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Un nauseante odore di carciofo

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Domenica scorsa Fabio Volo ha debuttato su La Lettura del Corriere della Sera con un articolo intitolato I miei libri? Broccoletti dell’anima. Pubblichiamo una risposta di Emmanuela Carbè. (Immagine: Arcimboldo.)

di Emmanuela Carbè

Quando ero piccola arrivava un momento dell’anno in cui rientrando a casa (due scalini alla volta, per fare più veloce e per gioco) sbattevo contro un nauseante, disgustoso, intollerabile odore di carciofi. Mia nonna li lasciava cuocere per ore e la puzza invadeva con violenza prima la cucina, poi l’intera casa. Odiavo la mia famiglia perché era insopportabilmente carciofocentrica, c’era in loro una specie di religione del carciofo per cui non si poteva proprio fare a meno, una volta a settimana e nonostante il mio malessere, di celebrare il rito della serata del carciofo lesso.

Nel giorno del carciofo io stavo seduta a tavola e continuavo a lamentarmi, chiudermi il naso con il tovagliolo, platealmente; volevo insomma che fosse chiaro a tutti il mio problema e che si sentissero tutti maledettamente in colpa. Ma il problema era solo mio: la sera dell’attacco di vomito la mia famiglia si schierò definitivamente dalla parte del carciofo e decise che nel giorno del carciofo io avrei cenato in sala da pranzo, lontana da loro e dalla pentola di carciofi; su quel tavolo di legno finto-antico, sola, davanti alla tv, imparai la dura legge della minoranza, ma anche l’eleganza del non lagnarsi quando non si è nella squadra dei vincenti.

Ero in realtà molto offesa, perché nessuno si occupava di me: me ne stavo lì, in sala, assalita a tratti da un qualche moto di nausea quando delle zaffate più potenti riuscivano a trapassare la porta della cucina e insinuarsi nella mia nicchia decarciofizzata.

Finita la cena andavo in camera e iniziava una lotta silenziosa contro il coprifuoco: ogni sera a una tal ora si avvicinava un carrarmato di famiglia ordinandomi di spegnere la luce/chiudere il libro/mettermi a dormire. La contrattazione era praticamente impossibile. Il coprifuoco ha avuto forti ripercussioni sulla mia vita (sono una luce-notturna dipendente) ma non smetterò mai di ringraziare chi mi ha imposto militarmente il divieto. È lì che io ho scoperto la violenta ribellione: leggevo di notte, clandestinamente, sotto le coperte, con lucette di fortuna; controllavo che non si creassero ombre sul vetro della porta, perché nessuno doveva capire che ero sveglia; attendevo gli ultimi passi e zac, vi ho fregato anche per stasera, banda di carciofidipendenti. Certo, non la passavo sempre liscia, e quindi alla lettura si aggiungeva il brivido di poter essere colta con le mani nel sacco. Leggevo molto, nelle posizioni più strane e scomode, e leggevo di tutto, perché per mia fortuna nessuno si era posto il problema di un’educazione alla lettura: gialli, classici, harmony, vecchie antologie trovate in casa e libri in prestito (nessuno sapeva che avevo un tesserino della biblioteca di circoscrizione: pensavo che fosse un segreto molto pericoloso che non bisognava divulgare per preservare la mia rivoluzione notturna).

È così che ho imparato a leggere, senza sovrastrutture, in nome della lotta contro i carciofi, nella certezza che la lettura fosse un atto di rivoluzione di una netta minoranza (io) rispetto a un’intera carciofofamiglia: un atto segreto, divertente, ma anche serissimo, di contestazione, fatto per pochi, per gente veramente cattiva e non allineata alla carciofolegge. La fortuna (o disgrazia?) di non nascere in una culla morbida di Meridiani Mondadori ha fatto di me una persona totalmente incapace di comprendere (o disinteressata a) un certo modo di intendere la lettura e i libri.

Qualche anno fa un mio amico mi segnalò un documentario di Herzog in cui c’è un pinguino che nel mezzo di una migrazione (insieme con i suoi altri compagni pinguini) si ferma, alza i tacchi e inizia a camminare in senso opposto, andando incontro alla morte. Pare che accada questa cosa strana, irrazionale, che ci siano dei pinguini che senza un motivo perdono la bussola e vanno a suicidarsi.

Il suicidio del pinguino mi ha dato molto da pensare, perché come al solito mi trovavo di fronte all’ostinazione di una minoranza assoluta (il pinguino) da una parte e dall’altra, in direzione opposta, una maggioranza compatta (i compagni del pinguino). Non era una questione di chi avesse ragione e chi torto, di chi fosse nel giusto e chi no, il punto era che c’era un pinguino che si ribellava, forse perché era arrivata all’improvviso una zaffata di carciofi lessi di mia nonna, e nella testa del pinguino scattava un meccanismo (o non scattava?) che gli faceva scegliere qualcosa di diverso dal suo naturale istinto di sopravvivenza.

Io nei libri che leggo cerco fondamentalmente la ribellione del pinguino suicida. Partendo da questa constatazione il problema di dividere la scrittura di intrattenimento da quella impegnata, cose alte da cose basse eccetera, non è un mio problema.

