mondi economici: mettere in circolo le idee e il potenziale delle persone si è rivelata l’arma più efficace di risposta alla crisi. Come dire: la sfida di una crisi che cambia radicalmente tutto si può vincere solo se investi sulla capacità delle persone di creare pensieri nuovi. In una fase nella quale bisogna mettere tutto in discussione e sperimentare nuove conoscenze, allora aprirsi alle energie più fresche, competenti e creative della comunità, significa costruire un vantaggio competitivo. Sul “Sole 24 ore” Aldo Bonomi ha offerto un’analisi del laboratorio pugliese che è la sintesi di questo ragionamento: quel poco che si sta muovendo nell’intero paese, nell’immobilismo stagnante, accade nell’industria creativa; in Puglia, sostiene Bonomi, Bollenti spiriti e Principi attivi sono diventati un fermento per elaborare, tra le varie cose, una nuova idea di sviluppo turistico, un po’ impresa culturale, un po’ volontariato, un po’ associazione, esperienze intorno alle quali si stanno rigenerando anche legami di comunità.
Bollenti spiriti non è stata una politica di sostegno alla creazione di imprese: quando è nata non era stata ancora coniata la definizione di start up. L’avevamo definita una politica di educazione informale, il cui obiettivo era mettere alla prova le persone sulle cose, dando un’opportunità per sperimentarsi. Formarsi facendo le cose, questa era l’intuizione. Non a scuola, ma nella realtà. Non per finta, ma veramente. È ovvio che a noi interessava il cosiddetto follow up, cioè progetti da cui poi potessero nascere dei processi, però i suoi risultati non potevano essere misurati tanto sui posti di lavoro creati quanto nel capitale sociale accumulato. Tenendo conto del deserto sociale totale in cui oggi i giovani sono immersi, avere un pezzo piccolo di politica (quasi il 2% dei fondi strutturali 2007-2013) che moltiplica le opportunità di sperimentarsi e di crescere, per mettere le mani nella realtà e fare delle cose, ha un valore sociale in sé. In realtà a noi stava a cuore il valore educativo, ma capimmo subito anche le potenzialità di sviluppo che questo investimento avrebbe finito per sprigionare. Il ragionamento, soprattutto nel corso del primo mandato (eravamo già entrati nella crisi del 2008-2009), è stato questo: finito il tempo dello sviluppo eterodiretto, conclusa la fase della crescita illimitata della spesa pubblica, è giunto il momento di fare da soli.
Lo sviluppo della Puglia non nasce più a Roma, ma solo dalla Puglia. Occorre imparare a dare valore alle risorse del territorio. Non lamentarsi per quello che non abbiamo, ma valorizzare, con intelligenza e innovazione, la ricchezza che abbiamo. La crisi ha questo di positivo: impedisce di guardare altrove e costringe a guardarsi attorno. Costringe a guardare, con occhi nuovi, il nostro territorio e a scrutarlo come un immenso giacimento di risorse a lungo inutilizzate, sottoutilizzate e malutilizzate. E l’occhio, in condizioni di difficoltà, aguzza l’ingegno. La Puglia, in questi anni ha imparato ad aguzzare l’ingegno. Piange di meno e fa di più. Non attende più una nuova Ilva o un gasdotto che gli porti uno sviluppo salvifico. Comincia a fare bene turismo, buona agricoltura di qualità, manifattura di eccellenza, nuovo design, industria creativa, avionica. Questo processo non ha avuto una regia pubblica, ma un accompagnamento pubblico. Infatti le politiche pubbliche che hanno funzionato meglio sono quelle che hanno abbandonato gli schemi della vecchia tradizionale erogazione per acquisire un’inedita dinamica generativa: ti do delle risorse ma solo perché tu possa mettere in gioco competenze, idee, rischio, tempo, investimenti. Ad esempio, le politiche di governo del territorio (e cioè Beni Culturali, Politiche Abitative, Urbanistica…) hanno trasformato un settore inerte e parassitario, travolto dalla crisi del mercato edilizio, conducendolo progressivamente a una riconversione nella sfida della riqualificazione urbana, costruendo raffinati meccanismi di reciproca convenienza. In una Puglia che stava riscoprendo il territorio come principale risorsa per il proprio sviluppo, la tutela diventa il principio base dell’azione economica. Una vera rivoluzione appena cominciata.
Proviamo a dirla in altri termini. L’azione di governo ha avuto questo effetto: negli anni in cui i grandi gruppi di potere, cresciuti a dismisura attorno alla rendita, sono stati letteralmente spazzati dallo tsunami della crisi e delle sciagure giudiziarie, le politiche regionali, allargando la trama delle opportunità diffuse, hanno consentito l’emersione di una nuova rete di protagonisti economici, più distribuita e con un legame più sano col territorio e con la politica. La Puglia di oggi non è più quella di poche grandi famiglie (Matarrese, De Gennaro, Intini, Putignano…) ma quella di una rete diffusa di piccole e medie imprese, dinamiche e vivaci. Insomma, un nuovo modello di sviluppo autocentrato genera ricchezze distribuite e ridisegna la mappa dei poteri. Dai poteri forti ai poteri diffusi. Il tema del potere ritorna.

