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Un invito nella Emilia Romagna terremotata

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(Fonte immagine)

Ad un anno dallo straordinario 5 maggio 2013 all’Aquila, domenica prossima la comunità del patrimonio culturale tornerà a riunirsi: questa a volta a Mirandola, nel cratere del terremoto che due anni fa sconvolse l’Emilia.

Perché proprio lì? Perché è urgente ripetere proprio lì il messaggio che scaturì dalla giornata aquilana: e cioè che il vero valore in gioco non è il restauro di alcuni oggetti, ma la sopravvivenza del rapporto tra la comunità e i suoi monumenti. Gli storici dell’arte non studiano solo delle ‘cose’, ma il rapporto tra l’uomo e queste cose, nel tempo.

In Italia non sarà forse mai possibile evitare che i terremoti uccidano e distruggano i monumenti: ma invece possiamo far sì che essi non cancellino il legame vitale tra una comunità e il suo territorio: fatto di paesaggio e patrimonio artistico.

E se in Emilia è stata veloce ed efficiente la ricostruzione dei capannoni e delle case, la gran parte dei duemila edifici storici colpiti dal terremoto sta ancora aspettando di essere restaurata. Un’ondata di demolizioni affrettate e poi un precoce oblìo rischiano di far passare l’idea che in fondo si vive bene anche senza quei punti di riferimenti identitari e culturali che sono i luoghi storici monumentali: campanili, chiese, palazzi.

Dopo due anni, siamo alla vigilia dell’approvazione dei primi progetti per il restauro di questi monumenti, e c’è la fondata preoccupazione che venga messo in pratica lo slogan che dominava il Salone del Restauro di Ferrara dell’anno scorso, che era Dov’era, ma NON com’era. Secondo una discutibile e macabra retorica, il terremoto avrebbe dato un’ ‘occasione’ per svecchiare il tessuto dei centri storici emiliani: e dunque via libera alle speculazioni, alle modifiche, gli abbattimenti, alla pittoresca ‘ruderizzazione’ dei monumenti. Si fosse fatta questa scelta dopo la Seconda Guerra Mondiale, oggi non avremmo il Ponte a Santa Trinita a Firenze, il Tempio Malatestiano a Rimini, l’Archiginnasio a Bologna e moltissimo altro.

Invece, ed è una gran buona notizia, esiste un popolo che andrà a Mirandola a dire che i cittadini rivogliono tornare a vedere i connotatistorici della loro terra. Perché senza quel contesto, il testo della nostra vita individuale e sociale ha meno senso. E non è una pretesa intellettualistica di un élite, come dimostra bene unastoria di Mirandola.

Uno degli episodi più luminosi del post-sisma è stata la creazione, all’interno del Palazzo Ducale di Sassuolo, di un Centro di raccolta e cantiere di primo intervento sulle opere mobili danneggiate: un centro organizzato in modo esemplare, coordinato da Stefano Casciu, soprintendente di Modena . Perché le soprintendenze – proprio quelle spesso vilipese, e che l’attuale governo ha appena annunciato di voler «accorpare» – quando sono messe in grado di farlo, funzionano molto bene.

Ma accanto al lavoro delle soprintendenze, c’è stata anche una mobilitazione dal basso: di quei cittadini che hanno a cuore il loro patrimonio. A Mirandola una delle chiese più colpite è stata quella del Gesù, ancora non messa in sicurezza (e la cosa sta diventando scandalosa) e dunque ancora colma di macerie e di opere e arredi sacri più o meno distrutti, certo costantemente in pericolo. Qui il 30 luglio del 2012 i Vigili del fuoco hanno coraggiosamente recuperato tre monumentali cornici lignee barocche (veri e rarissimi capolavori nel loro genere): ed esse sono state immediatamente ‘adottate’ dall’associazione la Nostra Mirandola, che dal 2001 teneva aperta la chiesa, prendendosene cura. L’indomita e generosa presidente dell’associazione, la signora , ha trovato loro un provvisorio, ma sicurissimo e gratuito, domicilio nel capannone di un generoso concittadino industriale: e se ne è presa cura, non senza suscitare qualche comprensibile gelosia negli organi di tutela.

Un capannone che ospita tre opere barocche: ecco un simbolo potente. Che significa che non c’è alcuna opposizione tra l’Emilia operosa e imprenditoriale e l’Emilia dei monumenti da salvare: sono due facce essenziali della stessa comunità.

Il miglior modo per spiegare che salvare il patrimonio culturale vuol dire salvare il futuro, non il passato.

Ecco, dopodomani in tanti saremo a Mirandola per dire che la signora Nicoletta e la sua associazione non sono soli: siamo in tanti a chiedere che quella essenziale faccia dell’Emilia, cioè dell’Italia, rinasca in fretta.

E rinasca com’era e dov’era, per consentirci di continuare a crescere insieme.

Tomaso Montanari (1971), storico dell’arte, ha pubblicato per Einaudi i saggi A cosa serve Michelangelo e Il barocco; per Skira, il pamphlet La madre di Caravaggio è sempre incinta. È editorialista per la Repubblica. Con minimum fax ha pubblicato Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane (2013) e Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà (2014).
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  1. […] il discorso che Tomaso Montanari ha pronunciato domenica scorsa a Mirandola. Domani alle 15 Tomaso Montanari sarà al Salone del Libro di Torino per partecipare […]



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