cocktail

Un pizzico di noce moscata fa la differenza

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Pubblichiamo un racconto di John Collier, apparso per la prima volta nel 1941 sul New Yorker e in seguito nella raccolta Fancies and Goodnight. Collier (1901-1980) fu scrittore e sceneggiatore, amato da Anthony Burgess, Roald Dahl e Ray Bradbury. Questo racconto è stato ripreso da If magazine, la rivista online di Ideafelix, che ringraziamo.

di John Collier

Una dozzina di compagnie finanziano il nostro istituto di Mineralogia e la maggior parte di esse tiene lì almeno un ricercatore fisso. La biblioteca ha l’atmosfera intima e fumosa di un circolo. Io e Logan eravamo stati i primi ad arrivare, e avevamo preso per noi i due tavoli vicino al grande bovindo. Contro il muro, proprio al limite della finestra, dove la luce era fioca, c’era una piccola scrivania per i nuovi arrivati o quelli di passaggio. Una mattina un nuovo visitatore era seduto a quel tavolo. Non era necessario dare un’occhiata ai libri che aveva tirato giù dagli scaffali per capire che era uno da statistiche più che da formule. Aveva una di quelle facce da teschio, su cui la pelle del viso sembra così tirata da far male.

Questo è quasi un tratto distintivo degli statistici. La bocca era intensamente disciplinata, ma diventava convulsa al minimo rilassamento. Le sue mani erano il punto focale di una leggera ossessione. Quando aveva modo di stirarle entrambe, ad esempio per spostare un libro aperto, le fissava ogni volta per un minuto buono. E in quei momenti il movimento convulso dei muscoli della bocca era particolarmente marcato. Il nuovo arrivato si chinava verso la scrivania quando qualcuno passava dietro la sua sedia, come a voler diminuire le possibilità di contatto. Poco dopo tirò fuori una sigaretta, ma il suo sguardo cadde sul cartello “vietato fumare”, universalmente non rispettato, e la rimise nel pacchetto. A metà mattina sciolse una compressa in un bicchier d’acqua. Pensai a un disturbo ansioso cronico. Lo accennai a Logan durante la pausa pranzo. Mi disse: «Quel pover’uomo ha proprio il triste aspetto di un gatto bagnato». A differenza di molte persone, non provo mai repulsione o freddezza per il modo in cui nevrotici e infelici si concentrano miseramente su loro stessi. Logan, che è meno curioso, ha un esubero di benevolenza.

Per molti giorni osservammo quest’uomo seduto nella sua solitaria cella di depressione mentre il piacevole cameratismo della biblioteca fluiva intorno a lui. Poi, senza ulteriori indugi, gli chiedemmo di pranzare con noi. Rispose all’invito con il tipico atteggiamento del nevrastenico, e sembrò soppesare una decina di oscure scuse prima di accettare. In ogni caso, venne con noi, e prima della fine del pranzo confermò il mio sospetto che fosse alla disperata ricerca di compagnia ma si sentisse troppo inibito per fare qualsiasi mossa. Naturalmente avevamo già scoperto il suo nome, J. Chapman Reid, e che lavorava per la Walls Tyman Corporation. Menzionò una serie di città in cui aveva vissuto per alcuni periodi della sua vita, e ci disse che era originario della Georgia. Queste furono tutte le informazioni che ci diede. Si aprì notevolmente quando il discorso virò su temi generici, e ogni tanto mostrava di possedere un’intelligenza profonda e dolorosa, quella che preferisco. Ci era grato in maniera patetica per il nostro banale invito. Ci ringraziò quando si alzò dal tavolo, e di nuovo quando uscimmo dal ristorante, e una volta ancora all’ingresso della biblioteca. Questo rese naturale la programmazione di una serata tranquilla insieme molto presto.

Nelle settimane successive frequentammo parecchio J. Chapman Reid, trovandolo una compagnia davvero gradevole. Ho uno spiccato debole per questi personaggi riservati e asciutti, che durante una serata possono uscirsene con uno o due commenti vividi e ficcanti che lasciano intuire della lava che ribolle, in profondità. Saremmo potuti anche diventare amici se lo stesso Reid non avesse impedito quest’ultimo passo, meno per sua riserva, che consideravo parte della sua natura, quanto per gratitudine innecessaria. Non fece alcun discorso emotivo, non era il tipo, ma un cane randagio non ha bisogno di parole per dimostrare la sua dipendenza e la sua gratitudine. Era chiaro che la nostra compagnia fosse tutto per J. Chapman Reid.

