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UN PAESE SCONFINATO – Nadia Terranova: Addio fantasmi

Comincia una nuova rubrica su minimaetmoralia, in cui leggiamo romanzi, film, fumetti, documentari italiani. In un paese che sembra prigioniero di una narrazione nazionalista, sovranista, abbiamo deciso di indagare invece l’infinità pluralità di sguardi che viene fuori dalla letteratura e dall’arte. Abbiamo deciso di farlo in forma di recensioni che sono al tempo stesso forme diverse di interrogazione del testo, qui per esempio con una sorta di intervista, per ragionare sui testi insieme agli autori e ai lettori.

di Christian Raimo

1. Addio fantasmi inizia con una trappola e finisce una liberazione. Ida viene richiamata dalla madre a Messina per ristrutturare la vecchia casa; lei vive a Roma da anni, e si ritrova a fare i conti con il trauma che ha segnato la sua vita: la sparizione del padre ventitré anni prima. Tutto il romanzo racconta il tentativo di liberarsi di questo fantasma fuori tempo massimo. Perché siamo così attratti dai fantasmi in letteratura? E soprattutto perché siamo così legati ai fantasmi della nostra storia italiana: accadeva così anche negli Anni al contrario. Come se il novecento fosse una caverna platonica prima o poi dobbiamo tornare?

2. Af si apre con una citazione di Natalia Ginzburg da Infanzia. Quanto prende da Ginzburg Terranova? Soltanto la sua capacità di costruire i romanzi come delle indagini famigliari, delle esplorazioni di immaginario, linguaggio, riti? Si potrebbe raccontare Af come il lessico famigliare di Ida: molte parole vengono rievocate e usate come narrazioni a se stanti – i ricordi per esempio delle passeggiatammare, la mattonella che è un dolce da passeggio. Quanto esiste un canone Ginzburg nella narrativa italiana, meno evidente?

3. Af deve cercare un ritmo del tempo del passato. E lo fa attraverso un ritmo dattilico, triadico, quasi haiku allungati, delle frasi.

In mezzo a strade dedicate ai miti del mare, / via Colapesce e via Fata Morgana, / ci aspettava la casa”.

Ogni primavera facevano un nido sulla facciata del palazzo di fronte; /quando era piccola il pomeriggio dietro le persiane spiavo quell’agglomerato di fili neri; / la mattina, appena uscita per andare a scuola, subito ne cercavo uno uguale sotto il mio balcone”

Cercavo sollievo a stare sola eppure sola non ero mai, / da che avevo memoria non lo ero mai stata, / soprattutto nella mia casa di Messina”.

Questo ritmo corrisponde a uno spirito della storia che si vuole raccontare o a uno spirito del tempo passato?

4. Quello che alle volte sembra funzionare meno nella scelta lessicale è quando i nomi delle cose non vengono ritrasfigurati nel lessico famigliare, nella mitopoiesi personale che Terranova crea. Per esempio a pag. 25 c’è questa frase che dice: “Da tempo mio padre se ne stava rannicchiato fra le lenzuola, insieme al dolore psichico di cui nessuno mi parlava ma molto intuivo…”. Ecco questo termine che sembra semplicemente più specifico, più tecnico, quasi stona, in una narrazione che è tutta illuminata di una luce che appare rispecchiare un mondo senza tempo, e dove l’irrazionalità della scelta del padre è trasfigurata in una dimensione mitica. È invece una scelta, questa, consapevole; per cercare di inserire una tensione tra un linguaggio mitico e uno logico?

5. Per esempio i dialoghi tra Ida e la madre sono scene sempre piene di pathos, le due donne sembrano venire fuori dalle Coefore.  Questi dialoghi in certi momenti sembrano ricalcati su scene dell’epica o della tragedia classica. È così, Terranova cercava un effetto di inattualità?

6. Af ha una narrazione che la attraversa che è composta di “notturni”, dei brevi capitoli in cui si mescolano le brevi telefonate di Ida con suo marito che è a Roma. A pag. 95, Ida scrive: “Il mio corpo non sono io: nel sogno, io sono il corpo di mio padre”. Se si prende sul serio, come Terranova invita a fare, questa discesa al sud come una catabasi, si può pensare che allora il libro sia una specie di passione cristica: agonia, morte e resurrezione, attraverso la morte fantasmatica del padre?