Leggere per me è un modo di sopravvivere e opporsi alla nauseabonda, incontrollabile e spaventosa puzza di carciofi. Chi legge difende il diritto di mangiare da solo, il diritto di opporsi ai coprifuochi, il diritto di stare in una minoranza. Leggere è questo, è una forma di ribellione. Togliamoci dalla mente che i libri si dividano in libri facili e libri fatti per una cerchia di pochi eletti. Non permetteremo a nessuno di fare distinzioni e di chiedere ai critici di usare meno odio. Semmai alla critica chiediamo armi meno disattente, più intelligenti, più affilate. L’amore lo si lasci agli uomini e la brodaglia a chi piace. La carta è una guerra. Non permettiamo che la puzza di carciofo invada il pianeta. Leggere è un atto violento. Non dimentichiamocelo mai.

Commenti
36 Commenti a “Un nauseante odore di carciofo”
  1. giovanni choukhadarian scrive:

    Pinguino a parte, Carbè è un genio, punto.

  2. palla27 scrive:

    “Leggere è un atto violento”… infatti leggere fabio volo equivale a uno strupro!

  3. stefano roffo scrive:

    Emanuela, scrivi meravigliosamente

  4. palla27 scrive:

    stupro, scusa!

  5. Ilaria Scarpiello scrive:

    Insomma, leggi e lascia leggere. Clap clap clap

  6. mario schiavone scrive:

    Una risposta dovuta. (e necessaria). maledizione.
    grazie.

  7. Edoardo Acotto scrive:

    Pinguini che risalgono la corrente in mezzo a un triste Paese di salmoni sfiduciati.
    Amanti dei carciofi e adepti dei broccoletti si annienteranno tra loro crudelmente.
    Alla fine il mondo sarà finalmente senza più puzza di niente.

  8. E va bene. Allora leggiamo il retro di un pacchetto di spaghetti o il manuale della nuova caldaia o forse la pubblicità della Carrefour. Tanto, tutti i testi sono uguali. Togliamoci invece dalla mente la balorda convinzione che tutti i libri sono identici e con loro tutti gli scrittori. Togliamoci dalla mente l’idea infantile e solipsistica che nella considerazione della lettura (e della letteratura) l’unico fattore rilevante sia se a me personalmente piace. Togliamoci dalla mente anche l’ormai diffusissima ignoranza che, dicendo che non ci dovrebbero essere criteri o che tutti i giudizi sono individuali e, quindi, uno vale un altro, abbiamo detto qualcosa di diverso, di unico, di intelligente. E a questa testa di zucca, una dieta a base di carciofi per sempre. Amen.

  9. Cesco scrive:

    L’articolo è molto bello perchè evita a differenza dei commenti una questione spinosa… Quanto è patetico per un intellettuale ( in genere autoproclamatosi tale) scrivere qualcosa contro fabio volo ed i suoi libri? Ma sopratutto quanto è inutile? Se andate d’accordo solo con una minoranza di persone, non siete speciali siete solo stronzi… Se avete capito una cosa solo voi, sicuramente è una cagata… La carbè che intuisce le possibile critiche è molto furba nell’agirarle con estrema grazia, ma il punto interrogativo resta? A cosa serve una difesa della lettura? Siete davvero convinti che sia un hobby migliore del giardinaggio? Se si perchè? La puzza dei carciofi in fondo non è l’odore di questo paesone che chiamiamo italia? Ed il pinguino non è un animale del cazzo? (No dico..)

  10. Francesca scrive:

    @ Cesco: “Se andate d’accordo solo con una minoranza di persone, non siete speciali siete solo stronzi… ”

    Quindi durante il nazismo gli antinazisti in Germania erano stronzi?

    Ovvio che il paragone è assurdo. Ma è solo per farti capire l’assurdità della tua tesi.

    Non sono “autoproclamatisi tali” gli intellettuali di cui parli. Chi si lamenta del populismo in letteratura sono di solito scrittori affermati, editori, redattori, giornalisti culturali. Insomma, professionisti, gente il cui lavoro è usare l’intelletto in un certo modo. Addirittura lo dicono dei grandi autori. Dei premi Nobel. Ieri, and esempio, l’ha detto (pari pari) Mario Vargas Llosa intevistato sul “Corriere della Sera”.

    Gli scrittori e gli intellettuali di un certo rilievo che si lamentano dell’invasione dei Favio Volo sono come i medici che si lamentano degli imbonitori televisivi che vendono pozioni anti-raffreddore o anti-sclerosi multipla. O come i fisici che contestano le sette convinte che la terra è piatta.

  11. Giorgio scrive:

    D’accordissimo sul paragone con i medici, Francesca. E se qualcuno che si è letto solo i sintomi delle malattie su wikipedia, cerca in tutti i modi di convincervi che il medico sbaglia, è troppo sicuro di sé nella sua diagnosi? Non vedo perché quella dello scrittore o dell’intellettuale non debba essere una professione, su cui ci si è formati per anni con libri, studi, approfondimenti. Arriva il primo Fabio Volo e bisogna prendere tutti la panacea sennò si è cattivi e presuntuosi? In genere non sopporto la spocchia, ma la mediocrità è peggio – diventa una malattia contagiosa.

