silly-walks

Un pezzo che si potrebbe intitolare: Le volte che ridiamo leggendo un libro (su Repubblica), oppure Le retoriche del comico (su Alfabeta2)

Negli anni che forse volgono al declino della Seconda Repubblica, non è facile capire se il bipolarismo sia funzionato in politica per vent’anni e d’ora in avanti invece sarà definitivamente assorbito da terzi poli, governi tecnici, movimenti trasversali. Quello che è certo che la figura di Berlusconi, fin quando è stata al centro dell’agone pubblico, è riuscita a polarizzare la sfera culturale italiana, creando due appartenenze contrapposte. E anche più a fondo, due fazioni emotive l’una contro l’altra. Ossia, non è stata tanto importante la differenza tra chi votava Pd e chi votava Pdl, quanto la differenza tra chi poteva ridere per un cinepanettone, il Bagaglino, Striscia la notizia e chi per Vauro, Sabina Guzzanti. Daniele Luttazzi. O per dirla ancora più semplice: tra chi poteva considerare divertenti le barzellette di Berlusconi e chi le trovava disgustose. E in questo senso non è stato un caso che il tentativo intellettuale di smarcarmento dal berlusconismo sia cominciato attraverso la stigmatizzazione del programma seminale di una certa estetica del divertimento, quel Drive in messo all’indice da romanzi (Nicola Lagioia), saggi (Massimiliano Panarari), pamphlet (Valerio Magrelli), documentari (Lorella Zanardo, Erik Gandini).

Nell’anno passato, il 2011 delle celebrazioni dell’Italia unita, questa antitesi culturale si è cominciata a attenuare. Se nella Prima Repubblica la commedia all’italiana aveva svolto un ruolo di collante sociale forse maggiore di quello della letteratura imparata sui banchi di scuola, si può allora leggere come un dato significativo il successo inatteso di una serie di commedie leggere (Benvenuti al Sud e al Nord è il caso emblematico) e l’emergere di nuovi linguaggi comici che hanno poco a che fare con una tradizione televisiva generalista (I soliti Idioti, per capirci). La retorica comica ha insomma ripreso la sua funzione unificante (per classi, generazioni, regioni) – ed è quindi stato naturale per un Benigni a Sanremo e per un Fiorello di nuovo a Rai Uno entrare direttamente nel pantheon culturale in cui si riconosce l’intera nazione, quella koiné che va da Totò a Sordi a Proietti.

Paolo Di Stefano recentemente sul Corriere ha fatto una panoramica sulla produzione comica, e ci hanno ragionato in maniera complessiva, socio-analitica, anche Giuseppe Antonelli recentemente, e appena più in là nel tempo, Andrea Cortellessa. Paolo Di Stefano ha introdotto un’interessante prospettiva generazionale. Partendo dai classici del Novecento (Palazzeschi-Gadda-Zavattini-Bontempelli-Brancati-Flaiano-Guareschi-Campanile), passando dai sessantenni o su di lì (Benni-Celati-Cavazzoni-Cerami-Villaggio-Busi) fino ai contemporanei (Ammaniti-Piccolo-De Silva+gli ultimi arrivati in libreria Gnocchi-Littizzetto-Robecchi). Se possiamo lasciarci orientare da questo piccolo canone, è vero però che se vogliamo capire qualcosa di queste retoriche del comico, dobbiamo andare a indagare i modelli e gli stili.

