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Un meccanismo glaciale: “Il padrone” di Goffredo Parise

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di Maurizio Cotrona

Mi sono avvicinato al romanzo “Il padrone” di Goffredo Parise, stizzito e affascinato dalla lettura di libri come “Sillabari” e “Il crematorio di Vienna”, in cui si trova una scrittura eccellente del tipo che sopporto poco. Stizzito perché ci sono frasi come questa, in cui intravedo un eccesso di vanità dello scrittore: “Una qualità degli organi visivi, non si sa se ricettiva o emanante, per cui l’occhio si ferma su un oggetto con tale rapimento da avvicinarsi all’astrazione, tanto perfetta e limpida è l’immagine che vi si specchia: in realtà la liquida e vorace sfera che comprende l’immagine attira in modo impercettibile, ma costante e fatale, l’oggetto specchiato, diminuendo fino ad eliminarla la distanza che li separa.” Affascinato perché, in alcuni passaggi, Parise smette di guardarsi allo specchio e si dimostra capace di toccarmi in profondità con il suo bisturi affilato.

“Il Padrone”, pubblicato nel 1964, è invece un romanzo raccontato con una prosa asciutta, funzionale. Parise spoglia la sua penna da ogni virtuosismo per metterla al servizio di… una storia? No. Dei personaggi? Neppure. La spoglia, ahimè, per metterla al servizio di un’idea e quando l’ho percepito, dopo una quarantina di pagine, non ho potuto che sprofondare nel regno della noia. L’idea è questa (la prendo dall’introduzione dell’edizione Feltrinelli): “la società industriale di massa, contraddistinta dal dominio della tecnica, dal produttivismo e dal consumismo, assomiglia a un lager, incatena vincitori e vinti ad un unico destino di reificazione e di morte.”

Come ha scritto il critico Mario Spinella, forse la lettura di questo romanzo è una piacevole esperienza estetica. Non più di questo, però. I lettori dell’epoca potevano certo ammirare l’acutezza con cui Parise era capace di cogliere i nodi problematici di un fenomeno ancora agli albori, ma – come tutti i libri interessati alla storia dell’umanità e non alla storia degli uomini – “Il padrone” non ha retto alla prova del tempo.

Ecco come viene descritta la ditta in cui si svolgerà tutto il romanzo.

“Mi ha accolto una grande stanza in penombra, così semplice da sembrare il parlatorio di un convento. I muri erano dipinti di bianco, il soffitto era bianco, il pavimento era di mattonelle grigio e sobrio. Non c’erano mobili, ad eccezione di un tavolo e di una sedia accanto a una finestra su cui stava seduto un usciere.” Non sembra un esercizio ben svolto? Tema: descrivi il contesto alienante di una grande azienda negli anni sessanta.

Esercizio n. 2. Descrivere un padrone freddo e anaffettivo, simbolo della malattia che affligge la nostra società. Eccolo qua: “Era un uomo giovane, vestito di un abito scuro da vecchio, dal volto fine e pallido, strizzato, rimpicciolito da qualcosa di doloroso e ineluttabile come una malattia inguaribile. Gli occhi chiari e ghiacciati erano chiusi dentro una fessura e dalla fessura guardavano.”

Esercizio n.3 Descrivere una collettività governata dal denaro? Fatto. Esercizio n.4 Descrivere i meccanismi di sopraffazione all’interno di una grande azienda? Fatto.

Per tutto il romanzo, Parise non sembra mai interessato a raccontare una storia, a lasciarla dispiegarsi liberamente. A lui importa raccontare la sua idea di spersonificazione imposta dall’industria di massa, spersonificazione che si spinge fino all’annullamento del singolo lavoratore, e per questo è disposto a sopprimere ogni traccia di vita che osasse affacciarsi sulla pagina. Non è mai al servizio dei suoi personaggi, sono loro ad eseguire il suo piano, finché il protagonista, nel finale, è costretto a desiderare il concepimento di figli mongolidi e augura loro una vita simile a quella di un barattolo.

Tutto è schiacciato in un meccanismo tanto glaciale quanto eterodiretto, frutto tipico di un determinismo di stampo materialista che – messo al servizio di una denuncia politico-sociale – stermina tutto quello che trova sulla strada, compresi i valori a monte di quella denuncia. L’intero universo è concepito come un insieme chiuso che non lascia spazio all’autodeterminazione dell’individuo, non resta nulla da salvare, non c’è il peggio e non c’è il meglio. Non c’è realtà senza padroni e senza gerarchia, la sola libertà, come ha dichiarato Parise stesso in un’intervista, «coincide con la morte». Stop.