  12. lavalentina scrive:

    Nel dibattito attuale sul tema non capisco come mai nessuno si domandi veramente il perché del successo dei libri di Fabio Volo e simili. Temo che la risposta da parte di molti che si ritengono intellettuali – e che se potessero andrebbero in giro con volumi di Proust, Mann e Tolstoj rilegati in pelle attaccati al collo perché sia chiaro a tutti che loro sì che fanno le letture giuste – sia che questa è l’Italia berlusconiana. Ho orrore di questo atteggiamento, di questo essere così lontani dalla gente. Il popolo non è l’operaio col fazzoletto rosso al collo, non è il contadino semplice ma di buon cuore. Il popolo vero è quello nella migliore delle ipotesi legge Fabio Volo, o non legge proprio per niente. E questo poi è anche il grande problema di quella sinistra che teoricamente è paladina della cultura. E questa analisi è stata fatta recentemente da Ritanna Armeni, donna non certo di destra, proprio sulle pagine del Foglio, giornale tanto inviso a molti dei commentatori di questo blog. Come persona che lavora nell’editoria, e che ha un po’ di confidenza con queste questioni e soprattutto con la crisi che il settore sta vivendo, non ho una risposta definitiva. Come lettrice e come persona che ha avuto il privilegio di studiare, rivendico il mio diritto a leggere ciò che mi va, a seconda dell’ispirazione del momento. Non dimentichiamoci poi che un libro è anche un prodotto, che nessuno quando mette la sua opera sul mercato è veramente libero dalle logiche di quest’ultimo. Perciò quegli scrittori sdegnati per il successo di Volo, invidiosi perché non riempiono le vetrine di Feltrinelli, abbiano il coraggio di disprezzare i lettori fino in fondo. Rimangano puri, scrivano soltanto per se stessi.

  13. Cesco scrive:

    @Francesca La reductio ad Hitlerum!!! Vuoi evidentemente confermare la mia tesi!
    La latteratura quando diventa Letteratura è già vuota pretesa, leggere non è solo un atto violento è anche un atto sostanzialmente inutile, questa inutilità è l’unico valore che io riconosco alla letteratura, sopratutto alla grande letteratura, se poi si preferisce giocare al “signora mia che tempi!” cercando di farlo passare anche per un atto rivoluzionario si rasenta il ridicolo, un ridicolo che non emerge solo per il fatto che, in ultima analisi, quello che pensate non interessa a nessuno.
    @Giorgio l’intellettuale è per definizione un idiota, e l’idozia non la si forma in anni di studio ma è un dono naturale, non soppartare la mediocirtà è il primosintoma della malattia a cui ti riferisci.

  14. Antonio Coda scrive:

    L’articolo di Fabio Volo sul Corriere, sia, è proprio come piace a lui: minestrone riscaldato con appello finale alla nazione tramite invito alla tregua a tavola guardando Bonolis o una replica di una fiction della Arcuri, ma a Volo infine non si può fargliene una colpa, se vuole essere un bravo ragazzo senza pretese in una Italia paciosa e dentierata, magari neanche se ne accorge che lui nella scrittura ci mette il bromuro: ci mette se stesso e tanto gli basta.

    In giro è pieno di vegetali buoni appena appena a broccolare, Volo almeno ha iniziato un processo evolutivo: oggi è un brocco, domani diventerà una insalata cappuccia, è giovane, non mi stupirebbe se tra una ventina d’anni diventasse addirittura una testa d’uovo incoronata.

    Volo è buono, per farci il brodo nella sua visione umana da borghesia dignitosamente subalterna sempre, ma Volo già s’è montato le ali alla modestia se crede che il brutticciolo dei suoi romanzi siano i “contenuti” e l’aspetto dei suoi lettori: è la scrittura che è moscetta, è l’inventiva che non arriva all’altezza minima per entrare nelle giostre pericolose.

    Volo è uno che è contento se Siti è bonario con la D’Urso, ha un suo piccolo mondo inesistente verso cui provare una nostalgia al polonio, l’articolo su “La lettura” è di una contrizione da spaesamento delle viscere, ma quel che satura l’aria d’odori di bassa cucina, infine, non sono i suoi libri da reparto casalinghi. Volo ha un sapore annacquato, ma nove volte su dieci chi lo critica (il decimo, che è intelligente, neppure lo critica, lo pesa sulla stadera e via, cari saluti e pacche sulle spalle e meritate, perché Volo, quando non scrive, sembra pure una persona simpatica e incuriosita) è semplicemente immangiabile, è un venditore di hot-dog con le paturnie da capo-cucina, è uno che vuol far passare il suo tinello per una bettola malfamatissima che ha preso però il Gambero Rosso tre volte successive.

    Chi mette la pagella a Volo, che i libri – precotti d’accordo – comunque li ha scritti, nella quasi totalità dei casi non ha da contrapporgli che salsine piccanti sbattute in casa e qualche attestato di frequentazione a un corso privato per tagliatori di verdura se non direttamente una licenza alberghiera e stop, oppure degli altri libricini che sempre da cucina sono.