7. “Quella notte sognai di annegare. Scaldava il letto il piede di mio marito appoggiato sulla mia caviglia e, a un certo punto, dal tepore sotto il lenzuolo iniziavo a entrare in acqua”.

Afferrai l’acqua dalla bottiglia di plastica sul comodino e bevvi lunghi sorsi”

Sentii mio marito strusciarsi contro la mia schiena per cinque, dieci minuti e poi riaddormentarsi, mentre io restavo accoccolata verso il muro sperando di non dover piú affrontare l’acqua; la notte nascondeva armi per difendersi, ma le avevo già esaurite. Stavo tornando invisibile, mentre se fossi annegata, se fossi morta, avrei voluto essere vista da Pietro”.

Nelle mie finte storie vere mettevo parte del mio dolore e dell’acqua che esondava dal passato, e speravo che la scrittura sarebbe bastata a salvarmi, ma poi arrivava un mormorio, il disturbo di una voce a suggerirmi che la gratitudine non è sufficiente per non far annegare un matrimonio”.

Quando ero andata via dalla Sicilia, per primo mi era cambiato il naso, si era chiuso sempre piú, con ostilità e disprezzo per quel poco ossigeno impregnato di cemento e smog della capitale; poi era cambiata la pelle, per via dell’acqua calcarea che scendeva dai rubinetti e dello scarico delle auto; da ultima mi era cambiata la schiena, incurvandosi in modo innaturale mentre salivo e scendevo dagli autobus e dai tram. Cosí da messinese ero diventata romana, e da ragazza ero diventata adulta e moglie”.

Intanto il padre spiegò a mia madre la differenza tra coibentazione termica e acustica e mia madre rispose che non avevamo il problema dei rumori, solo quello dell’acqua. Io e Nikos, raccolta l’ultima pedina, chiudemmo la scatola del gioco”.

Doveva essere per la nostra sciatteria che mio padre se n’era andato, doveva essere per colpa di quelle giornate in cui lui sfioriva e noi non sapevamo in che modo trattenerlo, per quelle coperte che sembravano non ripararlo mai abbastanza dal freddo, per l’incapacità di fargli accettare le prescrizioni dei medici; intanto, il nome di mio padre si era nascosto nell’acqua, nelle infiltrazioni e nella muffa sul tetto, e io a quattordici anni spiavo dalle finestre il mare, le navi, il traffico, la linea della palma afflosciarsi sotto la pioggia”.

Sara mi aveva raccontato di avere trovato una nidiata di topi sotto il suo lavello, prediligevano le zone umide, nulla di strano che avessero invaso la mia casa assieme all’acqua. A casa sua, li aveva uccisi suo padre. Nella mia, io”.

Passando davanti alla sua stanza spiavo dalla porta socchiusa: mio padre se ne stava coperto e accucciato nel letto, alle orecchie un paio di cuffie allacciate alla radio spenta, nelle pupille qualcosa di simile all’acqua che gocciolava dai termosifoni”,

Potremmo continuare, ma è evidente già da questa sequenza di citazione come l’acqua sia un elemento centrale di Af: cosa rappresenta l’acqua? Una forza primigenia, distruttiva? Una dimensione mitica, uterina? Un correlativo oggettivo dell’anima del padre di Ida?

8. L’ultima parte del libro viene assorbita da un altra storia dolorosa, una storia sentimentale tragica che quasi sostituisce il racconto dello struggimento per la scomparsa del padre: Terranova compie un’operazione inquietante e esatta, descrive una doppia tragedia e poi imbastisce una scena finale che pare rovesciare completamente tutto il tema del libro. Il senso di quello che abbiamo letto finora era un esorcismo di una catarsi tragica, e alla fine di Af invece è la commedia a farci da catarsi?

9. Giorgio Vasta, Luca Rastello, Roberto Alajmo, il precedente romanzo di Terranova: la generazione dei figli ha cominciato da qualche anno a raccontare il passato prossimo, la vita dei propri genitori, quella generazione attraversata dalla lotta armata, dall’eroina, dai traumi della fine della politica. Come si inserisce questa narrazione rispetto a quella dei protagonisti e dei testimoni di quella stagione? “La ricerca del tempo perduto” di questa generazione è piena di buchi, segnata da vuoti, omissioni: che tipo di stile si può usare per essere sinceri e inventare un altro immaginario che non sia revisionistico, né derivativo, né liquidatorio?