Magari i materialisti hanno ragione ed “essere nulla” è la vita ideale di un uomo. Ma chi lo crede trovasse un pizzico di coerenza e la smettesse di scrivere libri.

Commenti
6 Commenti a “Un meccanismo glaciale: “Il padrone” di Goffredo Parise”
  1. antonio lillo scrive:

    non l’ho capita. o meglio, io l’ho capita così: mi sono avvicinato a parise che già mi stava sul ca**o e il libro che ho letto ha confermato questa mia impressione. se mi sbaglio, correggetemi.

  2. asd scrive:

    quindi si possono scrivere libri solo su quanto è bello scrivere libri?
    perché di qualunque cosa X di potrebbe dire “Allora perché non vai a far X invece di scrivere un libro?”

  3. Antonio. Sì, la si può mettere così. Dopodiché il sale delle cose (se c’è) sta nei come e nei perché.

    Anonimo. Discorso lungo. Quello che penso io è che si può scrivere di tutto ma lo scrivere (e pubblicare) libri rimane, tra le altre cose, uno mezzo di comunicazione tra esseri umani. Allora, se io credessi che “essere nulla è la vita ideale di un uomo” e che siamo barattoli, non mi impegnerei certo a scrivere per comunicare con gli altri uomini (o barattoli). E se uno lo fa posso dirgli che mi pare incoerente.

  4. Federico Cerminara scrive:

    Maurizio,
    non ho letto Il padrone e non so quanto questo possa limitare le righe successive, ma io in questa tua riflessione trovo due cose.

    La prima è una certa avversione a un tipo di letteratura al servizio di un’idea, più che una storia. Sei infastidito dallo zelo, e forse anche dalla bravura, con cui Parise disegna l’alienazione e lo svuotamento dei lavoratori nell’industria di massa, e credi che nel costringere i suoi personaggi a un copione lo scrittore stia perdendo qualcosa. Questo primo punto lo comprendo, ho imparato a conoscerlo e apprezzarlo ogni volta che ci siamo incontrati per parlare di letteratura.

    L’altro aspetto (anche relativamente alla risposta che hai dato all’anonimo sopra) è che fai fatica ad accettare l’idea su cui poggia il romanzo (non avendolo letto, mi soffermo sulla tua analisi). Se Parise descrive una società di barattoli, forse trovi poco coerente che provi ad allacciare una comunicazione con un mondo di barattoli (se diamo per buono che la scrittura sia un tentativo di comunicazione).

    A partire da questa mia interpretazione, mi viene da farti un attimo le pulci sul pezzo pubblicato anche solo per il piacere di riflettere qui o la prossima volta che ci troviamo a bere qualcosa assieme. Ti direi che il passaggio dalla tua avversione per la letteratura a sostegno di un’idea alla difficoltà con cui accetti quell’idea in particolare mi sembra non del tutto immediato o scontato. A me sembra tu stia attaccando Parise su due punti diversi ma con un ceffone solo, non totalmente calibrato. O stiamo qui a dire che Parise avrebbe dovuto dare ai suoi personaggi più spazio d’azione oppure ci diciamo che un mondo di persone vuote non vale la pena di raccontarlo ad altre persone vuote.

    Se provassimo a ragionare sui due aspetti separatamente, ammesso che la mia interpretazione sia buona, allora ci sarebbe tanto da dire, abbastanza da accompagnare un paio di bionde medie e una pizza al mercato centrale.

  5. Due cosette in vista delle bionde, Federico.
    1. “Diamo per buono che la scrittura sia un tentativo di comunicazione”, scrivi. Posso immaginare che qualcuno metta in dubbio che la scrittura sia un tentativo di comunicazione, ma la pubblicazione è certamente un tentativo di comunicazione.
    2. Sì, probabilmente c’è un cortocircuito nel pezzo. Diciamo che il primo schiaffo è un sottoinsieme del secondo (che lo include).

  6. Claudia Janneth Baquero scrive:

    Indipendentemente dall’articolo e dai commenti (dove ognuno ha manifestato le proprie idee e le proprie perplessità), vorrei dire che il romanzo di Parise (nato dopo cinque anni di silenzio, non pochi per uno scrittore prolifico come lui), è un microcosmo del mondo dell’editoria. Ogni opera pubblicata è frutto di un continuo contrasto creativo tra tutti i soggetti che rivisionano ed editano ogni parola e ogni idea. Se non ci fosse questo contrasto si rischierebbe di cadere nel monologo e nella monotonia. Bello che, dopo tanti anni, Parise riesca ancora a fare riflettere e a far dibattere:-).

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