Un giorno Nathan Trimble, un amico di Logan, si affacciò in biblioteca. Era un giornalista, e stava ammazzando il tempo in attesa della coincidenza del suo treno. Si sedette al tavolo di Logan, rivolto verso la finestra, dando la schiena alla sala. Mi avvicinai per parlare con lui e Logan. Per Trimble era quasi arrivato il momento di andare quando Reid entrò e si sedette alla sua scrivania. Trimble si era voltato, e lui e Reid si videro. Io stavo guardando Reid. Dopo il primo sguardo incredulo, non diede più neppure un’occhiata all’ospite. Sedette fermo per circa un minuto, con la testa che si chinava sempre di più con piccoli movimenti, come se qualcuno la stesse spingendo giù, poi si alzò e uscì dalla biblioteca. «Mio Dio!» disse Trimble. «Sapete chi è quello? Sapete chi avete qui?». «No» rispondemmo noi. «Chi?». «Jason C. Reid». «Jason C.?» esclamai. «Sì, e allora?». «Ma come, Cristo santo, non leggete i giornali? Non ricordate il delitto della mannaia di Pittsburgh?». «No» risposi. «Aspetta un momento» disse Logan. «Circa un anno fa, giusto? Avevo letto qualcosa». «Dannazione» esclamò Trimble. «Era roba da prima pagina. Quel tizio è stato processato. Dissero che aveva praticamente fatto a pezzi un suo amico. Avevo osservato il corpo. Mai visto un casino simile in vita mia. Fantastico! Terribile!». «Comunque» dissi io «a quanto sembra non è stato lui. Presumibilmente non è stato condannato». «Provarono a incastrarlo» continuò Trimble «ma non ci riuscirono. Era una roba infernale, devo ammetterlo. I due erano soli. Nessuna traccia di intervento esterno. Ma nessun movente. Non so. Proprio non lo so. Avevo seguito il processo, ero in aula ogni giorno. Eppure non riuscii a farmi un’idea su di lui. Non lasciate mannaie in giro per la biblioteca, questo è quanto. Sentite, ora devo andare». E detto questo, ci salutò.

Guardai Logan, Logan mi guardò. «Non ci credo» disse Logan. «Non credo lo abbia fatto». «Non mi stupisce che i nervi lo stiano mangiando vivo» dissi. «No» rispose Logan. «Dev’essere dannato. E ora la notizia lo ha seguito qui, e lui lo sa». «Glielo faremo sapere, in qualche modo, che non ci interessa nemmeno andare a leggere gli archivi dei giornali». «Buona idea» disse Logan. Poco più tardi Reid tornò, e i suoi movimenti tradivano un estremo controllo. Venne dove eravamo seduti. «Preferite cancellare il nostro impegno di stasera?» disse. «Credo sarebbe meglio se lo cancellassimo. Dovrei chiedere alla mia società di trasferirmi di nuovo. Io…». «Aspetta» esclamò Logan. «Chi lo ha detto? Noi no». «Non ve l’ha detto?» disse Reid. «Certo che ve lo ha detto». «Ha detto che sei stato processato» risposi io. «E ha detto che sei stato scagionato. Questo è sufficiente per noi». «Non ci interessa» fece Logan. «E l’appuntamento è confermato. E non ne parleremo». «Oh!» disse Reid. «Oh!». «Non ci pensare» aggiunse Logan, tornando ai suoi documenti.

