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Un irlandese in America

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Pubblichiamo un estratto da Un irlandese in America — La New York di Brendan Behan. Il libro dello scrittore e drammaturgo irlandese è uscito in questi giorni per 66thand2nd, che ringraziamo. I disegni sono di Paul Hogarth.

di Brendan Behan

Il celebre Greenwich Village è l’unico vero quartiere latino di tutti i posti che conosco, e anche in Europa occidentale. Dicono che sia pieno di sesso a pagamento, e senza dubbio è un luogo di perversione. La perversione c’è a Londra come a Parigi, a Reykjavík come a East Jesus, nel Kansas. C’è perversione ovunque, ma l’unica cosa eccitante che ho trovato nel Village è stata quando mi hanno offerto della marijuana. Purtroppo, la povera vecchia marijuana ha dovuto vedersela con un paio di bottiglie di bourbon, quindi non saprei dirvi granché.

Pure lì ci sono i ciarlatani e i superciarlatani, anche se penso che nessuno sia un ciarlatano dalla testa ai piedi. Al diavolo, non ne ho mai visto uno che non fosse disposto a offrire da bere a un artista in difficoltà se aveva i soldi per farlo, così da rendersi utile pure lui. E tra la gente del Village esiste anche una precisa forma di lealtà che va dalla casalinga italiana che cresce i propri figli, allo scaricatore di porto irlandese fino agli artisti, che siano ciarlatani oppure no.

Alla gente, che stia nelle latrine o nelle zone residenziali di tutto il mondo, piace ovviamente rimanere inorridita di fronte alle attività ricreative degli artisti anche se, in un libro che si chiama I peccati di Peyton Place, ho appreso che nemmeno la bourgeoisie – o «la booboisie», come la chiamava H.L. Mencken – se la cavava troppo male.

C’è anche il quartiere italiano dove ogni anno, nel mese di settembre, si tiene la festa di San Gennaro, che è davvero una festa. Per assistervi viene gente da Harlem, Chinatown e da tutte le parti, e si raduna una tale folla che ballare è fuori questione. Cibo ce n’è comunque in abbondanza e anche un po’ di gioco d’azzardo, ma non credo si possano vincere tanti soldi, visto che San Gennaro era un santo povero. Era anche un agnostico, quindi non metteva in imbarazzo nessuno con miracoli o roba del genere. Se si vuole andare a messa, c’è la chiesa francescana di St Anthony, che ha uno spazio interno dove i giovanotti giocano a basket mentre le loro fidanzate stanno sedute a chiacchierare, facendo uso talvolta di un linguaggio tutt’altro che francescano. Ai francescani però non importa. Fanno un ottimo lavoro con i ragazzi e le ragazze del Village.

Alcuni bar sono piuttosto famosi. C’è per esempio il White Horse, che era il locale preferito di Dylan Thomas, e la O’Henry’s Steak House, dove andava Norman Mailer quando veniva nel Village. Mailer ha una casa a Brooklyn Heights e una volta ha organizzato una festa per il Saint Patrick’s Day di cui posso raccontare più o meno tutto, e dico più o meno perché, beh, è stata proprio una bella festa. Poi c’è il Chumley’s a Bedford Street e lo Stefan’s a Christopher Street, dove so che una volta il barista non parlò troppo bene di me sul piano personale, anche se gli piacevano le mie commedie. Non ce l’ho con lui. Ha diritto alle sue opinioni, come chiunque. Un giorno, al Ricky’s, conobbi il compianto Franz Kline, che a quanto ne so era un bravissimo pittore. M’invitò nel suo atelier, che si trovava nel Village. Immagino che metteranno una targa commemorativa sulla facciata di casa sua, anche se ci vorranno dieci anni prima che si decidano.

Il cuore di tutte le attività è in Washington Square, una bella piazzetta con le case georgiane che ricorda un po’ l’architettura della mia città natale. C’è perfino un petit Arc de Triomphe detto Washington Arch, dei magnifici alberi e quelli che a Brooklyn chiamano «i boids». Ad onor del vero, non ho mai sentito nessuno chiamarli così ma forse non me ne sono accorto perché parlo anch’io così.

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Nel Village si possono trovare alcuni tra i più emozionanti spettacoli teatrali, come Il contatto di Jack Gelber e I negri di Jean Genet, e devo anche ricordare a me stesso di aver avuto qui due rappresentazioni off-Broadway. L’impiccato di domani è stato messo in scena da José Quintero al Circle in the Square, uno dei teatri più famosi al mondo, mentre L’ostaggio è stato messo in scena all’One Sheridan Square da Perry Bruskin, che vive in una casa molto bella, anche se lontana dall’isola di Manhattan. Ci sono anche proiezioni di film che di solito non si vedono in città.