    Volo è criticato dai Non-Volo che non si spiegano perché il suo ristorantino faccia sempre più coperti prenotati, nonostante i Non-Volo garantiscano piatti di ogni tipo anche etnici: ma se uno punta ai risultati da trattoria, se giudica un successo letterario in base al fatturato dell’esercizio, come può mai pretendere che se in una terrina ci affolla germogli di kamut, fieno greco e trifoglio rosso e azuki rossi faccia più gola dei broccoli lessi fumanti?
    Volo ha il successo di vendite e di consensi e il pieno di simpatia umana che gli sfigati tributano al migliore degli osti alla mano che non li mette a disagio mai, è fraterno (la perversione ulteriore del paternalistico), è uno che celebra la sfigataggine proprio perché ha capito che gli sfigati sono quelli più affettuosi e calorosi e di bocca buona, per questo non farà né scriverà mai niente contro la sfigataggine e gli sfigati: sono così carini, non farebbe mai niente per guastarli.

    Quei pochi (sono una marea) che qualche titolo – ovvero qualche romanzo-romanzo – per criticare Volo ce l’hanno eccome, non lo criticano, perché sarebbe da carogne, sarebbe come se Tyson venisse a picchiere sulla testa al bullo della scuola, e Volo almeno risparmia a tutti le menate tipiche di chi è peggio di lui perché è come lui ma si sente migliore di lui, le menate di chi scrive libri come quelli di Volo con in più l’autoconvinzione di aver scritto
    chissà quale squisitezza esplosiva.

    Insomma se chi critica Volo non supera la sua qualità da liceale coi complessi da famiglia all’italiana bene farebbe se non lo leggesse ma meglio ancora se non ne scrivesse o se, se proprio deve scrivere di qualcuno, scriva dei suoi migliori, degli imperdibili, senza perdersi in dissertazioni sulle perdibilissime ragioni ovvie per qualsiasi lettore che ha della letteratura una idea diversa dalla gastronomia, e che se ne accorge subito della pappetta rimasticata che si omogeneizza là dentro.

    I miei saluti da lettore passato qui per caso!
    Antonio Coda

  15. Francesca scrive:

    @ a Cesco: dunque tu sei nessuno, presumo. E allora chi è Polifemo? Ciao, Penelope.

  16. Francesca scrive:

    @Antonio Coda: pure lei, però, sempre a imitare Busi… però mi sta simpatico, davvero. Solo che se si guardasse meglio intorno, troverebbe autori contemporanei pure più interessanti del suo sub dio personale elevato a feticcio. E comunque meglio un bel feticcio che le fetecchie di tanti commentatori con la sindrome da esclusione dal circolo dei canottieri.

  17. Cesco scrive:

    @ francesca io mi faccio un vanto di essere nessuno, il problema è quando uno è qualcuno che si crede qualcuno ma invece è nessuno… ( che poi…)

  18. Giorgio scrive:

    @Cisco: se l’intellettuale è un idiota allora che ci fai qui a commentare? Puoi tranquillamente con quelli intelligenti per natura (poi ci spieghi chi sono, i cuochi forse?).
    I lettori di Volo sono tutto il rest
    o delle persone che fanno un paese a parte i professionisti, ok sono d’accordo con vari commenti. Però, non perché nel paese tutti credono che l’aglio curi la peste il medico deve rinunciare a proporre medicinali. Se poi si andrà verso il mercato che rifiuta ogni tipo di prodotto culturalmente più elevato, moriremo tutti appestati. Amen.

  19. Antonio Coda scrive:

    Francesca, che imbarazzo essere riconosciuto da una sconosciuta che ti commenta off-topic. Se le parole cominciano a avere una faccia, non sei tu che imiti qualcun altro, c’è soltanto qualcun altro che ha cominciato a riconoscere te, però è più cauto dire che ti riconosce perché assomigli a qualcun altro. Ci siamo già imbattuti l’uno nell’altra su qualche altra bacheca scambiandoci banalità tipo tu c’hai il feticcio e io no tu c’hai il sub dio e io no e tu imiti e invece io no eccetera eccetera e siccome tu leggi Busi e si sente significa che sei Busi-Oriented e io no? La casualità di scrivere un pensiero volante su Volo mi proviene dall’aver letto le dopanti “Lettere a nessuno” di Moresco e volevo un po’ partecipare della sua orticaria per chi sgomita dal basso non per decapitare chi lo spinge in giù dall’alto ma soltanto per decollare lui tutti gli altri per primo. Francesca, ora però me li citerebbe gl’altri autori contemporanei? Perché io ultimamente ho provato con Governi, Morandini e Montemarano e è stata una tragedia. In tema di broccoli, comunque, un miasma da feticcio secondo me ci sta tutto.
    Saluti da punzecchiato!
    Coda

    (E “E baci” l’ha letto? Sono altrettante lettere a nessuno, ma laddove Moresco è visionario, Busi ha l’occhio clinico, quindi poi non se la prenda con me, se in ultima istanza sento sempre più Busi che Moresco, perché a me piace la lingua che batte dove il dente duole.)

