Olio su tavola 65x60 cm.

Scrittori su tela

Inaugura oggi a «Libri come» la mostra dei ritratti d’artista di Tommaso Pincio, visitabile fino all’11 marzo nello spazio Garage dell’Auditorium di Roma. Di seguito pubblichiamo il testo introduttivo alla mostra, in cui Pincio spiega la passione all’origine nella scelta dei soggetti (i suoi sono tutti ritratti di scrittori) e la necessità di albergare in ogni tela una storia.

di Tommaso Pincio

Balzac, Nabokov, Parise, Pamuk. Quattro scrittori molto lontani tra loro ma con un tratto in comune. Hanno tutti coltivato, in gioventù, la passione per la pittura. Ognuno l’ha coltivata a modo proprio e con diversa intensità, s’intende, ma di ognuno si potrebbe comunque dire la medesima cosa, ossia che per scoprirsi scrittori dovettero diventare pittori mancati. Non si tratta di esempi isolati. La lista potrebbe essere più lunga. Gli altri pittori mancati non sono forse altrettanto famosi e dotati, e tuttavia infoltiscono una particolare genia, quella degli scrittori che si sono formati respirando i dolori pungenti dei colori e delle sostanze spesso velenose con cui vengono mesticati e diluiti.

Ignoro né mi interessa appurare se l’educazione pittorica dia luogo a uno speciale modo di scrivere. Ciò che mi interessa è il percorso, l’esperienza, l’avere vissuto determinate sensazioni. Mi interessa perché è stato anche il mio percorso. Volevo fare il pittore, scoprii di non avere sufficiente talento e mollai tutto senza sapere a cos’altro dedicarmi. Col tempo, come una sorta di parziale risarcimento, è sopraggiunta la scrittura, l’alternativa del descrivere e del raccontare. Evocare con parole non è come rappresentare con segni e colori, nondimeno lo sguardo del pittore mancato è rimasto dentro di me alla maniera in cui gli estinti seguitano ad abitare una casa, la maniera dei fantasmi cioè. Dapprima ho cercato di esorcizzare questa persistenza redigendo un catalogo degli scrittori con uno scheletro simile al mio nell’armadio. Mi bastava sentirmi in compagnia, sapere che c’erano stati altri prima di me e ogni volta che venivo a sapere del passato da pittore di un certo scrittore mi sentivo meno solo. Del resto l’utilità più immediata della letteratura, la ragione per cui non smetteremo mai di leggere e interessarci alle storie di persone che non abbiamo mai conosciuto e spesso mai esistite, è proprio la lenitiva sensazione dello scoprirsi meno soli nelle nostre disavventure. Alla fine però il catalogo non è bastato più. Un giorno sono uscito di casa e ho comprato un cavalletto. L’ho sistemato a un paio di metri dalla scrivania dove passo ore affacciato alla finestra del computer, il monitor. Il cavalletto avrebbe dovuto costituire un’ottima scusa per non restare inchiodato come un paralitico alla sedia anche quando non avevo niente da scrivere. quindi ho iniziato a dipingere ritratti; ritratti di scrittori perlopiù.
Non saprei dire perché abbia scelto di concentrarmi su un genere pittorico tanto banale e scontato. Probabilmente ha pesato la consapevolezza del mio limitato talento. La storia dell’arte è ricca di ritratti riconosciuti come capolavori, ma considerato in sé e per sé il ritratto resta un genere minore, un po’ come il poliziesco o la fantascienza in letteratura. Visitando una pinacoteca capita spesso di imbattersi in una crosta raffigurate il volto di una persona scomparsa secoli addietro. Per quanto possano essere dipinti male, con mestiere appena passabile da un artista dimenticato, questi ritratti non sono mai privi di una loro attrattiva. Li fissiamo con un misto di tenerezza e malinconia, domandoci chi fosse la persona che ci guarda dalla tela e cosa pensasse mentre stava in posa e quale sia stata la sua reazione quando il pittore gli mostrò il ritratto ultimato, se l’abbia trovato di suo gusto e somigliante. È molto probabile che, nel guardarsi dipinta, la persona sia stata sfiorata da un pensiero di questo tenore: Ecco, d’ora in avanti io invecchierò e morirò, ma questo ritratto mi sopravviverà, conservando nel tempo un’immagine di me. C’è infatti rappresentato in ogni ritratto, anche nel più brutto e peggio dipinto e meno somigliante, una forma di congedo, un saluto a metà tra l’addio e la speranza di un arrivederci. Per dirla in termini più chiari, in ogni ritratto c’è un fantasma e siccome non si dà un fantasma senza il racconto di una storia, il ritratto è il genere pittorico più prossimo alla scrittura. Così ho iniziato a ritrarre scrittori, scegliendoli perlopiù tra quelli defunti proprio per esaltare la loro condizione di fantasmi, e li ho ritratti all’interno di una storia perché è nelle storie che in realtà abitano i fantasmi e quando diciamo che una certa casa è infestata quel che di fatto intendiamo è che ha una storia. Ho dipinto ritratto un Jack Kerouac sulla strada, con una ragazza che si allontana verso un’auto in attesa volgendo la testa all’indietro mentre un disco volante attraversa un cielo arancione. Ho ritratto un Philip K. Dick in maglietta, la mano poggiata su una campana di vetro in cui è prigioniera una ragazza dai capelli neri. Ho ritratto un Edgar Alla Poe spiritato, stagliato contro un cielo in tempesta dove una fanciulla nuda, caduta da una mongolfiera, precipita urlando. Nessuna di queste storie richiede un’interpretazione precisa o pretende di rappresentare lo scrittore ritratto. Ma dirò di più, nessuna di queste storie pretende di essere una storia in senso stretto. Raccontare una storia in un quadro è infatti una contraddizione in termini; il massimo cui si può aspirare è una specie di rebus, un’immagine non molto diversa dalle incongrue scene che vediamo disegnate nella Settimana Enigmistica, con la differenza che nel caso della pittura non è prevista alcuna soluzione definitiva. E in fondo è proprio così mi piace pensare al ritratto, come a un rebus, un volto che prende forma nel dipinto ponendoci domande dalla risposta incerta. Come quando il nostro sguardo incrocia casualmente quello di un estraneo e a quello resta incollato per istanti che sembrano eterni, così il ritratto reclama di essere osservato e quasi ci supplica di chiedergli: E tu chi sei e perché ti hanno dipinto così? Narrami, ti prego, la tua storia.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
4 Commenti a “Scrittori su tela”
  1. sergio garufi scrive:

    Io abito vicino all’Auditorium, e ho già provato 2 volte a vedere se era cominciata la mostra di Pincio: lunedì e martedì mattina. Ogni volta quelli della sicurezza, di fronte alle mie richieste di informazioni col catalogo in mano che dava come data d’inizio lunedì 3, dicevano che sapevano solo che l’allestimento della mostra spettava all’artista e che questi non si era fatto vivo. Tornando a casa pensavo di farmi vivo con lui, dato che ci siamo già conosciuti, e magari proporgli di aiutarlo a trasportare i quadri, avendo io una station wagon. Perché magari ha dei problemi a far tutto da solo, per questo è in ritardo. poi non lo faccio mai, di chiamarlo. Mi capita speso di pensare di farlo, e di desistere poco dopo. E’ che penso che abbiamo molte cose in comune: l’età, certe letture, una sensibilità simile, ma siamo molto diversi su una cosa, lui protegge a tutti i costi la sua privacy, e lo fa a cominciare dal nome, che pochissimi usano, perché al mondo lui ha dato in pasto lo pseudonimo. Perfino hotel a zero stelle, a tratti così sofferto e introspettivo, è in realtà l’autobiografia di uno pseudonimo. E così io so di aver conosciuto Tommaso, ma non Marco, e il mio interesse per i suoi ritratti nasce anche anche dal voyeurismo di credere che il primo sta nella scrittura, e il secondo nei quadri. Dietro le facce di Kafka, DFW, Bola(g)no e di tanti altri c’è la sua, quella nascosta, inconoscibile al pubblico. Parafrasando Borges, si potrebbe dire che con questi ritratti Pincio si è proposto il compito di disegnare il proprio mondo letterario. Trascorrendo gli anni, è arrivato a popolare lo spazio del garage dell’auditorium con immagini di romanzieri, narratori, poeti, saggisti e critici. Ora ha scoperto che quella paziente galleria di fantasmi traccia l’immagine del suo volto.

  2. Nicola Lagioia scrive:

    Eh… doveva aprire il 5, la mostra, stando a quanto si leggeva nel sito. Invece pare che apra direttamente domani. Mi spiace, Sergio, è che on line quelli dell’Auditorium non l’hanno corretto. Il testone di Kafka su corpo di bambino con sfondo dorato è bellissimo.

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  1. […] minima & moralia, lo stesso Pincio presenta la mostra dei suoi ritratti d’autore, visitabile fino all’11 […]

  2. […] arrovella da tempo – e sarà senz’altro perché parliamo di uno scrittore che è anche pittore, e che dunque ha una certa sensibilità per la questione dello sguardo a me tanto cara. La faccenda […]



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