Tuttavia, in questa nuova orizzontalità che sembra non avere centri direzionali e capitali politiche, si determina una situazione per cui coesistono, una accanto all’altra, isole di buona Puglia e isole di cattiva Puglia. Mi sembra questo il tratto caratteristico della regione negli ultimi anni.

Lo sviluppo della Puglia procede ancora a macchia di leopardo, ci sono gli embrioni di una nuova classe dirigente e di un diverso tipo di capitalismo, imprenditori che muovono da un diverso rapporto con il mercato, molto più aperto, autonomo e meno parassitario e con un carattere internazionale, che crescono con una sensibilità e una forma di responsabilità sociale verso il territorio molto moderna, e anche un rapporto con l’ambiente meno predatorio, meno di rapina. Accanto a questo, però, c’è ancora una Puglia con le ferite ambientali del passato, col virus di una criminalità organizzata che sta penetrando aggressivamente nel tessuto economico e, in alcuni casi, anche istituzionale. C’è anche una Puglia che tira e per questo fa gola, oggetto di desideri più o meno illeciti. È appena uscito il Rapporto sui reati ambientali e le ecomafie, da cui si evince come la Puglia sia oggi una delle destinazioni privilegiate, dopo i riflettori accesi sulla Terra dei Fuochi, per lo sversamento illecito di rifiuti speciali: il territorio spesso è ancora inteso come oggetto da depredare piuttosto che come leva dello sviluppo. In questi anni, abbiamo dovuto gestire diverse richieste di investimenti relativi a infrastrutture che si vogliono realizzare qui in Puglia in forme più o meno limpide: dalla opaca vicenda della British Gas di Brindisi, finita con un Comune sciolto e molte mazzette, fino al gasdotto di San Foca della Tap. C’è un’economia nera, una grigia, ma anche una bianca. La lotta non è finita, il lavoro per sedimentare una cultura diversa, più lungimirante, ambientalmente sostenibile, richiede tenacia e costanza, è un cammino lunghissimo. Non si radica una nuova classe dirigente nei diversi corpi sociali in soli dieci anni: si traccia un percorso e si comincia a camminare.

I nodi irrisolti

Tra le pagine nere di questi anni c’è sicuramente la questione del caporalato. Esso è stato non solo uno specchio della cattiva economia e delle relazioni di lavoro degenerate in Puglia e nell’intero Mezzogiorno, ma anche in tutto il paese, visto il riprodursi di simili forme anche in Piemonte e Lombardia. Tuttavia è indubbio che nel Tavoliere, la terra di Giuseppe Di Vittorio ma anche delle più cruente lotte bracciantili e della più violenta repressione squadrista nei confronti delle lotte bracciantili, si siano determinate le più crude forme di schiavitù. Anche dal punto di vista strettamente cronachistico, c’è stata una violenza maggiore rispetto ad altre parti d’Italia. Siamo di fronte a un nuovo bracciantato agricolo globale: il piano della produzione si interseca con le leggi sull’immigrazione, le dinamiche dell’accoglienza, la differenza tra profughi e irregolari eccetera. Nei confronti di questa faccenda, molto complessa, molte volte ho visto all’interno della stessa Giunta regionale, due spinte diverse, una rappresentata da te o da Elena Gentile, cioè da chi, pur con errori, ha posto la questione al centro della propria azione politica, e un’altra rappresentata da coloro i quali non volevano neanche sentir parlare di caporalato, perché pensavano che il solo nominarlo potesse intaccare la nuova immagine di una Puglia cool. Questi ultimi hanno preferito, alcuni innocentemente, altri meno, spazzare la polvere e lo sfruttamento sotto il tappeto.