Presi Reid per la spalla e gli diedi una spinta amichevole verso la sua scrivania. Evitammo di guardarlo per il resto del pomeriggio. Quella sera, quando ci incontrammo per cena, ovviamente eravamo un po’ a disagio. Reid probabilmente se ne accorse. «Sentite» disse non appena finimmo di mangiare «a voi due dispiace se saltiamo il cinema stasera?». «È ok per me» rispose Logan. «Vogliamo andare da Chancey?». «No» esclamò Reid. «Vorrei che veniste in un posto dove possiamo parlare. Salite a casa mia». «Come preferisci» dissi io. «Non è necessario». «Sì, lo è» rispose Reid. «Forse riusciremo ad affrontare questa cosa». Era in uno stato penosamente nervoso, così acconsentimmo e andammo nel suo appartamento, dove non eravamo mai stati prima. Consisteva in una stanza con un letto reclinabile, un bagno e un cucinino interno. Sebbene Reid fosse in città da ormai più di due mesi, non c’era il minimo segno che stesse vivendo lì. Avrebbe potuto essere tranquillamente una stanza presa in affitto per la scomoda conversazione di quella sera.

Ci sedemmo, ma Reid si rialzò subito e si piazzò tra noi, davanti al caminetto finto. «Vorrei poter non dire nulla di ciò che è accaduto oggi» cominciò. «Mi piacerebbe ignorarlo e lasciare che venga dimenticato. Ma non può essere dimenticato». Poi continuò: «È inutile dirmi che non ci penserete. Sicuramente ci penserete. Tutti lo facevano, lì. La compagnia mi spedì a Cleveland. La notizia arrivò anche là. Tutti ci pensavano, bisbigliavano, si facevano domande. Sapete, dopotutto sarebbe molto più interessante se il tizio fosse colpevole, vero? In un certo senso, sono contento che questa storia sia venuta fuori. Con voi due, intendo. La maggior parte delle persone, non voglio che sappia nulla. Ma voi due, voi due siete stati gentili con me. Voglio che sappiate tutto. Tutto. Arrivai a Pittsburgh dalla Georgia, rimasi lì per dieci anni, con quelli di Walls Tyman. Fu là che conobbi lui, Earle Wilson. Anche lui veniva dalla Georgia, e diventammo grandi amici. Non sono mai stato tipo da andarmene in giro più di tanto. Earle non solo era il mio migliore amico, ma praticamente l’unico. Bene, quindi, il lavoro di Earle con la nostra compagnia era migliore del mio; poteva permettersi una casetta poco oltre i confini della città. Di solito andavo a casa sua in macchina due o tre volte la settimana. Trascorrevamo delle serate molto tranquille. Voglio che capiate che ero decisamente di casa. Non c’era un clima da ospite e padrone di casa. Se avevo sonno, non mi facevo problemi ad andarmene di sopra, sdraiarmi sul letto e farmi un riposino per una mezz’ora. Non c’era nulla di straordinario in questo, concordate?».

«No, nulla di straordinario» commentò Logan. «Pare che alcune persone lo pensassero» disse Reid. «Be’, una sera uscii dopo il lavoro. Mangiammo, restammo seduti per un po’, giocammo a dama. Earle preparò un paio di cocktail, poi io ne feci altri due. Normale, no?». «Certo» rispose Logan. «Ero stanco» continuò Reid. «Mi sentivo pesante. Dissi che sarei salito al piano di sopra e mi sarei steso per una mezz’oretta. In questo modo mi riprendo sempre. Così andai. Dormii profondamente, molto profondamente, per mezz’ora, poi mi sentii meglio. Mi sembrò di aver sognato, una specie di incubo. Pensai ci fosse un attacco aereo, e sentii la voce di Earle che mi chiamava, ma non mi svegliai, non finché non passò la solita mezz’ora, comunque. Scesi al piano di sotto. La stanza era buia. Chiamai Earle e mi spostai dalle scale verso l’interruttore della luce. A metà strada inciampai su qualcosa, e venne fuori che era una lampada, che era caduta a terra, poi andai giù, e caddi su di lui. Sapevo che era lui. Mi alzai e cercai la luce. Era disteso lì. Sembrava fosse stato aggredito da un pazzo. Dio, era quasi ridotto in pezzi! Presi il telefono di corsa e chiamai la polizia. Logicamente.