Di domenica, Washington Square è un posto unico per gli amanti della musica folk. Personalmente io detesto i cantanti folk. Li metterei tutti al muro, perché sono un cantante anch’io – o almeno lo ero finché la mia laringe non ha ceduto per le troppe sigarette. E poi raccontano sempre un mucchio di balle. Prendono in mano un vecchio banjo e si fanno chiamare cantanti folk. Ora, mio zio ha scritto un sacco di canzoni irlandesi e io ho imparato canzoni anche da mia madre, che non la finiva mai di cantare. Neanche la Grande depressione è riuscita a fermarla. Io so cantare in gaelico e in inglese, e ho perfino provato in modo strampalato a cantare in francese, ma non ho mai creduto di essere un cantante folk.

Riconosco però che alcuni di questi pseudo cantanti folk sembrano essere degli ottimi compositori, anche se tanti di loro non ammetterebbero mai di non essere gli autori di quelle canzoni. Io ho scritto una canzone su Michael Collins, il comandante in capo dell’esercito dello Stato Libero d’Irlanda che accettò il trattato con l’Inghilterra, e contro il quale combatté mio padre. Sul piano politico neanch’io la penso come lui, sebbene il poveretto sia stato ucciso circa sei mesi prima che io nascessi. Ho comunque scritto una canzone su di lui usando una melodia gaelica. Credo che sia una bella canzone ma purtroppo non posso cantarla, non soltanto a causa della mia gola ma anche perché non ricordo mai niente di quello che scrivo.

Mi dimenticherò di questo libro molto prima che voi lo acquistiate, ve lo posso assicurare. Cantare le proprie canzoni o leggere le proprie opere è per me una forma di incesto intellettuale. Non m’importa che siano neri o bianchi, che cantino canzoni su Dio o sulle sofferenze dei pescatori di San Salerno o sui raccoglitori di ostriche della baia di Chesapeake o di Sheepshead, o come si chiama. Se vogliono cantare, che cantino pure. Ma non pretendano di farsi chiamare cantanti folk. Se fossi un giovane scapolo, credo che potrei anche tollerare questi maledetti frignoni, piagnucoloni e strimpellatori di mandolino, e consiglierei agli altri giovani di fare lo stesso. Tollererei i tipi con la barba – non c’è niente di male a portare la barba, è una sorta di marchio – e le ragazze con la pettinatura da Monna Lisa, e tollererei perfino di stare seduto in terra. (Credo che le sedie vengano bruciate perché evidentemente ritengono che non siano il posto adatto per ascoltare uno di questi piagnoni).

In compenso ci sono sempre delle ragazze carine sedute sull’erba o sul selciato, che osservano rispettosamente l’ultimo prodotto d’importazione dei monti Appalachi che canta le proprie canzoni. Se una ragazza è troppo assorta ad ascoltare lo strimpellatore di banjo sul palco, si può sempre metterlo fuori gioco sussurrandole nell’orecchio che il tipo è omosessuale.

Se non funziona, potete andare a comprarvi uno stramaledetto mandolino, e anche se venite dal Lower East Side, potete camuffare un po’ il vostro accento e dire di arrivare dal Kentucky. Ovviamente non ho niente contro il Kentucky. Meglio smetterla qua, tanto l’importante è riuscire a starsene seduti accanto a queste giovani signore. Ad ogni modo, i giovani di tutto il mondo hanno deciso che il Village è il non plus ultra e io credo che abbiano ragione. E credo anche di averci bevuto un sacco di vino.

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Immagino che in un determinato periodo il Quartiere Latino di Parigi sia stato simile al Village, quando proprietaria della famosa libreria era Sylvia Beach. Era una newyorkese straordinaria, una donna notevole, motivo d’orgoglio per l’umanità. Amava New York un po’ come io amo Dublino, cioè a distanza. A tremila miglia di distanza.

È stata anche la prima a pubblicare le opere di James Joyce, che all’epoca si trovava a Parigi. Joyce inviò una sua opera teatrale intitolata Esuli al Théâtre de l’Œuvre, e subito gli fu rispedita indietro. «Signor Joyce,» diceva la lettera di rifiuto «abbiamo appena combattuto una guerra mondiale che ha fatto molte vedove e molti orfani. Riteniamo che la sua commedia sia un po’ troppo triste». «Presumo che per rallegrarla Richard [il protagonista] avrebbe dovuto avere una gamba di sughero» fece notare a Sylvia Beach con amarezza Joyce, che poi mise da parte quella commedia e continuò a scrivere l’Ulisse, che aveva quasi ultimato. Secondo me un po’ di divertimento non guasta, per questo ho deciso di intitolare la mia prossima commedia Richard gamba di sughero.

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