  20. Caro Coda, sarei curiosa di conoscere il suo parere su Montemarano.

  21. bidé scrive:

    Secondo me tutti, e sottolineo tutti, nei commenti si sono lasciati sfuggire il vero fatto in essere. Che non è quello che il Volo venda tanto e venda sempre (e chissenefrega anche, anzi, buon per lui), bensì che al Volo venga riservato l'”onore” di scrivere su La Lettura del Corriere della Sera, ovvero in quello che dovrebbe essere un orticello di critica letteraria. Quella vera.
    Ad ogni modo, sono sicuro che al Corriere sappiano benissimo di essere diventati spacciatori di banalità.
    Il mio parere è che, negli ultimi 25 anni in particolare, la cultura di massa (mi si passi il termine) si autodetermina attraverso i suoi fruitori, e quindi non essendo più ciò che la gente dovrebbe leggere/studiare/guardare/ascoltare, bensì ciò che VUOLE leggere/studiare/guardare/ascoltare, quelli del Corriere hanno bellamente scelto una linea editoriale compiacente a questa tendenza. Ma io voglio scoprire attraverso percorsi impervi, non voglio essere accompagnato per mano nel percorso che va da casa mia alla parrocchia a casa mia un’altra volta.
    Gli editoriali inspiegabilmente salomonici davanti alle malefatte dei governi, la ricerca della platea moderata a tutti i costi, e operazioni come questa di cui si discute, soprattutto alla luce dei recenti fatti, che hanno evidenziato le difficoltà economiche del gruppo, mi portano a pensare che il Corriere stia cercando di dare una impronta ecumenica, la più ampia possibile, per affrontare la crisi in cui si trova.

  22. Antonio Coda scrive:

    Salve Marisa Salabelle, dovrei impegnare qualche riga di commento per premettere quanto io non sia una la persona più indicata a avere, e meno che meno a dare, pareri su uno scrittore, però siccome niente è più bello della sintesi quelle righe le lascio implicite, e le risponde che l’interesse verso il libro di Montemarano è nata dal fatto che nel concorso per l’inedito di Neri Pozza è passato avanti per un punto a un altro scrittore di cui invece aspetto il prossimo romanzo: Alessio Arena e il suo “La letteratura Tamil a Napoli”. Di Arena è il romanzo “L’infanzia delle cose”, secondo me bello dalla forma alla forma passando per una storia formidabile Approfittando della campagna sconti della Neri Pozza sono andato in libreria per prendere “La ricchezza (che titolo da pochi spiccioli…)” e ne ho letto le prime pagine: la seconda più fiacca della prima e la terza più fiacca della seconda, nonostante ci fosse un figlio gelato forse morto in un letto e una corsa in auto all’ospedale, per cui al momento devo trovare la forza per andare avanti (forza narrativa che, invece, il “Morandini” di “A grandi giornate” è riuscito a darmi e a conservarmi fino a metà libro: dopodiché era meglio che si fermasse). Trovo ingrato oltre che da vigliacchi giudicare un libro prima di averlo letto se non tutto almeno per due terzi, perciò al momento di Montemarano non posso che dire quanto abbia iniziato male. (E ora nello zaino ho l’ultimo di Munforte; oltre al diabolico, e fuori qualsiasi concorso, “La principessa di Clèves” in una smagliante edizione Frassinelli.) I miei saluti!, Coda

  23. Antonio Coda scrive:

    E, da passante occasionale vero, mi trattengo oltre la decenza e la pertinenza e vuoto un po’ il sacco così posso poi dileguarmi alleggerito.

    Non sospettavo, come scrive Bidé (e magari non è neppure un nickname) che “La lettura” del Corriere fosse un tempietto delle Serie Lettere, né che ne potesse esistere uno. Quando si tratta di letteratura contemporanea non ci si dovrebbe fidare di nessuna canonizzazione in corso d’opera ma procurarsi letture allo sbaraglio e spostarsi in solitaria da lì. Il resto, inevitabilmente, non può che essere viziato dagli interessi commerciali del day-by-day. Il territorio letterario pacificato arriva all’Ottocento e a una prima metà del Novecento, il resto è guerra aperta.

    Io, se c’è da spendersi per uno scrittore, mi spendo per Aldo Busi perché trovo abbia scritto dei romanzi epocali, ma prima di farmi questa idea li ho letti tutti, i suoi libri, e li ho letti tutti perché dopo averne letto il primo mi veniva sempre più voglia di leggere anche gli altri. E è miope non capire che spendersi per Aldo Busi significa spendersi per le persone che invito e alle quali auguro di leggerlo, perché non è che faccio l’agit-prop per l’impennamento dei bollini SIAE, credo sia evidente.

