Arno-Schmidt-Mein-Herz-geh-rt-dem-Kopf-3-

Un inedito di Arno Schmidt

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(Arno Schmidt nel 1962, fotografato da Rolf Becks. Fonte immagine)

di Dario Borso

I profughi è un romanzo breve scritto da Arno Schmidt nel 1952 e ora da me tradotto per Quodlibet. Insieme a Paesaggio lacustre con Pocahontas (tradotto per Zandonai), di cui anticipa le soluzioni stilistiche mantenendo però un andamento più piano, esso chiude il ciclo aperto col Leviatano (tradotto per Mimesis), che aveva valso all’autore un prestigioso premio consegnatogli da Alfred Döblin.

Il cuore de I profughi è una storia d’amore in tempo di miseria. Lui scrittore che campa di traduzioni sottopagate, lei giovane vedova di guerra con pensione minima e gamba amputata causa bombardamento: s’incontrano in treno ecc. Lo sfondo è dato da un fenomeno che nel secondo dopoguerra interessò oltre dieci milioni di tedeschi espulsi dai territori orientali, ammassati verso il Reno in zone devastate e spinti poi a trasferimenti vari dal Nord al Sud della Germania, con tutti problemi del caso: sopravvivenza alimentare, tensioni con gli indigeni, sordità amministrative… Detto questo, è detto forse un decimo: il resto infatti è cultura, umorismo, pietas.

Nel 1955 Schmidt ebbe problemi non solo con la giustizia, per la querela di blasfemia e pornografia riguardante Pocahontas, ma pure con le sue tasche: non aveva più un soldo, e un amico gli consigliò di scrivere qualcosa per i giornali. Così Schmidt aggiustò e montò qualche brano dei suoi Profughi, senza fortuna però, dacché i due pezzulli (di cui il primo si può leggere qui) giacciono tuttora alla Arno Schmidt Stiftung di Bargfeld.

Trasporto in tardo autunno

1.) Finalmente il colpetto di legno sulla schiena; ogni profugo guardò su se cadeva la sua valigia. E già la città era via : gran manovre dell’aria; luci madide viaggiavano lungo gli orizzonti; cavalli d’ombra, sfrecciavano gli alberi all’indietro; il vetro del crepuscolo si appannò ancora più grigio. Ogni stazione ci torturava con lampade ad arco, mozzava mani, seppelliva precipitosamente svelta i torsi rigati in casse di luce troppo corte, sicché Katrin sembrò senza testa.

2.) «Come fanno a dormire tutti gli altri !» si stupì cauta, «io già da piccola ero uno spirito così inquieto, mio nonno faceva il calzolaio, e i vecchi si sa lavoravano terribilmente a lungo: così di notte stavo sempre sveglia, e ascoltavo i rumori giù.» La sua bocca brancolava dolce e uniforme tra i ricordi, accanto a me, su morbide scarpe-labbra, rosse pantofole di velluto.

3.) Ci fu un altro scossone terribile; roba scintillante passò via rosso seta, e avanzammo un altro pezzetto. La luce tagliò con mannaie arrotate lo scompartimento; fasci di spade dentute ci corsero alte contro; ancora passò la grande sega in ottone sul viso di ciascuno. Katrin tirò fuori la fiaschetta col caffè limaccioso della Croce Rossa, e ci spartimmo una delle benintenzionate fette al miele. (Il treno gemé e mugghiò emeralopico contro noi; le porte brontolavano nei telai; legno recalcitrante mi picchiava ovunque).

4.) Appoggiarsi vicendevole; stretto; e sognare. L’alto ossuto si era messo il foulard rosso e un giubbetto tommy e disse forte : «Dal governo non ci aiutano : allora ci muoviamo noi !» Così caricammo di nuovo i vagoni e ci riversammo su tutte le strade per ogni dove; il vento spiegazzò le nostre coperte-mantello; i secchi latravano dietro contro i fanalini accesi. Sopra sedeva una donna katrinescamente magra, il bimbo avvizzito al braccio amputato, e suonò un’allarmante canzone con lo scacciapensieri, che i grassi indigeni nelle loro fattorie atterrirono e bisbigliando telefonarono alla polizia. Venuta sera la guida distribuì solo fiammiferi; e dal cartello stradale multibraccia svignammo in tutte queste direzioni.

5.) Verso mattina il nostro viaggio si fece più movimentato. Storpi-pini emergevano da bianche paludi; pozzanghere correvano via su sentieri-serpente; all’incrocio uno straniero teneva con ambo i guanti la sua rigida bici; palizzate ammuffite tornarono per un pezzo a galoppare accanto; poi i boschi gridarono ancora forsennatamente sopra noi.

6.) Katrin rise stravolta, ma soffiò divertita nella sua piccola armonica a bocca “Cara patria : adié” con aigu.

7.) Vasto grigio mattinale attaccato con la puntina piatta della luna alla notte fuggente. Poi cielo rossocorroso con nubi a strisce : anche il suo viso divenne altrettanto rosso e giallo. Disseppellii il libro di tasca : “… La portò, su una nube d’argento, / in un’isola che, celata allo sguardo / dei naviganti, riposa sotto nuvole eterne.” «– beeello –» stiracchiò lei, e s’appoggiò più stabile alla nostra sporca nuvola fracassona. “… Tu sei la stessa / per cui sovente piansi a mezzanotte ! / Alla tua vista tacevano tutti i desideri; / dai tuoi sguardi irraggiavano pace e voluttà.» (Wieland : voluttà. Ecco.) «Però», fece colpita. Il fuoco del sole divorava più alto la via nel legnoso mattino; la grigia luna zitella scomparve in una qualche palude.

8.) «Le 5 e 52? – : allora ci siamo tra un’ora!»

Commenti
2 Commenti a “Un inedito di Arno Schmidt”
  1. Daniela Andreis scrive:

    straordinario, come sempre e come sempre in bilico su una poesia da compiersi ancora.
    grazie Dario. come ti ringraziai per Leviatano.

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