HO (1)

Un’indagine sull’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo

HO (1)

Pubblichiamo il primo di tre pezzi scritti da Virginia Fattori sul capolavoro di Stefano D’Arrigo.

di Virginia Fattori

«Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Maria ‘Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill’ e cariddi» 

Horcynus Orca esce per la prima volta nel 1975. Nello stesso anno in Italia viene abbassata la soglia di “maggiore età” da venuto anni a diciotto, il 22 aprile viene approvato alla Camera il nuovo Diritto di famiglia mentre il 31 maggio viene approvata la legge sul servizio militare di leva che ne riduce la durata da 24 a 12 mesi. Il mondo editoriale nel frattempo accoglie le mutazioni sociali che gli richiedono di promuovere delle nuove letterature, quelle di consumo.

Asse D’Arrigo – Holderlin

Stefano Fortunato D’Arrigo nasce il 15 ottobre del 1919 ad Alì Terme, un piccolo paese siciliano nel quale trascorrerà gran parte della sua giovinezza. Come Consolo e Bufalino, D’Arrigo appartiene a quella piccola ma preziosa cerchia di autori siciliani “disfunzionali” (una disfunzionalità tipica della sicilitudine), poco conosciuti, che forzarono le abitudini dei lettori spronandoli a “reimparare” a leggere, contestando aspramente la critica e l’editoria dedite all’ usum commercii. Della vita personale di questo autore non si sa molto; è noto il fatto che i suoi studi universitari si interruppero bruscamente nel 1942 a causa della guerra (cosa che accadde anche al suo amico e collega Gesualdo Bufalino). D’Arrigo riuscì comunque a laurearsi in modo fortunoso con una  tesi esposta oralmente a causa della penuria di materie prime (macchine da scrivere, inchiostro e carta); a causa delle difficile contingenze non possediamo attualmente la sua tesi, tuttavia siamo in possesso dell’argomento e della passione che lo spinse a scriverne.

Quando Elio Vittorini decise di pubblicare parte dell’ Horcynus Orca nel Menabò, chiese all’autore di scrivere una piccola biografia da poter allegare al brano, così D’Arrigo decise di non raccontare nulla di sé ma di parlare della sua tesi incentrata sullo scrittore tedesco Holderlin. Ad appassionare lo scrittore siciliano a questo poeta furono soprattutto i fumi della follia che lo consacrarono “poeta ingrato” e lo condannarono all’isolamento nella Torre di Tubinga. Da questo autore D’Arrigo prese moltissimo. Soprattutto continuò il suo intento di esplorare i limiti del linguaggio e del pensiero, e così come Holderlin fu poeta difficilissimo da tradurre, allo stesso modo D’Arrigo rese intraducibile in qualsiasi lingua l’Horcynus Orca. Questo, il suo unico romanzo, uscì nel 1975 dopo averlo impegnato nella scrittura e rielaborazione per più di vent’anni, attraversando varie fasi di produzione e correzioni continue.

La retorica dell’eccezionalità (come racconta anche Daria Biagi in Orche e altri relitti) insegue Stefano D’Arrigo da sempre, a partire dalla sua tesi, che viene considerata eccezionale per l’autore trattato. Eppure non è così: il nazismo aveva resuscitato l’interesse per Holderlin tendando di privilegiare tendenziosamente l’aspetto patriottico dell’autore manipolandone i lavori. Martin Heidegger dedicò moltissimi dei suoi studi a questo poeta, ai suoi testi e all’esplorazione del suo linguaggio “sconfinato”. Nel 1936 il filosofo venne invitato a Roma per tenere una conferenza proprio sul poeta tedesco: già in quegli anni anche in Italia si stava diffondendo un notevole interesse e molti giovani si stavano avvicinavano alla sua poetica. Tra questi anche D’Arrigo, che ne venne a conoscenza grazie  a un suo professore universitario. Una dura critica a questa “moda holderliniana” arrivò però da Benedetto Croce che nel 1942 scrisse un testo molto aspro intitolato Holderlin e i suoi critici.

La Sicilia di D’Arrigo è molto lontana dal mondo ermetico lombardo e da Roma, dove questi dibattiti letterari nascevano e crescevano con grande fermento, ma non bisogna dimenticare che seppur lontana da queste terre, la Sicilia assunse un ruolo di rilievo nelle tendenze romantiche; così non è difficile leggere nella scelta dell’autore siciliano una congruenza con i tempi.

Pertanto D’Arrigo, grazie all’influenza di Holderlin, cercherà, con la scrittura dell’Horcynus Orca, di esplorare i limiti del dicibile, diventando a sua volta un lirico in cerca dei confini e delle possibilità espressive del linguaggio. Quando D’Arrigo pubblica il suo primo e unico libro di poesie intitolato Codice Siciliano, nel 1957,  aggiunge un paio di poesie inizialmente non previste: la prima, Pregreca, parla di emigrazione, della dimensione-maledizione dei siciliani che troppo spesso sono costretti a lasciare la loro terra per cercare fortuna altrove.

Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece.
Alle marine, nel fragore illune
delle onde, per nuvole e dune
a spirale di pallide ceneri
di vulcani, alla radice del sale,
discesi dall’alto al basso
mondo, figurati sul piede
dell’imbarco come per simbolo
della meridionale specie,
spatriavano, il passo di pece
avanzato a più nere sponde,
al tenebroso, oceanico
oltremare, al loro antico
avverso futuro di vivi.

[…]

(Pregreca)

Questa raccolta certamente non è l’opera poetica più significativa di quegli anni in Italia: si presenta piuttosto come un laboratorio aperto per molte tematiche legate alla sicilianità e alla lingua che faranno del futuro romanzo (Horcynus Orca) una delle opere più complesse e magistralmente strutturate di tutta la letteratura italiana. La seconda poesia, intitolata Di quella lingua che non so più dire,racconta dell’afasia tipica Novecentesca esperita dall’autore: provare la necessità di dire ma non trovare le parole.

Nessuno più mi chiama in una lingua
che mia madre fa bionda, azzurra e sveva,
dal Nord al seguito di Federico,
o ai miei occhi nera e appassita in pugno
come oliva che è reliquia e ruga.

[…]

(Di quella lingua che non so più dire)

Il dibattito sulla lingua che ancora interessava il dialetto rappresenta il confine del dicibile di D’Arrigo, diventando così per lui una sfida continua.

Dal 1942 al 1957 D’Arrigo lavorò a Roma come giornalista. Di questi 15 anni non si seppe nulla per diverso tempo poiché pubblicò i suoi articoli con il nome di Fortunato D’Arrigo. Successivamente anche grazie all’aiuto di Daria Biagi furono scovati un gran numero di articoli riguardanti la critica d’arte e la cronaca nera. Si potrebbe supporre che per un breve periodo D’Arrigo cercò di intraprendere “la via sciasciana”, una strada che tuttavia in seguito abbandonò del tutto.

Ai fini di un’indagine sul contesto di nascita ed elaborazione dell’Horcynus Orca è importante tenere in considerazione l’aspetto che lo coinvolse nell’ambito artistico. L’autore fu già incaricato di scrivere una recensione sulla mostra del pittore siciliano Omiccioli che dedicò parte del suo lavoro artistico alla rappresentazione della pesca del tonno siciliana; la visione di questi quadri stimolò una scrittura appassionatissima in D’Arrigo che probabilmente durante quell’esperienza sentì un “ritorno del rimosso”.

Una delle parole più ricorrenti all’interno dell’articolo di D’Arrigo è ulisside: questa parola richiama la similitudine tra i pescatori di tonno e Ulisse, entrambi coraggiosi nell’affrontare “il mare e le sue pericolosità”. Già a partire da questo articolo si può notare una rielaborazione del nòstos che pur richiamando il ciclo epico greco tuttavia racconta il desiderio dell’emigrato siciliano di ritornare a casa. Non stupirà scoprire a questo punto che l’Horcynus Orca è a tutti gli effetti il racconto del ritorno a casa di un reduce della marina italiana dopo la seconda guerra mondiale.

Il protagonista dell’opera, il marinaio Andrea Cambria (nel romanzo ‘Ndrja Cambrìa), viene colto dall’armistizio dell’8 settembre a Napoli e privato di strade praticabili e ferrovie decide di tornare in Sicilia a piedi nonostante quella terra sia così lontana dalla sua amata isola. Questa storia di ritorno è piena di difficoltà, riprese, meraviglie e stupore. Il romanzo inizia in media res,  quando ‘Ndrjaè già in viaggio, ma la storia del viaggio si sviluppa attraverso dei flashback.

L’amatissima moglie di D’Arrigo, Iutta, a cui è dedicato il libro e che aiutò il marito durante l’intera scrittura, dice che il marito fosse convinto che l’opera di un narratore consistesse nel dire qualcosa che il narratore non sa. Un elemento stilistico dell’opera che non passa inosservato, un esercizio per il lettore di scoperta continuo e ben calibrato nelle sue parti.D’Arrigo propone al lettore un viaggio conoscitivo della dimensione etnografia, della cultura italiana di quegli annidi cui parlarono anche antropologi (del calibro di De Martino) ed etnologi; l’autore quindi attraverso le parole scava nei modi di vivere di un tempo rimasti cristallizzati nelle profondità della terra siciliana. Questa scelta non va confusa con il gusto folkloristico, si tratta di una ricerca molto profonda nella quale D’Arrigo opera parallelamente raccontando la Sicilia travolta e distrutta dei pescatori e l’arrivo della modernità conosciuta nell’isola solo attraverso i bombardamenti.

