Un libro sull’Italia o parla di mafia o non ha successo

Gay Talese, 79 anni, pioniere del new journalism con Mailer e Capote, è stato ospite qualche settimana fa al Festival di Massenzio e in quella occasione Stefano Ciavatta lo ha intervistato per Linkiesta. Noi vi riproponiamo la sua intervista.

Gay Talese, l’ex fattorino del New York Times figlio di immigrati dalla provincia di Catanzaro, pioniere del new journalism insieme a Norman Mailer, Truman Capote e Tom Wolfe, giornalista per il NYT, Times, New Yorker, Haper’s Magazine, Esquire, sta girando l’Europa per un ciclo di incontri e lezioni. Leggerà un pezzo inedito a Massenzio per il Festival delle letterature.

«Al festival – dice – leggerò un testo sulla riluttanza a mettere in piazza la biografia di mio padre. Per ogni americano di origine italiane, io vengo dalla Calabria, la storia a cui apparteniamo è già di per sé una storia di frammentazione. Ho sempre vissuto la condizione di incertezza se essere italiano o americano. Ma c’è di più. I figli di immigrati italiani hanno avuto sempre grandi difficoltà a parlare delle loro origini, eravamo come i musulmani di oggi. All’epoca l’Italia era rappresentata da Mussolini e dalla mafia. Una intera generazione di scrittori è stata silenziata perché per dire tutta la verità rischiavi di mettere in imbarazzo qualcuno».
Intanto Rizzoli ristampa il libro “Onora il padre” (1971), monumentale saga della famiglia Bonanno e del suo boss Joe Bonanno detto Bananas, un reportage sulla mafia italiana in America negli anni 60. E Talese commenta: «Per avere successo commerciale come scrittore devi e sottolineo devi scrivere di mafia, gli unici libri di autori italo-americani che vendono, sempre che ci metti la firma. È accaduto anche al cinema, con attori come De Niro e registi come Scorsese e Coppola. Continua ad accadere con le serie tv dei Soprano e di Jersey Shore. Se non togli glamour agli italiani non puoi piacere e acquistare popolarità. Devi sempre dire che sono mafiosi e criminali».
I suoi 79 anni Gay Talese se li porta benissimo. Cravatta, fazzoletto in tasca e completo. Non a caso di recente a Barcellona, di fronte a una platea di studenti, si è divertito a dare consigli di look: «L’aspetto è importante. Un giornalista è uno straniero che vuole incontrare le persone e imparare cose da loro. Se vi vestite correttamente e con le buone maniere, almeno non vi chiuderanno la porta in faccia. Toglietevi i jeans e bruciateli, essere giornalisti è come se si dovesse mettere su un matrimonio, o andare a un appuntamento con una ragazza che ti piace o un funerale, perché quello che facciamo è una cosa che assomiglia a una cerimonia. Ogni giorno nel giornalismo, è un occasione speciale. Quello che fai è vendere la verità, così ben vestito. Sei vestito per la storia!».

Dopo Sinatra, a cui ha dedicato uno dei suoi reportage più celebri per Esquire, e Joe DiMaggio chi sarebbe oggi l’italo-americano da intervistare?
«Sicuramente Madonna e Lady Gaga, le più importanti cantanti pop. E le intervisterei pure se mi fosse permesso. Comunque Sinatra per me è stato il più grande, nessuno come lui. Secondo me è ancora vivo, nonostante siano già passati molti anni dalla sua morte. Tempo fa ero in un ristorante, stavo aspettando il taxi, ho visto questa cameriera che ballava sul pavimento bagnato mentre la musica del locale trasmetteva un pezzo di Sinatra».

In Italia molti scrittori noir si vedono come i nuovi giornalisti d’inchiesta. Che ne pensa?
«Fiction contro non fiction? Il giornalismo può anche essere creativo senza incorrere in una falsificazione. Quando ero giovane adoravo la narrativa ma non la storia né il giornalismo. Poi però ho cominciato a raccontare storie reali, verificabili anche dal lettore, senza un grammo di bugia. Questa è la sfida della non fiction: avvalersi delle tecniche da romanziere ma continuare a raccontare storie vere».

In una recente intervista ha dichiarato che i giornalisti oggi hanno poco coraggio. Perché?
«Il poco coraggio era riferito ai giornalisti americani. Semmai vi è stato un fallimento del giornalismo americano è stato quello politico, che ruota intorno a Washington, dei giornalisti che scrivono del potere. Per me ha altrettante colpe del governo, e per colpe intendo la scelta del nemico sbagliato dopo l’11/9, l’invasione precedente in Iraq. Nessun politico mediorientale, nessun Gheddafi sarebbe da mettere alla sbarra in realtà, prima dovrebbero prendere quei comodi personaggi che si stanno godendo un posto al sole, come Cheney e Bush. La stampa si è fatta scandire le parole dai tempi del potere. Quella stampa ci ha riempito di balle, mancando di freddezza e cinismo, le vere qualità del giornalismo. Anche la stampa americana ci ha regalato la guerra».

Che ne pensa del fenomeno Gomorra?
«Gomorra non mi sembra un film che rende glamour la mafia. Penso a Pileggi, lo sceneggiatore di Scorsese, Puzo, al sottoscritto, noi abbiamo messo del glam nella mafia, noi abbiamo raccontato il fiume di soldi a Las Vegas, la ricchezza vera. Sia nel libro che nel film tutto questo non appare: in Gomorra le vite sono vuote, hanno soldi che non stringono mai niente. E allora di queste persone pensi: ma chi te lo fa fare? La gente vive in povertà. Anche i killer sono poco cosa. Da noi la mafia è in declino. Ha avuto il momento di massimo fulgore negli 30 col proibizionismo, l’affermazione dei Lucky Luciano, dei Joe Bonanno. Però erano famiglie siciliane per la maggior parte, con dei codici rigidi di disciplina, omertà compresa. I loro nipoti invece non sanno come fare. Quest’anno un membro di un certo calibro dei Bonanno ha testimoniato contro la sua stessa famiglia. Una volta non sarebbe stato possibile. Questo genere di cose sarà la fine della mafia».

Uno dei suoi bestseller è La donna d’altri (1975), inchiesta sulla vita sessuale americana, sul rapporto del sesso con la solitudine e col potere. Che ne pensa del caso Berlusconi e di quello di Strauss-Kahn?
«Penso che Strauss-Kahn oggi ha la sua bella difficoltà a trovare una situazione alberghiera…Ma, come vede, la realtà supera sempre la fantasia dei romanzieri. Certi fatti sembrano irreali, in realtà basta essere dei semplici reporter per raccontare quello a cui uno scrittore non crederebbe».

Stefano Ciavatta, giornalista. Ultimamente scrive di cose romane per Il Foglio.
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