La globalizzazione ha un doppio fondo che attraversa ormai tutti i territori. Dietro i lustrini del brand e della pubblicità troppo spesso si nascondono realtà come lo sfruttamento e la schiavitù. La grande distribuzione e le industrie di trasformazione lo scorso anno hanno acquistato il pomodoro allo stesso prezzo del 1987. Strozzano una filiera produttiva che non è organizzata per competere sulla qualità ma solo sul prezzo. Ed è così che la più grande area di produzione del pomodoro in scatola d’Italia, ben 16mila ettari, è frazionata tra 24mila aziende di cui ben 16mila dichiarano zero giornate di lavoro. Ecco la radice del caporalato e la causa del Gran Ghetto di Rignano. Con quel valore aggiunto non puoi permetterti una giornata di lavoro regolare, devi per forza attingere alla catena del capo bianco e del capo nero.
Abbiamo concepito un piano, “Capo free-Ghetto off”, che integrava insieme politiche per l’accoglienza, per il sostegno all’emersione dal lavoro nero, per l’accompagnamento delle imprese agricole, per la certificazione etica del prodotto con un bollino “Equapulia”. Abbiamo tracciato la strada con la consapevolezza che è tortuosa e lunga. E che serve una determinazione riformatrice forte e radicale: niente soldi alle imprese se non si fa filiera, se non s’intraprende il percorso della legalità nel lavoro, se non si privilegia lo sviluppo della qualità. Ci hanno seguito solo i migranti, con uno straordinario investimento di fiducia, ma non le aziende. Ecco un’azione che richiederebbe regia strategica, una fortissima spinta non di un singolo assessorato ma del governo intero. Il piano dell’anno scorso probabilmente avrebbe dovuto essere varato dieci anni fa. Quella è la strada, l’abbiamo colta e intrapresa troppo in ritardo, ma mi auguro che adesso il nuovo governo regionale non l’abbandoni, perché non esistono scorciatoie alternative.

Otto anni fa fu varata una legge sull’emersione del lavoro nero normativamente molto avanzata, ma carente sul piano attuativo. È nota, ad esempio, la vicenda degli indici di congruità che avrebbero dovuto stabilire il numero necessario di ore di lavoro per una data coltura e per una data estensione coltivata. Tali indici, che sarebbero potuti essere uno strumento decisivo per applicare quella legge (e quindi per capire chi è in regola e chi invece ricorre al lavoro nero e al caporalato e poi magari dichiara zero ore di lavoro), sono stati formulati solo con lunghissimo ritardo, anche perché le associazioni datoriali si sono a lungo opposte alla loro definizione.