    A oggi non conosco altro scrittore che abbia scritti altrettanti romanzi altrettanto epocali, ma questo non è un verdetto critico, è la testimonianza di un lettore. Trovo ci sia bigottismo spelacchiato in chiunque voglia trovarci per-forza qualcosa di settario o di compromissorio in chi manifesta scopertamente la sua ammirazione ragionata e comprovata su uno scrittore piuttosto che su un altro. Riprendo in questo senso quanto Moresco scrive nella seconda parte de “Lettere a nessuno”: la scelta non è obbligata: o tra il clan, il comitato d’affari, la loggetta intellettuale, o la solitudine siderale, la marginalità ascetica, la separazione assoluta? Possono esserci di contro associazioni gratuite, oneste, amichevoli, sincere, non per questo non erronee, ma certamente non riconducibili sempre alla stessa paranoica sfigatisissima e ammorbante logica-del-sospetto.

    È facile, e comodissimo fino al punto di essere viscidino, esprimere nel novembre del duemilatredici le proprie passioni per Dostoevskij, Joyce, Flaubert, e, siccome l’esterofilia è sempre ben accetta, per un Pynchon, e, siccome ai morti è concessa ogni lode, per un Bolaño.

    Nella mia ragionata scommessa, ovvero nel mio investimento estetico, io sento che Aldo Busi ha dato alla letteratura qualcosa che ancora non aveva e in quantità superiore a quanto le abbiano dato gli altri.
    E non c’è niente di più legittimo che reputare sbilanciate o troppo caricate queste affermazioni, però le si deve controbilanciare con qualcosa e caricarle a testa bassa alla testa di altri scrittori, di altre opere, di altra qualità eccezionale, quanto meno nominandola. Per questo se Francesca non mi risponde e non mi dice quali sono gli altri scrittori contemporanei buoni per farne feticci ci resto male. Spero solo non chiami dentro Walter Siti, che per me può bonariamente continuare a scrivere critiche alla d’Urso.

    Preferisco l’imbarazzo di una ammirazione apertamente dichiarata al cinismo svergognato e suscettibile di chi crede che provare ammirazione per uno scrittore che ha il difetto di essere vivo corrisponda a sminuire se stessi.

    Perché poi, e per provare grettamente a ricollegarmi all’articolo!, non ci vuole niente per dire che ti piacciono i libri di un Fabio Volo, basta comprarli. I libri di Aldo Busi invece no, devi leggerli, altrimenti si capisce subito se sei in bluff o no.

    Ah, povero thread, l’ho martoriato!
    E saluti a tutti; Coda.

  24. Simone Nebbia scrive:

    Grazie M&M, avevo perso l’articolo di Volo e l’ho degustato insieme al cicorione ripassato con l’aglio che mia madre ha sradicato a bordo strada, in quantità abnormi, al largo delle isole di Tor Tre Teste :)
    No beh, grazie davvero perché ho scoperto che si scrive, e bene, anche divertendosi di una critica alla critica, come nel caso della Condè che colpevolmente non conoscevo e come nel caso di questo Antonio Coda fra i commenti che padroneggia, anzi, spadroneggia la lingua con ammirevole equilibrio.

    Bene. Bene. Avanti così

  25. Patty scrive:

    premesso che la mia storia di lettrice è simile a quella di Carbè – a casa mia c’erano solo gialli, fumetti, edizioni del reader’s digest, enciclopedie, National Geographic e sin da piccola leggevo qualsiasi cosa, ovunque mi trovassi e dunque non provengo da un milieu intellettualoide e snob – come lettrice (anche oggi che di mestiere scrivo) ho sempre e solo avuto un criterio di scelta: la qualità della scrittura. Mi annoiano a morte, i critici e gli scrittori ‘difficili’, noiosi e autoreferenziali. Non mi scandalizza affatto che FVol scriva sulla Lettura. Mi inorridisce semplicemente la desolante banalità di ciò che scrive. La sua mancanza di senso del ridicolo. E una cosa, soprattutto: la sua furbizia. FVol non vende un milione di copie perché scrive bene ma perché piace in tv. nessuno compra FVol per come o cosa scrive. Ma perché ha fatto un film carino con la Rocca. Da zelig in poi, dalla Kovalski in poi, la ggente compra l’asse da stiro ‘visto in tv’. E anche l’autore. Littizzetto & C. insegnano. Se FVol scrittore fosse uno sconosciuto esordiente, brutto, basso e grasso, scrivendo così, avrebbe venduto 13 copie.Tutto qui.
    ps in coda per il sig Coda: non me ne voglia, ho saltato i suoi commenti. Sono più lunghi dell’articolo.

  26. bidé scrive:

    @Antonio Coda: non mi pare di aver parlato di canonizzazioni, che sono d’altronde inaffidabili anche per periodi lontani, quelli che per lei sono pacificati ma che per me non lo sono affatto; da qui allo svilire la critica letteraria sul contemporaneo, però, ce ne passa. Se poi lei passa a intendere la critica letteraria come tempietto evidentemente è in malafede e vuol mettere in bocca agli altri parole che non hanno detto.
    Resta poi il vero quesito fondamentale, ovvero cercare di capire perché ogni suo post su questo blog deve trasformarsi in un peana a Busi, ma forse la risposta l’aveva già data Francesca.

  27. Antonio Coda scrive:

    Bidé, che uffa&riuffa: Busi io manco l’avevo citato, l’ha citato Francesca, la quale ne preferisce molti altri sebbene non si sa chi siano; e quando l’ho citato io, l’ho fatto assieme a un’altra caterva di autori e scrittori, poi se a lei resta solo il nome di Busi in testa, lo domandi a se stesso il perché.

