StefanoGraziani Mare

Il minuto di silenzio

Cade quasi ogni anno, ormai. Puntuale nel suo completo nero.

Durante il liceo ne vissi solamente uno: nel parcheggio di un parco cittadino un ragazzo di vent’anni aveva sparato alla sua ex e poi si era suicidato. La professoressa di storia e filosofia pretese il minuto di silenzio, anche se il Comune non lo aveva imposto agli istituti scolastici. Lo gestimmo da soli, in classe. Lo ricordo, ma non ricordo cosa pensai durante quel minuto. Credo niente. Sapevo già che non bisogna uccidere; che bisogna rispettare le scelte degli altri anche quando ci feriscono; che bisogna riuscire a sopportare questi dolori senza renderli immensi. «Che l’amore non è possesso», come disse l’ingegnere con la faccia da Romano Prodi che ci insegnava religione. Lo presi come un minuto di raccoglimento laico in ricordo di due persone che non avevo conosciuto.

Non so in seguito a quale peggiorativa traiettoria del mondo occidentale, ogni anno, nei comuni dove capito a insegnare, qualcuno sceglie di uccidere e uccidersi così. Anche quest’anno è successo, nel parcheggio interrato di un centro commerciale, con le consuete dinamiche: lui spara prima a lei e poi a sé. Le bandiere a mezz’asta, poi. Il lutto cittadino. La colpa condivisa. E, rispetto al passato, l’obbligo del minuto di silenzio anche a scuola, istituzionalizzato, scandito dalla campana. E tutti, al drin, sembriamo giocatori di calcio disposti attorno al cerchio di centrocampo.

Stavolta il minuto è capitato alla fine di una verifica di grammatica. I ragazzi posano la penna. Nei corridoi si fa un silenzio profondo. La scuola, immersa nella verde quiete di una ricca zona residenziale, sembra mummificarsi. In classe nessuno muove nemmeno gli occhi. Chi guarda verso il basso, chi fuori dalla finestra, chi fissa la lavagna, vuota. Cade una pioggia fina. L’aula, al piano terra, ha una parete tutta a vetri e una porta che dà su un giardino: la pioggia, attraverso la porta aperta, impone la sua monotonia, mentre rintoccano, da lontano, le campane a morto del duomo. A cosa sto pensando, ora che non sono più seduto su una seggiola dietro un banco, ma qua, in piedi, ultratrentenne, davanti a venticinque adolescenti? È ancora un minuto di raccoglimento laico in ricordo di due persone che non ho conosciuto? Dopo aver ritirato le verifiche devo dire qualcosa? Commentare? Come fanno i ragazzi a sopportare questo silenzio così violento? Saranno imbarazzati, certo. E poi? Li farà riflettere meglio, l’imbarazzo, sulla vita e sulla morte?

Alla fine ho fatto un discorso. Lo ricordo, ma non ricordo cosa ho detto. Ho parlato, mi pare, della libertà. Ricordo che mentre parlavo ogni tanto tornava il silenzio, a fiotti, e la pioggia, pure, e poi si inseriva, quasi insolente, un rumore dal corridoio. E devo aver rivissuto, con quelle parole, tutti i miei minuti di silenzio e tutti i vuoti in cui, nel tempo, ho rischiato di annegare, perché quando ho terminato ero stanco, senza forze, e non riuscivo a guardare negli occhi nessuno.

Poi abbiamo cercato le antitesi in Pace non trovo e non ho da far guerra. Le vedete, no? E nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio. E non ho lingua, e grido.

Francesco Targhetta (Treviso, 1980) insegna come supplente materie letterarie, dopo aver concluso all’università di Padova un dottorato in Italianistica (durante il quale ha lavorato alla riedizione de Gli Aborti di Corrado Govoni) e dopo un assegno di ricerca incentrato sulla poesia simbolista di fine ‘800. Ha pubblicato un libro di poesie (Fiaschi, ExCogita, 2009) e un romanzo in versi (Perciò veniamo bene nelle fotografie, Isbn, 2012).
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