L’illuminismo normativo non sempre è garanzia di efficacia sul piano degli effetti sociali. Un’economia agricola fondata sullo sfruttamento, che regge perché riesce ancora a intercettare forme di sostegno assistenziale, resiste accanto a un’agricoltura che si presenta come un moderno sistema di imprese di filiera. C’è il pomodoro e c’è il vino, l’uva, la ciliegia.
La resistenza difficile da sradicare è che governare non è un’attività che si compie con la produzione di leggi, norme, atti amministrativi. Governare è agire processi di cambiamento sociale. L’azione amministrativa è solo un mezzo, in alcuni casi nemmeno il più decisivo. Governare è un dialogo sociale molto più faticoso. Nei processi non c’è solo bisogno di norme e di leggi, ma soprattutto di interazione con gli attori sociali di una comunità. Le politiche pubbliche che nascono fuori da questa logica processuale, da questa matrice di conversazione, sono destinate all’inefficacia. Restano gesti burocratici destinati a non sviluppare effetti. Senza questa fatica il governo e la politica si condannano all’inutilità. L’idea di poter governare fenomeni complessi come quello di cui stiamo parlando, il caporalato, dall’aula legislativa del Consiglio regionale, è un’idea destinata al fallimento. Il nostro piano l’abbiamo conquistato in tumultuose assemblee nel Ghetto, insieme con i migranti. La nostra esperienza ci dice che in questi dieci anni le politiche pubbliche di maggior successo, cioè quelle che hanno inciso realmente sugli eventi, quelle che hanno cambiato il corso dei fenomeni, sono quelle nelle quali gli strumenti istituzionali, come una leva di cambiamento sociale, si sono accompagnate con un lavoro svolto prima, durante e dopo. Le politiche come processo e non come atto: una rivoluzione necessaria se si vuole agire il cambiamento. Se non si vuole restare sulla superficie dei problemi. Il governo come cambiamento sociale è una dimensione inedita della politica, in Italia è merce rarissima. Tornando al caporalato, sui migranti lo scorso anno abbiamo fatto decine e decine di incontri in Prefettura con le forze dell’ordine, il volontariato, le organizzazioni sindacali, abbiamo fatto sportelli, assistenza, sostegno alle attività di regolarizzazione, insieme a interventi istituzionali, come la semplificazione delle procedure, la cooperazione con la Provincia e il Centro per l’impiego… Tutto ciò ha fatto sì che questa platea sociale strappasse una conquista straordinaria, un grande investimento di fiducia: ottocento migranti lo scorso anno si sono iscritte alle liste di prenotazione presso i centri territoriali dell’impiego, l’unica reale alternativa legale al reclutamento del caporalato, per permettere l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
D’altra parte, però, sulle imprese lo sforzo non ha funzionato. Le politiche migratorie in quell’ambito possono fino a un certo punto, oltre entrano in gioco le politiche agricole: se si vuole trasformare la competizione delle imprese dalla riduzione del costo del lavoro alla valorizzazione della qualità del prodotto, allora bisogna lavorare e ancora lavorare con le imprese. Altrimenti, l’inerzia e la diffidenza prevalgono, specie in un territorio sfibrato dalla rassegnazione come la Capitanata. Serve molto lavoro di dialogo, bisogna capire quali sono le loro problematiche, quali incentivi, controlli, meccanismi di convenienza si possono mettere in campo, poi pian piano, per piccoli passi, si possono raggiungere risultati. Sono percorsi molto faticosi, che la politica nel nostro paese intraprende raramente. Per questa ragione la politica viene percepita come inutile: perché non compie la fatica di entrare nella realtà e modificarla.

In tutta la vicenda dell’Ilva di Taranto è rintracciabile una simile impasse. Nonostante elementi normativi avanzatissimi formulati in una condizione di isolamento politico rispetto al governo nazionale, come ad esempio la legge sulla diossina, si è creata una spaccatura profonda tra la seconda città della Puglia e la giunta Vendola. È vero che la situazione è incandescente, ed è vero anche che Taranto è uno di quei posti in Italia dove maggiormente (in reazione allo scempio prodotto) ha preso piede una sorta di furia antipolitica, ma tale diaframma si è creato anche indipendentemente dalle vicende giudiziarie e dalla richiesta di rinvio a giudizio per presunte pressioni sul direttore dell’Arpa, Assennato. Insomma, proprio perché quella frattura è stata allargata da elementi esterni, ed è stata aggravata dallo stato penoso della sinistra jonica, andava ricomposta innanzitutto all’interno della sinistra. Con un progetto politico di sinistra. Ma ciò non è accaduto, e ora si vedono tutti gli strascichi di una situazione del genere. Lo stesso Michele Emiliano, appena eletto alla presidenza della Regione, dopo la conclusione del decennio vendoliano, ha capito che ricomporre quella frattura era per lui il problema principale. E difatti ha deciso di tenere a Taranto la seduta d’insediamento della sua giunta.