Commenti
8 Commenti a “UN PAESE SCONFINATO – Nadia Terranova: Addio fantasmi”
  1. Veronika scrive:

    Sono molto grata a Raimo per questa recensione interrogante, critica nel migliore dei modi. Aspettiamo con interesse anche le prossime.

  2. Marina scrive:

    Interessanti questi appunti! Aspettiamo l’articolo :)

  3. Francesca scrive:

    Molto interessante (non avevo dubbi) questa lettura, anche nella forma.
    La presenza dell’acqua è forte, credo, nella vita di chi è nato e ha trascorso buona parte della sua vita con il mare sempre accanto. E ha combattuto con la penuria di acqua. Io sono messinese come Nadia e ricordo quando, nei momenti di malinconia, dubbio, tristezza, desiderassi togliermi le scarpe e “parlare” con il mio mare. O quando d’estate dovevamo chiamare una persona che arrivasse con l’autobotte a riempirci serbatoi, “mastelli”, perfino vaschette e pentole a volte. Quindi l’acqua è sempre stata una presenza importante e “pesante”.
    (Grazie Nadia per aver chiamato un causa i lettori e Christian Raimo per questa rubrica che promette grandi cose).

  4. Gaia scrive:

    Accostare Ginzburg e Terranova — così come accostare qualsiasi scrittore italiano di oggi agli scrittori del passato — è abbastanza inutile e anacronistico, perché crea una nostalgia e un termine di confronto che serve solo a cercare di dimostrare che la letteratura non è più capace di rinnovarsi. Da che mondo è mondo gli scrittori del presente rubano agli scrittori del passato, ma nessuno di loro riesce davvero a mimetizzarsi del tutto (per fortuna) perché anche se restano invariati i “traumi”, è ormai diametralmente cambiato il nostro modo di approcciarci ad essi e di metabolizzarli (penso per esempio al capitolo in cui Ida e il marito si toccano al telefono, al di fuori di un contesto familiare quotidiano che invece non funziona e si rinnova soltanto tramite quella distanza: una cosa così, la Ginzburg forse avrebbe faticato a scriverla, oltre che ad immaginarla). I fantasmi ci affascinano in quanto metafora del pezzo mancante, che è più o meno il motore di tutto quello che viene scritto: fantasma inteso non soltanto come persona (il padre di Ida) ma soprattutto come luogo (la casa) o tempo (un passato che non si supera, che non si è superato e non si può superare).

    Leggo Af non ci ho sentito un senso di inattualità, ma sì, di certo un tributo alla sua terra che è per definizione teatro mitico e tragico, e che dà infatti la scansione “epica” al romanzo in generale: è di sicuro un progetto ambizioso, perché il rovescio della medaglia di quello di cui parlavo sopra è anche che oggi le nostre tragedie corrono il rischio di sembrarci banali, e quindi forse quando le (de)scriviamo cerchiamo di attribuirgli una chiave di lettura che si intreccia con la tradizione dalla quale è nata tutta nostra letteratura. Mi sembra piuttosto un tentativo di legittimare e dotare di dignità una faccenda privata che altrimenti rischierebbe di rimanere sterile e banale (se poi Terranova ci sia riuscita o meno è il lettore a doverlo dire).

    Per quanto riguarda il punto 6: leggendo mi è sembrato sempre di più che Af fosse un libro non tanto su un padre che se ne è andato, quanto sugli effetti di quell’abbandono, e sulla capacità della protagonista, che in questo caso è sua figlia, di superare quella perdita. In poche parole può forse sembrare che il padre — come sembrerebbe ammettere Terranova nella citazione che fate — sia il centro/motore della storia; ma penso sia un’impressione parziale: dire “Il mio corpo non sono io: nel sogno, io sono il corpo di mio padre” significa che ogni trauma va interiorizzato prima di essere superato, e quindi di nuovo il fuoco non è sul padre ma sulla figlia, il padre è quasi un pretesto, e infatti il libro è pieno di sogni, che sono probabilmente un espediente per calarci in una dimensione fumosa e labile, dove la fa da padrone l’inconscio.

