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Un memoir sui generis. “Il ramo spezzato” di Karen Green

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«Almeno adesso è…»: così comincia la frase tramite cui, con le migliori intenzioni (ma spesso, nostro malgrado, goffamente), proviamo a dare conforto a chi affronta una perdita. Dovrebbe seguire qualcosa di consolatorio, ma può accadere che, prima e al posto della seconda parte della frase,intervenga, lucida e incoercibile, un’obiezione: «Lo voglio incazzato con i politici, a disagio che cerca di manipolarmi per ottenere favori che gli farei comunque.

Lo voglio che cerca gli occhiali, che tenta di non venire, che fa – parola orrenda – del diarismo, con un pezzetto di spinaci incastrato fra il canino e la gengiva, che mi rimprovera per la logorrea, o perché non sto zitta. Non lo voglio in pace».

In Il ramo spezzato, appena pubblicato da Baldini+Castoldi (traduzione di Martina Testa) a dieci anni dalla scomparsa di David Foster Wallace, Karen Green, artista e scrittrice, vedova dell’autore di Infinite Jest, compone un album strategicamente enigmatico e frammentario in cui la scrittura, agendo come uno strumento di contrasto cherivela quella voragine inesauribile che è la mancanza (dove lui non è, si potrebbe dire parafrasando Roland Barthes), si alterna alle foto di francobolli e striscioline di carta –misteriosi filamenti di parole e di colori, filatteri di una preghiera laica, l’esplorazione di una sofferenza che non può e non vuole essere pacificata.

Se la scaturigine del Ramo spezzato è quel 12 settembre 2008, quando nella sua casa di Claremont, in California, David Foster Wallace scelse il suicidio, Green decide di dare al suo memoir sui generis una forma al contempo rapsodica e rabdomantica, fabbricando un pezzetto alla volta quell’organismo – una specie di Frankenstein emotivo – che è il dolore, la «medusa del lutto», tanto fragile e lenta quanto tenace e urticante. Sempre però tornando alla concretezza dei corpi e delle situazioni.

Al pensiero, per esempio, di quando «svuotavi il sacchetto dell’aspirapolvere sopra le rose. Tanto il vento si porta via tutto». Del resto, ciò che ci manca di chi non c’è più è sempre radicalmente concreto, la nostalgia è sempre una nostalgia della materia. E il vuoto, tutt’altro che un concetto, è una forma altrettanto materiale:«Alla fine il lutto diventa immortale e il buco è più familiare del dente. La lingua stuzzica la radice fantasma, la mente ispeziona le cavità del cuore per verificare che sia vuoto. C’è la cosa in sé e poi c’è la condizione del suo essere cava».

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “Un memoir sui generis. “Il ramo spezzato” di Karen Green”
  1. Francesca scrive:

    L’ho acquistato ieri. Spero di apprezzare il linguaggio aspro e urticante esso stesso

  2. SERGIO GARUFI scrive:

    qualcuno sa se karen green in questo libro racconta cosa stava leggendo (di non suo) david foster wallace poco prima di uccidersi?

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