La cautela del governo regionale verso il potere forte dei Riva, con la scure dei suoi sedicimila dipendenti, è ingiustamente scivolata nel cono d’ombra della consociazione. Credo sia una ricostruzione tanto infedele quanto scorretta e confido che il tempo consentirà la maturazione di un giudizio più equilibrato.
Resta il fatto che il governo regionale, per la prima volta nella storia dell’Ilva, pone il problema ambientale, si dota, con l’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa), di strumenti per documentare gli impatti delle emissioni, e avvia una legislazione di contenimento. Lo fa con i suoi strumenti che sono normativi, non quelli ispettivi della magistratura. Certo, la produzione normativa non è stata accompagnata da un processo che mettesse le mani nelle radici del problema e cercasse di condizionarne gli sviluppi, ma di fronte alle resistenze gigantesche di questo colosso industriale era difficilissimo. Poi i fatti simbolici diventano più dirompenti di mille ragionamenti pubblici. La telefonata con Girolamo Archinà (l’alto dirigente dell’Ilva addetto alle pubbliche relazioni) ha avuto un effetto devastante, ha segnato la rottura della fiducia tra il governo regionale e il territorio, e ha aperto una fase di diffidenza. Come se con quella telefonata la moderazione venisse letta nei suoi tratti più equivoci, e tutta la lineare azione di governo sia stata inscritta nelle dinamiche consociative con cui Riva ha governato il territorio per decenni. Con quell’ombra si è compromesso il lavoro strutturale decisivo che stavamo portando avanti per aiutare Taranto a ripensarsi. Di questo, come assessore ai Trasporti e alle Infrastrutture, me ne sono a lungo occupato. Sapevamo che proprio a Taranto si giocava una partita molto più importante di quanto fosse percepito sul territorio, sia per la Puglia che sul piano nazionale. Taranto non è solo l’Ilva, ma anche un porto strategico nazionale, il retroporto, la logistica, la piattaforma della sperimentazione e della ricerca sull’avionica di Grottaglie, a cominciare dall’Alenia, la riconversione dell’Arsenale, la straordinaria bellezza della città dei due mari, con un immenso patrimonio culturale e archeologico, di cui parte è nel Marta, il museo archeologico. Taranto invoca il diritto a pensare uno sviluppo diverso dall’incubo della diossina. Tutto questo lavoro è stato distrutto da quella telefonata, con la quale si è gettata una luce equivoca su tutto. L’abbiamo pagata cara.

Ho sempre pensato che il capitalismo di rapina rappresentato dai Riva non fosse riformabile dall’interno, ma fosse sostituibile con una nuova forma di controllo pubblico, perlomeno temporaneo, che non ripetesse gli errori del passato: in fondo, le varie forme di commissariamento che si sono susseguite in questi anni dicono questo (almeno dal punto di vista teorico, dal momento che sul piano pratico non mancano i tentennamenti). Però allo stesso tempo, ho sempre pensato che quella fabbrica, benché costruita in un’ottica di gigantismo industriale invadente, fosse trasformabile dal suo interno, e che solo trasformando gli impianti e nel contempo le relazioni di lavoro sotto un controllo pubblico che prescindesse dai Riva (oltre che avviando le bonifiche), sarebbe stato possibile tenere insieme un lavoro liberato dalle gabbie disciplinari del passato e il rispetto dei parametri ambientali e sanitari. Certo, questa è sempre stata percepita come una partita complicatissima, ma sarebbe stata praticabile. Ora, dopo un anno e mezzo di governo Renzi, mi sembra che la situazione stia esplodendo in mille rivoli. Prendiamo la cronaca recente. I lavori per l’applicazione dell’Aia sono in forte ritardo, è morto un altro ragazzo per un incidente sicuramente evitabile all’interno dell’Altoforno 2, la magistratura lo ha sequestrato immediatamente, e l’unica azione per scongiurare la chiusura dell’intero stabilimento è stato l’ennesimo decreto Ilva per garantire la continuità produttiva, in attesa che gli interventi necessari vengano fatti… Insomma, è come se intorno alla vicenda dell’Ilva stia prendendo corpo il fallimento della stessa possibilità di un intervento illuministico-radicale per la trasformazione di una crisi industriale. E si vada avanti, al contrario, con provvedimenti tampone che non risolvono mai il problema alla radice.