    Comunque non sia vanitoso, non creda che voglia mettere in bocca a lei parole di cui vado fiero io: sono stato così gentile con lei, mi era chiaro che apprezzasse un punto di riferimento critico e fosse dispiaciuto se anche questo punto partisse per la tangente delle marchette poiché bizniz-is-bizniz, a lì in avanti ho strologato mettendoci del mio, mica del suo. E in quanto alla critica letteraria, sappia che io non svilirei mai qualcosa che si svilisce benissimo da solo.

    Però anche lei non mi deluda adesso, Bidé, e mi faccia sapere chi sono gli autori dall’Ottocento all’indietro lasciati fuori dalla topografia letteraria.

    Sa qual è la cosa divertente? Che, per quel che ricordo, questa è la seconda volta in assoluto che commento qualcosa su questo blog e l’ultima volta deve essere stata parecchi mesi fa. Avevo parlato anche lì di Busi? Certo lei è un archivista migliore di me delle mie memorie occasionali. E sono rispettoso, neanche le chiedo perché si firma digitalmente “Bidé”.

    Eddai, non mi rappresenti cazzutamente polemico quale non sono, che finisce che ci credo e me ne vanto. Capito, mi rimetto in quarantena.

    Salutoni volanti!
    Coda

  28. Grazie a Antonio Coda per avermi risposto. Per tornare sul tema dell’articolo, dico: non mi sorprende e non mi scandalizza che Volo venda tanti libri. Una buona parte di coloro che acquistano libri desiderano qualcosa di molto leggero, che scorra liscio come l’acqua, che stimoli pensieri semplici e susciti emozioni facili. Volo, per questo tipo di lettori, è l’ideale. Sono una snob nel dire questo? Può darsi; ho letto molto e so riconoscere un prodotto ben confezionato, che a me, magari, non dice nulla, ma che tante persone leggono volentieri. Invece mi ha lasciata perplessa l’assegnazione del Premio Neri Pozza al romanzo “La Ricchezza” di Marco Montemarano. L’ho letto con molta curiosità e l’ho trovato deludente per vari aspetti che non starò qui a elencare. E mi sono chiesta: come ha fatto questo romanzo a sbaragliare gli altri 1780 concorrenti? Davvero in quella gran mole di opere non c’era niente di meglio?

  29. Francesca scrive:

    Signor Coda, battaglierei con lei a lungo su ciò su cui non siamo d’accordo, ma non vorrei mai farle dispiacere. Philip Roth è più bravo di Busi. Cormac McCarthy è più bravo di Philip Roth. Certi cazzeggi di Arbasino, sono molto più belli di certi cazzeggi di Busi. Non perché sia morto, ma “Diceria dell’untore” di Bufalino è più bello di molti libri di Busi. “Vergogna” di Coetzee, per semplicità ed equilibrio, è più compiuto di certi romanzi di Busi. Purtroppo son morti Sebald e la Kristof, che se lo mangiavano. Ma Javier Marias è ancora vivo, e, linguisticamente, compete col nostro e col Suo, e spesso lo sconfigge. “Rosso Floyd” di Michele Mari ha una struttura per la quale Busi è troppo vecchio. Il che non toglie che Busi sia uno scrittore bravissimo. Però è il concetto di fan, che temo non vada sempre d’accordo con l’amore per le lettere. A ogni modo, signor Coda, fossero tutti “almeno” come lei sarebbe un passo avanti.

  30. Francesca scrive:

    saremmo un passo avanti, volevo dire.

  31. bidé scrive:

    Vuole che faccia l’archivista? Ecco qua:
    http://www.minimaetmoralia.it/wp/el-especialista-de-barcelona-aldo-busi/

    Per il resto, ma c’erano dubbi?, continua ad essere in malafede. Può citare anche 150 autori a post, ma ce n’è uno solo a cui innalza statue.

    Vuole una lista di nomi, ché se no non è contento?
    Otokar Březina, Baldomero Lillo, József Katona, Marie Under, Martinus Nijhoff e via così.

  32. SoloUnaTraccia scrive:

    Bel pezzo.
    Adoro i pinguini, la loro grazia, la loro goffaggine, la loro fragilità e la loro umanità atavica. Consiglio di leggere “Picnic sul ghiaccio”, di Andrei Kurkov.
    Non sentir parlare di Volo è abbastanza difficile ma ignorarlo, viceversa, riesce bene. Consiglio di provare pure quello, volendo.
    Anch’io fui un ribelle del coprifuoco.

    Alla fine mettendo insieme tutti gli indizi considero che la maggior parte dei dolori intellettuali del popolo italico è responsabilità dei giornalisti.

  33. Antonio Coda scrive:

    Con un prevedibilissimo cambio di scena, ripasso: il bello di mettersi in quarantena consiste nello sbucarne fuori quando più se lo aspettano gli altri.

    Io sono contentissimo quando mi rispondono, perché le mie sono domande-domande, con niente di retorico e un punto interrogativo onesto alla fine.