    L’ultima parte del libro è quella che mi convince di meno perché le due tragedie invece che intrecciarsi creano una spaccatura tra la storia principale e quella “a margine”: le due camminano su due binari completamente diversi, anche se hanno la stessa radice. Ma la mia impressione è stata che in qualche modo, con questa scelta, è come se Terranova si fosse calata così tanto nel suo personaggio da sentire il peso della risposta imminente alla domanda che apre il libro: si può dimenticare? Quella seconda tragedia non solo sposta il fuoco, ma dà anche una risposta ambivalente e allarmante: che no, dimenticare è impossibile (per chiunque); che qualcuno fa il tentativo e qualcun altro non è capace; che la tragedia (amorosa, familiare, personale) è un meccanismo che si rinnova e non si scioglie mai, e che né andarsene né tornare sembrano provvedimenti sufficienti a curare chi la vive.

  5. Giuseppe scrive:

    Terranova mi riporta sempre a casa (c’è una sola casa). Tornare a casa è sempre un rivivere, ripercorrere, anche perché il sud è lontano, lo è fisicamente, e il viaggio in treno guardando il mare della Calabria pesca ricordi sepolti dal tempo e dalla vita.
    Tornare è fare i conti. Con i genitori prima di tutto, vivi e morti (o scomparsi). La mamma di Ida centrale nel racconto per chi conosce le madri del sud, non nel ‘mangia che sei sciupato’, ma nella schiena dritta, in questa fede nel loro credo tramandato da generazioni di genitori.
    Fare i conti con i luoghi. Le case dove siamo cresciuti, dove Ida si occupava del padre (per la cui depressione ci vorrebbe uno spazio a parte). Il liceo di molti anni prima, gli amici di un tempo che non sono più quelli che abbiamo lasciato. Colori, profumi, sapori.
    Terranova ci costringe a fare i conti con i nostri fantasmi.
    Infine c’è lo Stretto, anche questo centrale nel racconto, che unisce e divide. Lo Stretto è Scilla (quella reale dove Ida perde la verginità più o meno consciamente) e Cariddi: l’epica del romanzo.
    Chi è cresciuto lì ha un rapporto speciale con questo braccio di mare, che è mare vero, anzi di più è incontro di due mari. Lo abbiamo attraversato migliaia di volte e ogni volta con un subbuglio di emozioni nell’anima. E tutti, dai marinai e pescatori che ci vivono dentro, a chi per studio, lavoro, amore lo attraversa continuamente, abbiamo affidato a Lui gesti (resti) liberatori che ci hanno dato un po’ di pace.
    Grazie Nadia e grazie per questa possibilità

  6. Giuseppe Ierolli scrive:

    Una delle nove domande, la 7. – quella sull’acqua – mi ha ricordato un punto del romanzo che mi ero segnato perché mi aveva fatto pensare a un’altra scrittrice, una poetessa (parola di genere femminile ma che in questo caso va intesa in senso generale) che considero al vertice di ogni letteratura che conosco.
    I brani sull’acqua sono molti, ma io parlo di questo in particolare, ovvero quello che segue il primo citato da Raimo:

    “Camminavo come se avessi saputo dove andare e l’acqua mi rinfrescava le caviglie, i polpacci, le ginocchia e poi le cosce, i fianchi, la pancia, il seno e le spalle, e ancora il mento e la bocca finché, appena provavo a parlare, sparivo inghiottita da un’onda.”

    che mi ha fatto subito venire in mente alcuni versi di Emily Dickinson:

    “Ma Nessuno Mi smosse – finché la Marea
    Andò oltre le mie semplici Scarpe –
    E oltre il Grembiule – e la Cintura
    E oltre il Corsetto – anche –

    E fece come se volesse divorarmi –
    Per intero come una Rugiada
    Sulla Manica di un Dente di Leone –
    E allora – mi avviai – anch’io –

    E Lui – Lui seguiva – dappresso –
    Sentivo il suo Argenteo Tallone
    Sulle Caviglie – Poi le Mie Scarpe
    Traboccarono di Perle -”

    La poesia di Dickinson (dove il “Lui” dell’ultima strofa è il mare), come il brano di Terranova, è il racconto di un sogno, con possibili significati anche molto diversi, da allusioni sessuali e sentimenti di paura atavica verso un elemento che ci è familiare ma che all’inizio dei tempi abbiamo abbandonato per rifugiarci nella più solida terra. In mezzo possono ovviamente essercene altri, e l’acqua di una messinese dei nostri giorni sicuramente assume significati diversi da quelli immaginati da una “newenglander” dell’Ottocento, ma la vicinanza delle parole usate le mette quasi in contatto.