Asse D’Arrigo – Gogol’

Se Holderlin ha influenzato significativamente l’Horcynus Orca dal punto di vista della lingua, indubbiamente Gogol’ lo ha fatto per quanto riguarda la scelta dei nomi dati ai personaggi (i cosiddetti nomi parlanti) e la questione della modernità. D’Arrigo, prima dell’Horcynus, si prestò a una riscrittura delle Anime morte che non venne mai pubblicata: non tradusse l’opera ma riprese il plot nel suo contesto storico siciliano introducendo una critica alla meschinità della borghesia rurale siciliana (evidentemente non molto lontana da quella russa).

Gogol’ racconta come la Russia del tuo tempo non fosse pronta all’arrivo della modernità e di come una parte della popolazione ne uscì distrutta e devastata; e di come un’altra, invece, spinta dal desiderio di sopravvivenza, cambiò radicalmente le sue strutture sociali imparando a vivere nel presente. Allo stesso modo, nell’Horcynus Orca racconta di una Sicilia nella quale ‘Ndrja, come altri personaggi, non riuscirono a sopravvivere alla modernità. Giunto a casa, il protagonista, vedrà la sua terracome un luogo in cui “non si può più o ancora non si può”. Un luogo in cui la modernità ha cambiato le regole del linguaggio, ma se l’uomo, così come la lingua, si possono realizzare solo attraverso il dialogo, come può l’uomo-‘Nrjacontinuare a vivere?

Il primo abbozzo dell’Horcynus, Racconto della testa di delfino, subì delle notevoli modifiche nella seconda elaborazione intitolata I giorni della fera o I fati della fera. In queste due fasi si può notare l’evoluzione lessicale che accompagnerà l’intero romanzo: i delfini e le fere, sono due creature completamente differenti, tuttavia per non tradire lo spirito e le intenzioni d’arrighiane non si dirà nulla di più se non che la differenza lessicale e concettuale qui presente rappresenta il fulcro evolutivo (linguistico, tematico, filosofico) dell’intera opera dove il linguaggio da lui inventato viene sviluppato con un andamento progressivo di scoperta.

Questa strategia rappresenta il modo trovato dall’autore per insegnare la sua lingua ibrida ai futuri lettori. Le peculiarità linguistiche, così come quelle tematiche (che vanno di pari passo) vengono introdotte in modo tale che la deviazione dalla norma turbi in maniera controllata e controllabile la percezione e la comprensione del testo dimodoché a lungo andare queste parole diventino per il lettore comuni.

L’opera di D’Arrigo testimonia come il mondo, anche quando sembra fondato su enunciati oggettivi, in realtà sia il semplice risultato del nostro condizionamento. Ciò che delizia gli occhi e lo spirito di alcuni può essere il nemico da uccidere e sconfiggere per altri. Infine, l’autore uscì con la terza e ultima elaborazione dell’opera, l’Horcynus Orca. L’uscita del romanzo accese grande interesse intorno a sé, soprattutto per le lunghe tempistiche che impiegarono l’autore, tuttavia il romanzo ultimato suscitò disappunto e scontento. Lo stesso Elio Vittorini, che appoggiò D’Arrigo fin dall’inizio presentò all’amico e autore degli appunti che peraltro l’autore rifiutò sin dall’inizio.

A quarantacinque anni dall’uscita di questa opera monumentale , sono ancora moltissimi gli interrogativi sulle intenzioni dell’autore, sullo sviluppo dell’opera e sul suo lungo processo di revisione. Per comprendere al meglio la storia di ‘Ndrja e dei suoi notevoli compagni di viaggio è necessario sviscerane i contesti, i luoghi, i tempi e gli animi.

Commenti
17 Commenti a “Un’indagine sull’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo”
  1. sergio falcone scrive:

    Si è creata una sorta d’aura attorno a questo libro. Ma è davvero un capolavoro?
    Sono stanco di sopportare la dittatura degli intellettuali e dei critici letterari.
    Mi fido solo di me stesso.

  2. Franco Festa scrive:

    La dittatura degli intellettuali e dei critici? Divertente…. E per fidarsi solo di se stesso bisogna studiare, studiare,studiare, e neppure basta. Grazie a Virginia Fattori per questa bella nota sul libro.