«In attesa che arrivasse, mi guardai intorno. Ma prima di tutto vagai per la stanza, confuso. Pare che tornai in camera da letto. Non ho memoria di questo, ma trovarono una macchia di sangue sul cuscino. Ovviamente ero pieno di sangue, completamente pieno: ero caduto su di lui. Potete comprendere un uomo confuso, vero? Potete comprendere che quell’uomo sia salito al piano di sopra, senza ricordarsene? Vero?». «Certo che possiamo» rispose Logan. «Sembra molto naturale» dissi io. «Credevano di avermi incastrato con questo» continuò Reid. «Me lo dissero in faccia. Idioti! Comunque, ricordo di essermi guardato intorno, e di aver visto cosa era accaduto. Earle aveva molti attrezzi da cucina. Un ramo della nostra compagnia era in quel campo. Uno di questi attrezzi era una mannaia, del genere che puoi trovare dal macellaio. Era sul tappeto. Be’, la polizia arrivò. Gli raccontai tutto quello che potei. Earle era un tipo tranquillo. Chi potrebbe mai avere un nemico del genere? Pensai che fosse stato un maniaco. Non era sparito nulla. Non si trattava di una rapina, a meno che un vagabondo mezzo svitato non fosse entrato in casa e alla fine si fosse spaventato troppo per prendere qualcosa. Chiunque fosse, era uscito in modo molto pulito. Troppo pulito per la polizia. E troppo pulito per me.

«Si misero a cercare impronte digitali, ma non ne trovarono. Hanno una procedura infinita per questo genere di cose. Non vi annoierò con ogni singolo dettaglio. Sembra però che la loro procedura non fosse abbastanza buona, il tipo era troppo furbo per loro. Ma naturalmente volevano un arresto. Così mi indiziarono. La loro tesi era decisamente debole. Dio solo sa come abbiano fatto a pensare che potesse funzionare. Forse nemmeno lo pensarono. Ma, vedete, se avessero potuto metter su un caso fortemente valido – e io mi sono salvato solo grazie a una giuria divisa – be’, sarebbe stato diverso dal dover ammettere che non avevano trovato nemmeno un capello, o dal nascondere il vero assassino. Che prove c’erano contro di me? Che non riuscivano a trovare tracce di qualcun altro! Questa è la prova della loro dannata inefficienza, ecco tutto. Qualcuno può uccidere il suo migliore amico per niente? Hanno trovato una ragione, un motivo? All’inizio indagarono sulla possibile presenza di una donna. Avevano la mentalità da rivista da due soldi. Spulciarono tra le nostre questioni finanziarie. Provarono addirittura a ipotizzare un coinvolgimento con una quinta colonna. Dio, se sapeste cosa si prova a essere messi di fronte a facce uscite da un fumetto, con menti che rispecchiano quelle stesse facce! Se mai doveste ritrovarvi accusati di omicidio, impiccatevi in cella la prima sera.

«Alla fine si concentrarono sulla nostra partita a dama. La nostra povera, innocua partita a dama! Parlammo per tutto il tempo mentre giocavamo, sapete, a volte dimenticando persino a chi spettasse la mossa seguente. Credo ci siano persone che possono perdere le staffe in una discussione su un gioco da bambini, ma per me è incomprensibile. A dire il vero, ricordo che dovemmo ricominciare la partita non una ma due volte: quando Earle preparò i cocktail, e quando lo feci io. Ogni volta ci dimenticavamo di chi fosse il turno. In ogni caso, si concentrarono su quello. Dovevano trovare uno straccio di movente, e questo era il massimo che riuscissero a fare. Ovviamente, il mio avvocato fece a pezzi questa tesi. Grazie a Dio, in pausa pranzo a lavoro erano tutti fissati con la dama. Così trovò presto una mezza dozzina di testimoni che giurarono che né io né Earle avevamo mai giocato così seriamente da scaldarci gli animi. Non avevano nessun altro movente da presentare. Assolutamente nessuno. Le nostre vite erano semplici, ordinarie, monotone, e come libri aperti. Qual era il caso? Non riuscivano a trovare ciò per cui li stavano pagando. Così proposero di mandare un uomo nel braccio della morte. Capite?».