  7. Paolo repetti scrive:

    Bella questa iniziativa di minimaetmoralia.
    Darò forse un dispiacere a Nadia ma per me tra il lessico famigliare della Ginburg e il suo c’e una frattura incolmabile. Un mare, appunto, talmente buio che non si lascia attraversare. Un muro. L’antipathos retorico di Natalia (le chiamo entrambe per nome come fossero qui accanto) è tutto costruito su una vorticosa e quanto mai imperiosa finzione: che tra le parole e le cose non ci sia uno iato, uno spazio vuoto, che le rende irriducibili. La “semplicità” una semplicità apparente che si carica sulle spalle secoli di non-detto femminile è tutta nella pratica di questa fiducia eroica: che mondo delle parole e degli oggetti siano sovrapponibili.
    Nadia scrive nella disperata, anch’ essa a suo modo eroica, traversata tra le parole e le cose, nella consapevolezza di un andirivieni mai compiuto del tutto. Perché lo spazio vuoto è appunto la casa dei fantasmi. Di qui un pathos angoscioso dove non c’è redenzione se non nella proiezione mitopoetica, nel ricorso a modelli addirittura premoderni. Perché il moderno è l’antitesi: è psicologia e lirismo o realismo tout-court. E allora meglio volgere lo sguardo agli antichi miti dellepopea – un’ epopea minima, una guerra di Troia combattuta in una stanza da una donna sola – che guardare al Novecento delle madri nodose come Natalia. Baci a tutti.

  8. Domenico Fina scrive:

    Addio scuntintizza

    Ida Laquidara, la protagonista di questa storia, “spavalda come un personaggio di una tragedia greca”, è una donna, ragazza, adolescente di 36 anni, la cui vita non muta, non si trasforma. Torna da sua madre, a Messina, per riordinare la loro vecchia casa, casa che da ventitré anni è diventata un Museo d’ombre, da quando Sebastiano, il padre di Ida, è scomparso; uscito di casa e mai più tornato. Vive a Roma e scrive storie per la radio, ha un compagno, non hanno figli e vivono quasi di fatalità, senza ben direzionarsi. Tra Ida e sua madre la relazione è fondata di sommesso dolore, di non detto, eppure sua madre cerca di spronarla, di comunicare a suo modo; “mia madre si incolleriva”, Ida, “basta scuntintizza”.
    Basta scuntintizza potrebbe essere un altro possibile titolo di questo toccante, aspro, splendido romanzo. Ida sa benissimo dove si trova: si trova in uno stato in cui il suo mondo interiore è suo, solo suo, “a me l’aggressività veniva meglio dissimularla”. Ida è un personaggio ostile, non vede il mondo di fuori e vive in un mondo trasognato, fatto di blitz notturni, di visioni. Di simulazioni sulla vita e sulla morte, mai saputa, di suo padre. Aveva un’amica in adolescenza, ma tra loro tutto è finito. Il loro nuovo incontro, dopo molti anni, è tra le pagine più belle del libro. Esistono anche gli altri, il dolore degli altri, Ida lo sa, sua madre glielo ripete spesso, ma non basta saperlo, ci vuole lo scatto che conquista il cuore, l’occasione che ci riveli che non si può vivere scombinati da tutto. Mi viene in mente una frase di Lichtenberg, il fisico, filosofo tedesco: “Importante è la conoscenza del mondo, più importante è costruirsi nel mondo”. Questa è la storia di come Ida Laquidara si costruirà nel mondo.

    Concordo con chi sottolinea che gli accostamenti sono sempre poco giudiziosi, un azzardo; tuttavia se dovessi trovare una scrittrice affine, una grande scrittrice, azzarderei Magda Szabó. Per il rapporto stridente, sotto traccia, tra madre figlia, per la mitizzazione delle sue azioni, lei crede – si comporta, come se avesse un dolore da tragedia greca da portare dentro, muto – e allo stesso tempo la presa di distanza dalle cose, come un occhio esterno, esatto, e sotto processo. (Penso a un capolavoro come “La ballata di Iza”, ad esempio).

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