  3. Virginia F scrive:

    In risposta a Sergio Falcone. La ringrazio per il suo commento in quanto porta agevolmente a diverse riflessioni su questa opera. L’intenzione di questi articoli riguardanti l’Horcynus è prorpio quello di svincolare il romanzo dalla retorica dell’eccezionalità che si è venuta a creare. Per farlo ho ritenuto opportuno partire dalle basi, dagli elementi che hanno permesso culturalmente a questa opera di venire al mondo, ovvero Holderlin e Gogol’. Qualora fosse interessato a scorpirne qualcosa di più le consiglio i prossimi due articoli che spero riusciranno a rispondere a qualche domanda. E’ davvero un capolavoro? Beh da un punto di vista letterario certamente lo è, non credo ci siano dubbi a riguardo. Lo studio della lingua scelta e della struttura richiamano certamente altre grandissime opere, italiane e non, pur non sminuendo la grandezza di questa opera. Ovviamente però c’è anche un altro lato della medaglia ovvero il punto di vista del lettore che deve essere preso in considerazione dalla critica e dagli intellettuali. Appena mi sono affacciata allo studio e alla lettura di questa opera mi sono innvervosita pensando fosse volutamente troppo difficile da leggere, in realtà, è un’opera che richiede tempo e pazienza per essere letta, due elementi che nella nostra contemporaneità troppo spesso sono andati persi. Spero che continuerà a leggere i prossimi articoli e magari potrà farsi un’idea diversa di questa opera e del suo percorso.
    Un saluto,
    Virginia

  4. Virginia F scrive:

    In risposta a Franco Festa. La ringrazio Franco per il commento e sono contenta che l’articolo le sia piaciuto! Inoltre mi trovo d’accordo con lei, talvolta per potersi fidare di sè stessi è necessario studiare e conoscere le cose in maniera più approfondita. Questi articoli vorrebbe rendere più agile e comprensibile la scoperta di questa opera che come si vedrà nell’ultimo articolo è piuttosto legata al periodo storico che stiamo vivendo.
    Cordiali saluti,
    Virginia

  5. Lucariello scrive:

    Correggiamo refuso titolo, grazie

  6. Lucariello scrive:

    Mi sanguinano le orbite, non riesco a iniziare la lettura

  7. Lucariello scrive:

    Gnaaa posso fa’, “passo”.

  8. Virginia F scrive:

    In risposta a Lucariello. Buonasera, ho avvertito la redazione del refuso, mi dispiace per l’inconveniente. Talvolta capitano errori di battitura e refusi sia nel testo che non. Data la sua attenzione la invito in ogni caso a leggere l’articolo ed eventualmente condividere le sue riflessioni a riguardo. Per lei e chiunque altro avesse domande e dubbi lascio anche la mia mail: virginiafattori@gmail.com
    Un saluto,
    Virginia

  9. minima&moralia scrive:

    chiedo scusa per le sue orbite gentile lucariello, si è trattato di una imperdonabile mia svista. grazie per la segnalazione seppur sanguinosa.
    liborio conca

  10. Marco scrive:

    Corregga per favore l’incipit. Dieci anni dopo “Horcynus Orca” D’Arrigo pubblicò un secondo romanzo, “Cima delle nobildonne”, che è un altro capolavoro.
    Cordiali saluti.

  11. Lucariello scrive:

    Questo però lo sostiene lei, signor Marco, come la mettiamo? È la classica “he said|She said situation”

  12. Marco scrive:

    Il dato di fatto del secondo romanzo non è una mia opinione. È questo quello che conta.
    L’aggiunta sul valore dell’opera è una cosa secondaria, sulla quale naturalmente si può discutere.

  13. Piercarlo Batté scrive:

    È vero, servono pazienza e costanza e dopo 5 riletture trovo sempre aspetti nuovi, il che conferma che per me si tratta di un grande classico. Consiglio anche la lettura de “I fatti della fera” edito nella Bur, una delle molte “prime” stesure del romanzo

  14. Giuffranco scrive:

    ….articolo molto approfondito, spiace però constatare che il romanzo è introvabile nelle librerie: più volte negli ultimi anni mi è capitato di cercarlo invano.

  15. Virginia F scrive:

    In risposta a Giuffranco. Purtroppo ha ragione. Personalmente ho chiesto alla mia libreria di fiducia di ordinarlo e sono riuscita ad averlo dopo una quindicina di giorni. Spero riuscirà a trovarlo.
    Un saluto
    Virginia

  16. Virginia F scrive:

    In risposta a Marco. La ringrazio per la segnalazione e l’interessante chiacchierata avuta via mail. Ovviamente è stata una mia distrazione dato anche il fatto che sarebbe piuttosto interessante approfondire con un quarto articolo il solo tema dell’ orca anche in relazione a come questo viene affrontato in Cima delle nobildonne, dove il temibile mostro diventa un semplice soprammobile. Qualora ci fossero più persone interessate ad approfondire l’argomento sarei ben contenta di creare un nuovo contenuto ad hoc.
    Virginia

  17. alberto noale scrive:

    leggete e diffondete Horcynus Orca!

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