«È davvero ignobile» dissi io. «Sì» aggiunse lui con foga. «Ignobile è la parola giusta. Ebbero quello che gli spettava: la giuria votò nove a tre per l’assoluzione, e questo salvò la faccia alla polizia. C’era decisamente spazio per l’idea che fossero sulla pista giusta per tutto il tempo. Potete immaginare come sia stata la mia vita da allora! Se vi ritrovate in un casino simile, amici, impiccatevi la prima notte, in cella». «Non parlare così» disse Logan. «Guarda, hai passato un brutto periodo. Dannatamente brutto. Ma chi se ne frega? È finita. Sei qui ora». «E noi siamo qui» aggiunsi io. «Se può esserti d’aiuto». «Aiuto?» disse. «Dio non potete immaginare quanto lo sia! Non riuscirò mai a spiegarvelo. Non sono bravo con questo genere di cose. Vedete, vi ho trascinati qui, gli unici esseri umani che mi abbiano trattato con decenza, e vi ho rovesciato addosso questa storia senza nemmeno offrirvi qualcosa da bere. Non fa niente, vi preparerò qualcosa ora, qualcosa che vi piacerà».

«Riuscirei proprio a mandar giù un highball» esclamò Logan. «Berrete qualcosa di meglio» disse Reid, andando verso il cucinino. «Abbiamo una piccola specialità giù dalle mie parti in Georgia. Solo che va fatta nel modo giusto. Aspettate solo un minuto». Sparì oltre la porta, e sentimmo rumore di tappi aperti e una gran confusione di liquidi versati e mescolati. Nel frattempo, Reid continuava a parlare attraverso la porta. «Sono contento di avervi portato quassù» disse. «Sono contento di avervi raccontato tutto. Non sapete cosa significhi essere creduto, capito… Dio! Mi sento di nuovo vivo». Riemerse con tre bicchieri colmi su un vassoio. «Provate questo» esclamò con orgoglio. «Ai giorni futuri!» disse Logan mentre alzavamo i bicchieri. Bevemmo e alzammo le sopracciglia in approvazione. Il cocktail sembrava una variante dello Sherry flip, con un’abbondante spolverata di noce moscata.

«Vi piace?» esclamò furiosamente Reid. «Non in molti conoscono la ricetta di questo cocktail, e sono ancora meno quelli che lo sanno fare bene. Ci sono una o due versioni sbagliate che alcuni poveri scemi preparano, una vergogna per la Georgia. Potrei… Potrei versargli quella schifezza in testa. Aspettate un attimo. Voi siete uomini di gusto. Dio, sì, certo che lo siete! Giudicherete voi». E con questo, schizzò di nuovo verso il cucinino e fece agitare le bottiglie in modo ancora più furioso, parlando con noi in maniera sconnessa, tessendo le lodi della versione ufficiale del cocktail e condannando ogni imitazione.

«Ecco a voi» disse, mentre faceva la sua apparizione con il vassoio carico di drink molto simili ai primi, ma decorati in modo diverso. «Questi aborti hanno macis e zenzero sopra, invece della noce moscata. Prendeteli. Beveteli. Sputateli sul tappeto se volete. Ne farò altri di quello originale per farvi sciacquare la bocca. Provateli. E ditemi cosa pensate di un barbaro che insiste che quello è un Georgian flip. Avanti, ditemi». Sorseggiammo. Non c’era una differenza sostanziale. Comunque, rispondemmo come ci si aspettava da noi. «Cosa ne pensi, Logan?» dissi io. «Il primo è migliore, senza dubbio». «Senza dubbio» rispose Logan. «Il primo è quello giusto». «Sì» disse Reid, con il volto livido e gli occhi come carboni ardenti. «E quella è robaccia. Chi chiama quello un Georgian flip non è capace, non è capace nemmeno di mescolare lucido da scarpe. Non c’è la noce moscata. Un pizzico di noce moscata fa la differenza».

Allungò le mani per afferrare il vassoio, e i suoi occhi caddero su di esse. Rimase seduto, fermo immobile, a fissarle.

The Touch of Nutmeg Makes It © 1941 John Collier
Traduzione dall’inglese di Anita Palazzesi
Tutti i diritti riservati

Commenti
Un commento a “Un pizzico di noce moscata fa la differenza”
  1. Sean Paul Sartre scrive:

    Apprezzatissimo, grazie di averlo pubblicato!

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