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Un romanzo di esplosioni: “Un marito” di Michele Vaccari

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Dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi: «Meglio sposarsi che ardere». È una frase famosa, che suona bene in tutte le lingue, ma poco chiara se presa fuori contesto. Chiude un discorso sull’attitudine al contenimento, sull’esigenza di chiedersi, cioè, se si è portati o meno a mantenersi casti quando non si ha (o non si ha più) un coniuge. Sarebbe bello se foste in tanti, a riuscirci – scrive, più o meno, San Paolo –ma, in caso contrario, perché non sposarsi? La purezza non è pane per i denti di chiunque: sempre meglio sentirsi soddisfatti, alius quidem sic, alius vero sic. Se non si leggesse la prima parte del discorso, quei due verbi, sposarsi e ardere, solleverebbero più di un’interpretazione romantica (la solitudine è sempre un inferno; meglio aggirare gli amori non corrisposti; magari la vita di coppia toglierà passione, ma regala serenità) e una domanda laica, da guastafeste: chi l’ha detto che una volta sposati non si arde?

È uscito questo romanzo di Michele Vaccari, il primo della sua produzione edito da Rizzoli. Si chiama Un marito e parla di esplosioni. La prima bomba, spoilerata fin dalla bandella, deflagra presto ma si palesa tardi, e serve più che altro a dilatare le sbarre dei generi letterari quel tanto che basta a far divertire l’autore, e chi un po’ ne conosce il pensiero, sotto la nevicata di etichette e definizioni: se parti da uno stato-in-luogo periferico e iper-descritto (Marassi, Genova) e tra corsivi ed evocazioni olfattive quasi bypassi Süskind, puoi virare all’improvviso verso la distopia? E in un contesto distopico, peraltro così fugace, come li trovi lo spazio e il tempo per un sorriso utopico (tipo quello che arriva, folgorante, a pagina 220)? Sgomberiamo subito il campo dal tutto bianco o tutto nero: ogni distopia contiene un’utopia e viceversa, basta rileggere qualche arcinoto finale, ma qui non c’è da spaccarsi la testa con le collocazioni.

Un marito è un romanzo libero scritto da un autore libero, che ha il coraggio di sfidare il distopico italiano mentre sta in trincea per definirlo. Come uno che invece di portare acqua al suo mulino è così appassionato di grano che, nel tempo libero, costruisce un altro mulino. E così via.

Se si esclude L’onnipotente (Laurana, 2011), che per ambizione meriterebbe un’analisi diversa, la magnifica perversione di Vaccari è sempre stata quella di tirare buffetti al presente fino a cambiarne i connotati, per poi animare la scena con le azioni di un protagonista (maschio) alla Antoine Roquentin: più o meno confuso, più o meno ribelle, più o meno ferito, più o meno innamorato.

Sullo sfondo qualche comparsa weird – Walter Veltroni, Mal, Errico Malatesta versione fantasma – e panorami reali, rifiniti ossessivamente, con consapevole soddisfazione per il paradosso: prima il carnevale di Vigasio, ora le pietanze di Marassi, senza dimenticare che, in un paese florido di geografie inventate, Vaccari ha portato il Partito Nazista in centro a Bologna molto prima della svastica di Calcutta (Giovani, nazisti, disoccupati, Castelvecchi, 2010). Oggi potremmo dire che da incendiario è diventato mangiafuoco, nel senso che ha imparato ad addomesticare, senza spegnerla, la sua smania per le commistioni, lasciando spazio a quello che probabilmente gli riesce meglio: il lavoro sul protagonista.

Vaccari è uno scrittore di protagonisti, come David O. Russell è un regista di attori. L’ultimo della scuderia è Ferdinando, quasi cinquant’anni, rosticciere. Marito – più di ogni altra cosa, prima ancora che individuo – di Patrizia. È lui l’altra bomba presente nel romanzo. Lo dichiara quasi all’inizio, sfogandosi con la moglie per aver provato, un istante, il peso della routine: «Da qualche parte devo esplodere», dice. Manca poco al suo cinquantesimo compleanno e vorrebbe fare un viaggio, ma Patrizia sembra contraria: non ama gli stravolgimenti, e l’idea che Ferdinando cambi (che sia troppo eccitato dalla novità, più di quanto non sia soddisfatto dell’ordinario) la spaventa. Lo ha sposato, gli ricorda, perché era «l’unico tra tutti che avesse qualche probabilità di restare per sempre come l’avevo conosciuto». Alla fine lei cede e lui un po’ si accontenta: vanno a Milano per un weekend e la loro vita (come il romanzo) si trasforma.