    Per Francesca:
    Signora Francesca (suona brutto quasi quanto “Signor Coda”, che a sentirlo mi fa ritirare le gengive) io non battaglierei affatto con lei, quindi non capisco perché si preoccupi del contrario. Di cosa ci sarebbe da dispiacersi se nutriamo preferenze letterarie differenti? Il fanatismo è in chi lo prevede, e ci si è così abituati al vizio della faziosità che lei non sospetta nemmeno che a me non potrebbe che far piacere che un lettore si senta coinvolto dalla sua letteratura d’elezione come io dalla mia. Ora ci farò pure la figura di chi ritorna su suoi passi, ma a me pare che sia lei a aver fatto un pezzettino di strada verso di me. Sarà che sono le nove di sera, che la giornata è stata lunga o perché (liberissima di non credermi) tornando a casa c’ho beccato puzza di broccoli cucinati e quindi ho un po’ di fabiovolismo nell’apparato digerente, ma anche io trovo che McCarthy sia più bravo di Roth, ma mooooolto più bravo, e che la Kristof sia stata un prodigio di letteratura. Sebald mi ha annoiato e Marias mi ha stressato e Vergogna di Coetzee a me è piaciuto, per dire, più di tutti i romanzi che ho letto di McEwan. Bufalino è squisito, ma personalmente lo sento già datato, e Arbasino e Mari, che grandi penne! Ma a romanzi sono debolucci forte, e io credo che il banco di prova della letteratura sia il romanzo. Non mi cambia che a Mari sarò debitore per sempre, non avessi letto il suo Rosso Floyd magari non sarei neanche andato al concerto di Waters a Roma. Se io però, tra tutti questi, continuo a preferire, complessivamente, Aldo Busi, per la qualità e la quantità, mica deve essere un cruccio per qualcuno? Lei Signora Francesca avrà per di più le competenze che io le invidio da subito, di riuscire a leggere fluentemente in lingue diverse dall’italiano, io no, per questo poi mi limito a esprimermi, sulla qualità linguistica, più sulla letteratura italiana che sulla straniera, altrimenti sarebbe uno scontro impari tra scrittori e traduttori, per dire. Signora Francesca, il fanatico sarò pure io (c’è quest’altra vulgata, che sia autoconsolatoria?, secondo cui uno che apprezza la letteratura di Busi deve insufflare l’afflato religioso da seguace, proprio quello che lo scrittore scoreggia via), ma il lessico da oratorio arrembante ce l’ha lei, di derivata formulazione busiana tra l’altro: “sub dio personale elevato a feticcio” mi ha scritto, e meno male che le ero simpatico. La ringrazio per la risposta!

    Per Bidé:
    Bidé, era solo settembre 2013? Due mesi fa, a me sembravano anni! La ringrazio per la ricerca d’archivio. Anche lei, però, con questa storia della malafede: non se ne faccia una malattia professionale. Io neanche ho capito dov’è la mia malafede, pensi un po’, sarà perché non né ho né di buona né di cattiva. Intrigantissime le segnalazioni: non ne conosco neppure uno. E non le nascondo il piacere di voler riparare al più presto. Poco fa ho concluso “La principessa di Clèves” e ne sono rimasto abbacinato. Ci sono romanzi dei secoli scorsi che sembrano stati scritti tra chissà tra quanti altri secoli, e io rimango in mezzo, azzittito. Faccio sul serio, ora veramente mi riprometto di non occupare altro spazio. Però, con la stessa bellezza informativa della sua ultima risposta, potrebbe togliermi l’ultima curiosità: perché come nickname si è scelto “Bidé?”

    Saluti e ottime letture a tutti!
    Antonio Coda

  34. Vulfran scrive:

    Non so, l’assenza di discernimento tra “libri facili e libri per pochi eletti” è proprio ciò che porta all’esistenza dei Fabii Volii, pertanto non ho capito se alla fine questo benedetto pinguino si è staccato dal gruppo per fare il giro del mondo e smettere così di seguire il gruppo andandogli, invece, incontro. E poi “leggere è un atto violento” sarebbe bello come graffito, ma a livello critico non ho mica capito cosa voglia dire!
    Per quanto riguarda i carciofi, avevo un’ava che ne aveva passate parecchie (guerra, vedovanza, morte di una figlia…) e non sopportava il sapore dei carciofi, però, aggiungeva sempre, “se ci sono solo quelli, li mangio”.

  35. Vulfran scrive:

    @bidé
    A me sembra che le sfugga il fatto che chi legge Fabio Volo è raro che legga “La lettura”, che, tra l’altro, non è nemmeno malaccio e ospita contributi interessanti. Se esiste un fenomeno letterario di massa è ovvio che la rivista culturale di un quotidiano nazionale se ne debba interessare. La banalità e la banalizzazione sono sempre esistite e non risalgono agli ultimi 25 anni, o pensa che prima esistessero solo Flaubert e Tolstoj?

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  1. […] scoppiettante scambio di articoli tra Emmanuela Carbè qui e Fabio Volo qui, a cui aggiungerei, da cornice, un pezzo di Laura Tonini comparso qui. Non credo […]



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