Labirinto

Un maestro del depistaggio

Questo pezzo è uscito per Alias

«Per prima cosa l’occhio si poserebbe sulla moquette grigia di un lungo corridoio, alto e stretto. Le pareti sarebbero armadi di legno chiaro, dalle luccicanti guarnizioni di ottone. Tre stampe, raffiguranti l’una Thunderbird vincitore a Epsom, l’altra una battello a pale, il Ville-de-Montereau, la terza una locomotiva di Stephenson, guiderebbero verso un tendaggio di pelle, sorretto da grossi anelli di legno nero venato, che un gesto semplice basterebbe a far scorrere. Alla moquette, allora, si sostituirebbe un pavimento di legno quasi giallo, ricoperto in parte da tre tappeti dai colori smorzati», continua per diverse pagine la descrizione di un lussuoso appartamento, completamente coniugata al condizionale, che apre Le cose (Einaudi, trad. di Leonella Prato Caruso) di Georges Perec: uno degli incipit più famosi della letteratura francese del secolo scorso nonché esempio luminoso della perfetta coincidenza di schemi grammaticali e abissi emozionali che l’abile mente dello scrittore parigino è stato capace, a più riprese, di escogitare.

Le cose è composto come una sorta di suite retorica in tre movimenti: «una storia sulla povertà mescolata inestricabilmente all’immagine della ricchezza» (come lo definì Roland Barthes) non poteva che prendere le mosse dall’allegra inconsistenza del tempo verbale più indeterminato e immaginifico – il condizionale del desiderio, appunto – trasformato poi, nella seconda parte, nell’imperfetto del presente arrabattarsi («Con gli amici, la vita, spesso, era un turbinìo»), per concludersi infine – altra mirabile prova di oltranzismo grammaticale – in un mesto epilogo tutto al futuro che inchioda i protagonisti del romanzo alla banale ineluttabilità del loro destino. Condizionale-imperfetto-futuro: basterebbe sottolineare il perfetto funzionamento di questo semplice dispositivo formale per smentire le accuse di sociologismo, contenutismo eccetera che piovvero sul libro all’indomani della sua pubblicazione e della consacrazione del suo giovane autore (aveva 29 anni, nel 1965) con il prestigioso Prix Renaudot. Accuse imprecise più che scorrette: di sociologia è pieno il libro come piena fu la vita di Perec (e quella di moltissimi intellettuali francesi dell’epoca), il quale pochi anni dopo la pubblicazione del fortunato esordio fondò, insieme a Jean Duvignaud e Paul Virilio, una rivista molto sociologica intitolata Cause commune. Se sociologico è lo sguardo (e lucidissimo), perfettamente letterario resta però il risultato finale, e se ancora leggiamo con profitto questo romanzo è certo a causa dello scrittore prima che dello studioso. Duvignaud oggi lo conoscono in pochi, molti libri di Virilio già sanno di vecchio (per eccessivo zelo contemporaneista), Le cose, al contrario, produce ancora un effetto quasi sconcertante per come continua, inesorabilmente, a parlare di noi. I protagonisti di questa «storia degli anni Sessanta » (come recita il sottotitolo) sono una coppia di ventenni dotati di una discreta cultura e di aspirazioni intellettuali, per vivere fanno interviste motivazionali, sono (diremmo oggi) precari, vanno spesso al cinema, hanno un gruppetto di amici nell’ambiente intellettuale-pubblicitario, si muovono in una città che si trasforma, diventando sempre più radical chic (l’invenzione del termine da parte di Tom Wolfe è di quegli anni), in un ambiente sociale sempre più midcult (pure le teorizzazioni di MacDonald sono coeve), cercano senza successo un orientamento politico, e soprattutto vivono ammalati di un’appassionata, smodata fame di benessere. Vogliono molte più “cose” di quante se ne possano permettere e questo divario tra un immenso mimetico desiderio di beni e posizioni (l’incipit al condizionale) e le possibilità offerte dal loro status reale è lo stesso che ancora attanaglia le società occidentali, costringendole agli imperativi economicistici dell’eterna crescita e a quelli psicologici dell’eterna ansia. Parla di noi questo racconto degli anni Sessanta, così gelidamente sospeso alla flaubertiana ironia del narratore, e la sua flagrante attualità fa la strana, inquietante impressione di una Storia che si sia bloccata lì, tra i trenta gloriosi e una crisi diventata il nostro pane quotidiano.
Al di là delle alterne fortune in vita, Georges Perec è uno scrittore da tempi lunghi. Che la sua opera sia entrata (discretamente, silenziosamente) nella ristretta cerchia dei cosiddetti classici lo dimostra il continuo interesse che gli editori, anche italiani, rivolgono ai suoi testi. Accanto a questa doverosa ristampa del suo primo libro (accompagnata da un ottimo saggio introduttivo di Andrea Canobbio) troviamo oggi due opere minori: Storia di un quadro (Skira, trad. di Sergio Pautasso) è una raffinata variazione sul tema della falsificazione (da affiancare al bellissimo, semi-sconosciuto, racconto intitolato Viaggio d’inverno) e «una specie di epilogo alla Vita istruzioni per l’uso», come lo definisce Bernard Magné (il grande romanzo della maturità funzionerebbe come «generatore » delle numerose tele esposte, con spudorato godimento descrittivo, all’interno di questo denso libretto); infine, per la prima volta tradotto in italiano da Ferdinando Amigoni (pure responsabile di un meticoloso apparato di note), La bottega oscura è proposto da Quodlibet nella collana diretta da Cavazzoni, dove pure alberga l’ultima incarnazione del perecchiano Uomo che dorme. 124 sogni sono qui raccolti in ordine cronologico a comporre il diario onirico di un autore che con il proprio inconscio intrattenne un lungo e serrato corpo a corpo. Vero e proprio figlio della psicanalisi, Perec fu, ancora bambino, paziente di Francoise Dolto e più tardi di J.B. Pontalis. Quest’ultimo rifiutò di utilizzare in sede analitica i sogni poi finiti nella Bottega sospettandone il carattere artificioso, fin troppo letterario: «parevano consegnati – ha scritto – registrati e trattati come un testo da decodificare (…) forse addirittura li sognava come faceva le parole crociate, i solitari, i puzzle, o come si dedicava a giochi di scrittura». Aiutano a schiarire questi sogni ipercodificati le molte indicazioni del curatore, con i limiti inevitabili di qualsiasi incursione provvisoria nello sterminato universo intertestuale e cripto-autobiografico allestito dallo scrittore nella sua breve ma prolifica esistenza. Perec morì a quarantacinque anni lasciandosi alle spalle una messe di opere più o meno compiute, di testi anomali e bizzarri, di complicati progetti tutti fittamente intrecciati nel groviglio delle sue ossessioni. Almeno tre opere (Le cose, W o il ricordo d’infanzia, La vita istruzioni per l’uso) spiccano oggi come le vette insuperate di uno straordinario lavoro di ricerca artistica e letteraria. Sono libri imprescindibili. Il resto fa la gioia e i tormenti della piccola ma agguerrita schiera di pereccofili, o pereccomani: appassionati attraversatori di labirinti, insonni interpreti di minimi indizi, improbabili inseguitori di un maestro assoluto nell’arte sottile del depistaggio.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
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