La domanda è: si sarebbe potuto fare diversamente? Il vero volto di Riva è venuto fuori quando la magistratura ha alzato il coperchio sul verminaio di collusioni e di reati, rivelando la riprovevole realtà dell’azione industriale del più grande produttore di acciaio in Europa. Condivido quello che dici: il rischio è che adesso l’irriformabilità della proprietà trascini con sé il giudizio sull’irriformabilità della vicenda industriale. Qualche mese fa dicevo che Taranto con l’Ilva è davanti a un bivio: o rinasce in una nuova politica industriale italiana, moderna, eco-compatibile ma comunque competitiva, o diventa l’ultimo atto del declino, la prova certa dell’incapacità del nostro paese di uscire dalle condizioni dalla crisi, la carcassa del crepuscolo industriale. In realtà, quelle che stanno emergendo sono politiche nazionali precarie, intermittenti, emergenziali in un quadro di frammentazione degli interventi. Tre anni fa c’erano più elementi di fiducia nella possibilità di farcela. Più oscillano le politiche nazionali, più cambiano i commissari, più si va avanti a colpi di decreti-legge, e più si ha la sensazione che si stia scivolando lentamente verso un fatale atteggiamento di consunzione. Si arriva al capolinea senza scegliere. Da qui lo scoraggiamento del territorio, il collasso della fiducia. Oggi lavorare nei margini strettissimi di tempo e di gestione è difficile a tal punto che è difficile stabilire se esistano. Perdere due anni, in questa fase di rapidissima evoluzione delle dinamiche dell’economia, significa perdere un tempo biblico. I grandi gruppi siderurgici del mondo si stanno riorganizzando e non attendono le nostre incertezze né si lasciano condizionare dalle nostre oscillazioni.

Gli ultimi anni

Dopo la rielezione del 2010 Vendola sembra allontanarsi dalla Puglia. Tuttavia, quando si è candidato a diventare un leader alternativo a Bersani o alla crisi del Pd, non ha messo sul tavolo questo bagaglio di esperienze maturate nel governo del territorio, e pertanto il tentativo di creare una nuova leadership nazionale è parso da subito debole. Forse sarebbe stato più forte se avesse organizzato tale alternativa presentandosi come il presidente di una giunta plurale che aveva avviato politiche innovative, all’interno di un laboratorio più generale, piuttosto che come leader di un piccolo settore a sinistra del Pd, sganciato dal suo radicamento territoriale. Certo, va anche considerato che su tutta questa partita è poi piombato il ciclone Renzi, sostanzialmente sottovalutato dall’entourage vendoliano tanto quanto dal vecchio gruppo dirigente del Pd.

L’errore principale ha preso corpo la sera della vittoria, il 29 marzo 2010, nel momento in cui si festeggiava la riconferma del suo mandato, la Puglia ha cessato di essere un fine ed è diventata un mezzo per la partita nazionale. Ciò ha prodotto un indebolimento della spinta all’innovazione delle politiche pubbliche, e da quel momento ogni azione è stata funzionalmente orientata a obiettivi di politica nazionale. Ma la Puglia si trovava nel cuore della crisi, i processi virtuosi incubati negli anni precedenti cominciavano a scontarsi con un collasso della domanda e la contrazione dei mercati. Aver mollato la pressione sui problemi e aver indebolito l’azione del governo regionale, ha prodotto l’esplosione di molte contraddizioni: dalla sanità all’Ilva, la cui vicenda irrompe proprio in quegli anni. Questo è stato il primo errore, è come se col successo elettorale invece che continuare la partita fosse considerata ormai chiusa. La Puglia ha cominciato a sentirsi tradita. E il cordone tra Vendola, il governo e la comunità si è incrinato.
Del resto abbiamo già detto. Con questa scelta il segretario di Sel ha prevalso sul Presidente della Regione Puglia. La conseguenza è che Nichi ha smesso di essere il diverso ed è diventato un politico. Come gli altri. La domanda di cambiamento non passava più da lui. Pochi mesi dopo ha preso altre strade. Quella di Grillo ma soprattutto quella di Renzi. Abbiamo perso così una irripetibile occasione di dimostrare che la sfida nel nostro paese non è tra cambiamento e conservazione ma tra diverse idee di cambiamento. Una cosa è il cambiamento di Renzi che e più potere al capo, cemento e trivelle. Altra è quella della Puglia, che è innovazione e inclusione, una certa idea di sviluppo e una certa idea di società. E questa possibilità non l’ha persa Vendola, l’ha persa il Sud: smettere di essere la palla al piede per diventare una risorsa. Da problema a soluzione. Non accadeva dai tempi di Moro che il Sud riassumesse una funzione nazionale. Non è andata così. Peccato.
L’esperienza istituzionale e la capacità di una sinistra che parla con una visione globale erano un punto di forza, ma invece di travasare tutto questo all’interno del Partito democratico, allora molto contendibile, per puntare al governo del paese, si è andata restringendo nel recinto identitario di Sel. Da quel momento inizia la fase calante, fino alla debolissima gestione della tappa dell’avvicendamento alla guida della regione. La dissipazione di quel patrimonio, a me come meridionale fa male. Il resto è storia nota. Vinciamo le elezioni a fine marzo del 2010, nel settembre 2010 Berlusconi sembra cotto e Vendola punta tutto sul fatto che a dicembre si vada a votare, e che quindi la nostra esperienza si potesse mantenere in maniera precaria fino ad allora. Ma poi le elezioni sono slittate, Berlusconi è durato un altro anno, poi è arrivato Monti, non si è parlato più di elezioni fino alla fine del 2012 e il treno delle vicende nazionali ha preso un’altra strada. Poi, benché Bersani vinca le primarie contro Renzi e lo stesso Vendola, quella coalizione di centrosinistra riesce a non vincere le elezioni di marzo. Gli eventi hanno seguito una piega diversa dalle previsioni. Disarcionando tutti i calcoli.

