Un incontro con Takeshi Kitano

Questo pezzo è uscito su GQ nel maggio 2010.

di Daniele Manusia

Dopo il grave incidente di moto del ’94 Takeshi Kitano si è detto: “Ho subito dei danni al cervello, d’accordo, ma magari faccio qualcosa di buono come Van Gogh”. Quindi si è comprato un girasole e ha iniziato a dipingere. Il risultato immediato sono i quadri un po’ strani che compaiono in Hana-Bi (Leone d’Oro a Venezia): animali con al posto della testa dei fiori, galleggianti in colori accesi. Quindici anni dopo, il direttore della Fondation Cartier gli dà carta bianca per un’esposizione personale.
Le pareti di vetro del palazzo sono coperte dalle riproduzioni delle sue ultime opere, molto illustrative, a metà strada tra Picasso e Yatta-Man, con gatti che palpeggiano donne e si arrampicano sugli alberi. Nel salone centrale ci sono un dinosauro e una vera locomotiva. L’esposizione, dice Kitano durante l’affollatissima conferenza stampa, è pensata come un parco giochi, con attrazioni interattive e sculture comiche, fatta per piacere anche ai bambini. Per dare alla parola arte un senso “meno snob, più comune”. Il titolo Gosse de peintre, che significa figlio di pittore, si riferisce al nomignolo dispregiativo che gli davano a scuola per via del mestiere del padre: l’imbianchino.
Il fatto è che Kitano firma alcuni suoi prodotti con nome e cognome – i più seri: i film da regista e qualcuno di quelli da attore – e altri col nome d’arte d’origine: Beat Takeshi. Ha iniziato come comico in un locale di spogliarelli e continuato come uomo-tv. Tutt’ora produce non si sa bene se otto o nove programmi la settimana e al piano inferiore della mostra proiettano stralci del suo Takeshi’s Castle (in Italia filtrato dalla Gialappa’s in Mai dire: Banzai!). Il direttore della fondazione dice che se i giapponesi non riescono a prenderlo sul serio come regista, in occidente si conosce ancora troppo poco il suo lato ludico. E dato che al Centre Pompidou, in questo stesso periodo, è in corso una rassegna dei suoi film, qui alla Fondation Cartier si intende celebrare il talento di Beat Takeshi.
La domanda di fondo è: quale dei due è il vero Kitano? La risposta mi arriva più tardi. Siamo in un ufficio all’ottavo piano con vista sul centro di Parigi e Kitano risponde alle domande di un gruppetto di colleghi italiani. Dice che la sua forse non si può neanche definire arte. “Sono mie creazioni, questo sì, ma arte forse non è la parola giusta”. Qualcuno insiste sulla distanza tra le atmosfere malinconiche e i silenzi dei suoi film e la rumorosità gioiosa della sua arte, e lui risponde che è come manovrare due marionette diverse, una per il cinema un’altra per la televisione e la pittura. Sul tavolo davanti a sé ha delle fialette di collirio e un asciugamano viola arrotolato in un piattino. A causa del famoso incidente ha la parte destra del viso paralizzata, batte un solo occhio mentre con l’altro ho l’impressione mi stia fissando. A me, con i capelli giallognoli e un completo scuro senza cravatta, sembra più il personaggio di uno dei suoi film di yakuza che un comico o un artista gioioso. Me ne sto andando sicuro del fatto mio, quando per salutarlo gli allungo la mano e lui si inchina. Allora mi inchino a mia volta ma a quel punto è lui che allunga la mano per stringermela. I presenti ridono, abbiamo fatto uno sketch, e anche Kitano ride, con solo metà della bocca.

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