Ci sono almeno tre dispositivi egemoni, di riferimento che attraversano la narrativa comica. Uno lo potremmo chiamare funzione-Kafka, il secondo funzione-Pynchon, il terzo funzione-Bernhard. La funzione-Kafka è quella per cui il rovesciamento del comico include l’intera esistenza fino alla plausibilità stessa della nostra vita e del linguaggio che usiamo: è la dimensione centrale nella letteratura comica del Novecento (da Jarry a Beckett a Gombrowicz a Vonnegut) che è riuscita a diventare mainstream attraverso gli autori ebrei-americani (da Singer a Englander), ed è stata sdoganata in via definitiva da Woody Allen. In Italia, paese cattolico (ossia più uso a confessarsi che a rivolgersi a Freud), è sempre stata una linea laterale; ma negli ultimi tempi qualcosa è cambiato – e gli esiti si vedono in quei comici comici più sperimentali da un punto di vista linguistico: Maurizio Milani, Alessandro Bergonzoni, Daniele Luttazzi, Antonio Rezza, Moni Ovadia, Walter Fontana… Il mondo che questi mettono in scena è un’ucronia liberatoria, con nomi di fantasia, leggi di fantasia, morali di fantasia. Se nel ventennio berlusconoide molta di questa produzione letteraria è stata letta come satira anti-regime (e questo sarebbe come ridurre Ubu roi a una denuncia dello sciovinismo della Belle Époque), sarebbe utile, tolta la cappa sociologica con cui spesso abbiamo affrontato l’interpretazione dell’arte nell’era post-Arcore, andarci a recuperare piccoli capolavori come Adenoidi di Luttazzi, Il circo Opplero di Bergonzoni, L’uomo di marketing e la variante limone di Fontana.

La funzione-Pynchon è invece il meccanismo per cui noi ridiamo delle contraddizioni che le nostre società dell’accumulo generano da sé, ridiamo dell’impossibilità di dare un senso alle cose perché sono troppe: il rovesciamento non è tanto della nostra dimensione esistenziale quanto di quella sociale e quindi politica. Al mondo non è possibile né un ordine né una regola cognitiva. Se per esempio nel seminale (1973) Arcobaleno della gravità i missili cadevano sulla terra a causa delle erezioni del protagonista in un’inversione del rapporto di causa-effetto; oggi nell’imitatissimo David Foster Wallace (il primo autore postmoderno a essere un successo commerciale in Italia) ritroviamo tutto un campionario infinito di assurdità sociali: anni sponsorizzati da ditte di carta igienica, gente che dopo una pioggia di pecore cade in coma morale, terroristi separatisti in sedia a rotelle fissati con l’avanguardia… Se il consorzio umano non è più alienato e nevrotico, come quello di un Philip Roth, ma paranoico e psicotico come quello di Roberto Bolaño, Tom Robbins, Philip K. Dick, Chuck Palaniuk o David Sedaris, uno scrittore che vuole far ridere dovrà adeguarsi – oppure almeno imitare quel manuale di scrittura umoristica che è Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. Questo filone in Italia dagli anni ’80 poi ha coinvolto gli scrittori più capaci di manipolare l’immaginario, il che spesso ha voluto dire i più iconoclasti o più iconolatri: possiamo risalire fino a una linea Arbasino-Busi per riscendere poi a Stefano Benni (il milgiore scrittore comico italiano fino a dieci anni fa), a Tondelli e ai tondelliani Silvia Ballestra, Giuseppe Culicchia, agli umoristi Michele Serra, Alessandro Robecchi, Gene Gnocchi, Marco Presta, al Sandro Veronesi di Superalbo o al Michele Mari del capolavoro introvabile Rondini sul filo o a Occhi sulla graticola di Tiziano Scarpa o a Che la festa cominci di Niccolò Ammaniti, fino ai virtuosisti del calembour, agli oscarwaldiani, agli iperfeticisti dell’immaginario: Violetta Bellocchio, Guia Soncini, Ivano Bariani, Lia Celi…

Da ultima, la funzione-Bernhard. Questa è la risposta autarchica, alle volte autistica, al caos del mondo: un dispositivo che contrappone un ritmo narrativo proprio all’inutile tantorumorepernulla generato dall’universo che ci circonda. Oggi sono tantissimi gli scrittori italiani che hanno fatto propria questa prospettiva etica e poetica. In un modo o nell’altro, gli scrittori di provincia o di periferia. Dove periferia o provincia sono luoghi dell’auto-distanziamento, non dell’emarginazione. Gli emiliani Paolo Nori (il migliore scrittore comico italiano), Ugo Cornia, Paolo Colagrande, Davide Benati, i campani Leonardo Pica Ciamarra, Francesco Piccolo, Peppe Fiore, Antonio Pascale, Diego De Silva, Cristiano De Majo, ma anche Flavio Soriga, ma anche i romani Ascanio Celestini, Andrea Falegnami, Fabio Viola, Claudio Morici, ma anche Vitaliano Trevisan, ma anche Cosimo Argentina, ma anche Andrea Cisi, ma anche i toscani Vanni Santoni e Matteo Salimbeni. Formulari, sentenziali, auto-optici, quasi tutti scrivono in prima persona o affidano a degli alter-ego la loro capacità di estraniamento: sono dei Bartleby (altro modello) che utilizzano il preferirei di no in maniera percussiva rispetto all’ansia di conformismo sociale che pervade il nostro vivere, quieto o inquieto che sia. Sono scrittori che risultano anch’essi automaticamente politici: drop-out, individualisti, anarchici, sabotatori.