Tutto questo può anche essere imputato alla fortuna, nel senso machiavellico del termine, cioè ai fattori esterni che non si riescono a governare. Ma quanto al fatto di essere arrivato in una posizione di grande debolezza all’avvicendamento della presidenza regionale, alla nomina di Emiliano, il giudizio si fa più critico. La lista “Noi a sinistra per la Puglia”, che avrebbe dovuto raccogliere l’esperienza della primavera pugliese, e all’interno della quale tu sei stato eletto, non ha superato il 6,5% dei voti, all’interno della coalizione vittoriosa di centrosinistra. Al di là della valutazione del dato elettorale, mi sembra che ci sia stato un problema di trasmissione politica delle esperienze fatte in dieci anni di governo del territorio.

I fatti però vanno messi in sequenza: nelle elezioni politiche del 2013, il messaggio di quella campagna elettorale fu “Tutti a Roma!”. Tutti avevano scommesso sulla vittoria della coalizione di centrosinistra e sul fatto che in questa vittoria liberante un pezzo rilevante dell’esperienza pugliese avrebbe rivestito ruoli cruciali. Vendola arriva a quell’appuntamento blindato nell’accordo con Bersani. Tutto era pensato all’interno di questo schema. Quando questo non accade, a causa del boom elettorale di Grillo e della creazione – dopo il secondo mandato di Napolitano – del governo di larghe intese, Vendola sceglie di restare in Puglia. Non so se questo si possa considerare un errore, ma sta di fatto che nei due anni successivi la spinta si esaurisce. Il capitale di cambiamento che avevamo sedimentato, in larga misura è andato avanti da solo, in modo inerziale. Col rientro in Puglia Vendola si è trincerato in un atteggiamento di difesa. La connessioine emotiva col popolo si era interrotta e lui non ha più creduto che questa esperienza avesse un radicamento sociale forte da proiettarne la prosecuzione. Si è arreso. E la candidatura di Emiliano è figlia della resa.

E questo mi è parso un altro errore. Dopo dieci anni di governo, Vendola ha annunciato che il candidato della primavera pugliese doveva essere Dario Stefàno, cadendo così in una scelta tutta identitaria e interna a Sel, ma con un candidato percepito tra l’altro come poco identitario da parte della stessa base del partito. Poi, accanto a Stefàno e a Emiliano, che avrebbe vinto, a quelle primarie per il candidato di centrosinistra hai deciso di correre anche tu. Ora, se analizziamo a distanza di mesi i dati di quelle consultazioni, e sommiamo i voti ottenuti da te e da Stefàno, ci accorgiamo che Emiliano non era affatto un monarca. Non ha vinto certo con ampio margine rispetto ai due tronchi della primavera pugliese sommati tra loro. Detto in altri termini: quella partita era contendibile, non era affatto persa in partenza. La domanda di cambiamento era ancora forte; quell’azione di governo, al di là dei suoi limiti, aveva sedimentato un’altra idea di Puglia. Ma questa tensione non è stata raccolta in maniera plurale, non è stata organizzata cioè una risposta unica che, tenendo conto delle pluralità esistenti, potesse contendere a Emiliano la nuova leadership.