Nonostante sia abbastanza chiaro che i temi tirati in ballo siano l’amore e, in qualche maniera, il lutto – con echi del tipo di elaborazione resa immortale da Joan Didion: il rifiuto ben radicato, l’esigenza di non allontanarsi da casa perché è solo lì che chi ci ha lasciato potrebbe tornare –, e che Vaccari si diverta a mettere in discussione prima ancora che a raccontare, concedendosi un finale da cinema (chiudono i suoni oltre la finestra), nonostante tutto questo, ecco, la luce di Un marito sta nella purezza con cui è reso Ferdinando. C’è una scena, sempre verso l’inizio – probabilmente la parte più efficace e meno sbilanciata dai mutamenti, in tutti i sensila parte ferma – in cui lui e Patrizia fantasticano sulle possibili mete della loro vacanza. Lui mette sul piatto Londra. Lei quasi cede, poi ci ragiona, cambia idea.

«Non credo di potercela fare. Gli aerei, il poco tempo. Facciamo qualcosa di semplice.»
Patrizia lo fissa, come potesse stupirsi.
Ferdinando sorride di rappezzo: quegli occhi lo fanno ancora arrossire.
«Ah. Ok. Allora. Adesso ci ragiono un attimo. E i polli?
Non dovevano essere già qui? Di solito arriva prima. Arriverà prima domani. Posso passare adesso?»
Patrizia gli lascia il passo.
«C’è un posto dove non siamo mai stati» dice Patrizia.
Ferdinando sta prendendo il grembiule bianco. Gli piace controllare che sia immacolato.
«Venezia» dice, senza tono di domanda, trattenendo il tremolio emozionato che gli provoca dirlo ad alta voce.
«Milano» ribatte Patrizia con fermezza.

È un dialogo credibile, in qualche modo erotico, sicuramente tenero. Ferdinando, cinquantenne di periferia, rosticciere e uomo tutto d’un pezzo, arrossisce quando sua moglie lo smaschera, gli dice di no, lo illude, rilancia. Ferdinando si vergogna: di scoprirsi sognante, di rivelarsi intimorito, di combattere per quello che vuole. Immaginate la scena recitata, provate a sentire i sospiri, il tono di voce di lui (possibilmente senza pensare a un altro genovese, Paolo Villaggio, l’unico umile ambizioso e imbarazzato capace di suscitare una tale tenerezza; gli altri sono tutti personaggi veristi, o femminili): lei domina i tempi, dice le frasi a metà, decide, lo fissa, lui «sorride di rappezzo», cambia discorso, risponde «Venezia» come quando è troppo bello per essere vero, e infatti non è vero. L’abbiamo provata tutti, questa sensazione: l’imbarazzo di esprimere un desiderio, e la speranza irrealistica che chi dovrebbe esaudirlo abbia capito prima di noi. La figura di merda tutta coniugale di aver visto complicità dove non ce n’era.

Ecco, il romanzo sta qui. In questo piattello difficilissimo anche solo da vedere, e invece centrato in pieno. La prosa di Vaccari è stata molto apprezzata per la ricchezza e la precisione, ma è qui – dove l’autore non si vede proprio, sparisce, smette di essere bravo – che si compie la missione. Il protagonista si prende tutto lo spazio, oscura gli orpelli e gran parte delle intenzioni, poi confessa al lettore una verità comune alla narrativa e ai sentimenti: ciò che è abituato a tremare difficilmente crolla.

Non c’è innovazione, trovata geniale o colpo di scena che regga il confronto una tale autenticità. Un matrimonio, una confessione, la contentezza di partire per un viaggio. Le storie (vere o inventate) non chiedono molto più di questo. Anche perché – chi ama lo sa – non si smette mai di ardere.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
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