Si potrebbe insomma concludere che la narrativa comica in Italia goda di ottima salute? La risposta purtroppo è no. Se entriamo in una libreria e andiamo allo scaffale dedicato o se ascoltiamo con attenzione i testi di una puntata di Zelig vedremo che la qualità media è molto bassa, molti dei nomi che abbiamo fatto qui non sono nemmeno conosciuti, quello con cui avremo a che fare è robaccia. Se seguiamo il programma della Dandini, vedremo che i casi di ottima scrittura come quello di Mattia Torre e il suo 456 sono casi isolati che nessuno nota. Perché? Per tre motivi: 1) perché in Italia è mancata una critica che abbia saputo valutare la narrativa comica , considerandola una sorta di produzione minore (quale critico contemporaneo si occupa per dire di Maurizio Milani?); 2) perché in mancanza di una forte tradizione italiana – quali scrittori oggi si vanno a rileggere Guareschi? ma soprattutto quanti scrittori e critici provano a fare attrito rispetto a quella tradizione, non omaggiandola sperticatamente e feticizzandola (se si rilegge Campanile, metà è divertente, metà è da buttare; se si rilegge Villaggio come fa Baricco, si nota oltre la bravura certo, ma anche la stanchezza di una certa verve populista, il gusto della scorciatoia; e soprattutto si vede come la scrittura comica ovviamente invecchi più di quella tragica) – si guarda quasi esclusivamente a modelli esteri, finendo con l’essere derivativi – il caso dei plagi di Luttazzi è sintomatico, ma provate a mettere vicino Ellen Degeneres e Luciana Littizzetto; 3) perché in mancanza di un universo sociale comune di riferimento ci si limita a applicare le potenzialità trasformative del comico all’ultimo momento in cui siamo stati tutti parte della stessa comunità: a scuola. Buona parte della scrittura comica italiana è puerile, goliardica. Parodie, giochi di parole, stupidari, etc… Anche nei casi migliori, tipo Nel mezzo del casin di nostra vita di Maurizio Lastrico o Scritti scelti male di Rocco Tanica, sembra sempre di avere a che fare con il compagno di classe più divertente e intelligente, che ci si chiede: cosa farà dopo la maturità?

Insomma sarebbe bello che la fine dell’era berlusconiana sia anche l’inizio di una liberazione dell’immaginazione, e che l’idea di poter rovesciare l’ordine costituito non si risolva nell’illusione di uno sberleffo.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
2 Commenti a “Un pezzo che si potrebbe intitolare: Le volte che ridiamo leggendo un libro (su Repubblica), oppure Le retoriche del comico (su Alfabeta2)”
  1. guias scrive:

    This is my first time go to see at here and i am really pleassant to read everthing at single place.

  2. fulvio scrive:

    Tutto bello e interessante. Su Luttazzi parlare di “plagi” però è una scorciatoia. Proprio perchè in Italia non c’è una certa tradizione comica Luttazzi si diverte a praticare riscritture e calchi. Che si tratti di plagi è tutto da dimostrare: la sottigliezza delle sue analisi sui meccanismi del comico depongono a suo favore e fanno comprendere perché la sua satira sia così efficace e così osteggiata. Se “Adenoidi” è formidabile, andatevi a leggere cosa combina in “Zombies a Montecitorio”. Non è certo un comico naif. Per farlo fuori arrivarono a montare il caso plagi. Lo spiega bene questo blog:
    http://anti-diffamazione.blogspot.it/

Aggiungi un commento