Il problema è che Nichi aveva rotto il cordone ombelicale con la Puglia nel 2013, e i pugliesi non l’hanno dimenticato. Se dai l’impressione che stai usando il tuo ruolo di presidente per raggiungere altri obiettivi, rompi il legame di fiducia che in politica ormai è il fondamento del capitale di reputazione. Da un lato lui perde il polso, e dall’altro la macchina di potere di Emiliano mette in moto una rappresentazione di sé come invincibile e ineluttabile: la miscela di queste due cose ha condotto alla sconfitta delle primarie. Di fronte a questo scenario il popolo delle primarie precedenti, quello del cambiamento, è rimasto a casa, la temperatura della passione civile si è raffreddata, le piazze si sono svuotate, all’entusiasmo è subentrata la delusione. Il popolo dei ceti medi riflessivi, dei giovani, dei piccoli imprenditori, persino di un certo mondo cattolico, quello che aveva sia nel 2005 che nel 2010 travolto gli ordini degli apparati e dell’estabilishment, si è ritratto e la bassa marea ha lasciato la risacca dei pacchetti di voto, dei mazzieri e dei capibastone delle diverse cordate.
Questa è la lezione politica da trarre: i patti con le cose più delicate e sacre dei cittadini non si tradiscono, senza fiducia non si sprigionano le energie sociali necessarie per il cambiamento.

Cosa rimane di tutto questo? La messa in sicurezza politica di questo percorso non è riuscita bene, ma tracce di tutto ciò di cui abbiamo parlato sono ancora presenti.

Rimane quello che è accaduto, rimane una Puglia cambiata. Indubbiamente ci sono gemme ancora fragili, semi che stanno ancora spuntando, è facile che una ruspa possa spazzare via tutto. Ma questa Puglia oggi esiste, ed è espressione di quel cambiamento che nel Mezzogiorno deve faticare molto più che altrove per emergere e conquistare spazio. La partita resta aperta, ci sono segni promettenti. Ad esempio i pugliesi hanno bocciato il ritorno del trasformismo, gli impresentabili sono rimasti fuori dall’aula legislativa. Ancora una volta i cittadini dimostrano la loro saggezza; la partita è ancora aperta, perché in Puglia il popolo del cambiamento è cresciuto e sarà difficile fare sulla testa di quel popolo scelte che vadano in direzione contraria. Sono le vicende della vita: non conquisti mai il cambiamento una volta per tutte, ogni giorno bisogna riconquistarlo con la fatica, l’ingegno, la passione.

A ogni modo, dopo un decennio di interrelazione dialettica tra i segmenti della buona Puglia radicata nel territorio e alcune prassi di buona amministrazione, è inevitabile che si entri in una fase successiva, indipendentemente dal fatto che si vincano o perdano le elezioni. È giunto il momento di affrontare la questione della maturità, di capire come tante esperienze possano reggere, o semplicemente non snaturarsi, dopo aver rimosso i primi passi. È una questione da affrontare in ogni caso, che si rimanga o meno alla guida del governo. Essa va posta nella valutazione delle politiche culturali, delle politiche giovanili, dello stato delle relazioni inter-adriatiche…

Il popolo del cambiamento aveva maturato un rapporto di dipendenza con le politiche pubbliche, oggi al contrario ha imparato a camminare da solo. Fa innovazione sociale, genera comunità. Sa che cammina lungo una strada impervia, che deve affrontare resistenze e ostacoli talvolta inenarrabili. Ma oggi è ricco di una consapevolezza fondamentale: si può fare. E sulla Puglia che fa è lecito poggiare le nostre speranze.

Commenti
Un commento a “Un governo per il cambiamento: il laboratorio Puglia. L’intervista di Alessandro Leogrande a Guglielmo Minervini”
  1. Sergio Falcone scrive:

    Non credo più a nessuno.

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