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Un pomeriggio con Vittorini

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Certi momenti, in libreria per Chiarelettere, racconta alcuni tra gli incontri più decisivi avuti da Andrea Camilleri nel corso della sua vita. Tra gli altri, lo scrittore siciliano ricorda Primo Levi, Benedetto Croce, Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda. Di seguito pubblichiamo un estratto in cui Camilleri descrive una giornata passata con Elio Vittorini. Ringraziamo l’autore e l’editore (fonte immagine).

di Andrea Camilleri

Nel 1945 Elio Vittorini fondò a Milano la rivista «Il Politecnico» che si occupava di letteratura, arte e problemi sociologici. La rivista settimanale, formato lenzuolo, ebbe quasi immediatamente uno strepitoso successo: era edita da Giulio Einaudi e nelle sue pagine i nomi dei collaboratori erano di altissimo prestigio.

In quello stesso anno mi affrettai a inviare a Vittorini alcune mie poesie scrivendogli che il mio curriculum letterario consisteva in due poesie pubblicate sulla prestigiosa rivista politico-letteraria «Mercurio», diretta da Alba De Céspedes. Vittorini mi rispose dopo un mese con una breve lettera nella quale diceva che aveva letto le mie poesie, che vi aveva trovato molti spunti interessanti, ma che non le riteneva ancora mature per essere pubblicate; concludeva però invitandomi a mandargliene altre trascorso un anno.

Fui puntuale a quella specie di appuntamento: passati dodici mesi, durante i quali «Il Politecnico» aveva cambiato formato, gli mandai, se non ricordo male, sette o otto poesie. Stavolta la risposta fu positiva: Vittorini mi diceva che ne aveva scelte tre e che le avrebbe pubblicate in un numero della rivista che intendeva dedicare alla giovane poesia italiana.

Nel ’47 andai a Milano ospite di un mio zio, e un giorno decisi di recarmi alla redazione del «Politecnico» per conoscere Vittorini di persona; naturalmente prima gli telefonai, ed egli mi rispose che mi aspettava in redazione per quel giorno stesso alle tre del pomeriggio. Nella prima sala della redazione, mi ricordo, c’era un signore che stava consultando un libro, seppi poi che era Franco Fortini; mi indicò l’ufficio del direttore, bussai, entrai. Vittorini mi accolse con un largo sorriso, mi fece sedere davanti alla sua scrivania e cominciò a farmi una sorta di terzo grado, domandandomi da dove venivo, che studi stessi facendo, quali fossero le mie letture preferite. A un tratto mi guardò, come soprappensiero: «Sei libero questo pomeriggio?».

«Sì.»
«Te la faresti una passeggiata con me?»
«Certamente!»

Uscimmo, e appena fuori mi prese sottobraccio e mi fece una domanda che mi lasciò sorpreso.

«Quali paesi e città della Sicilia conosci?»
«Agrigento, Palermo, Catania, Messina, Caltanissetta, Enna…»

Mi interruppe: «E i paesi?».

«Aragona, Comitini, Favara, Sciacca…»

Mi interruppe ancora.

«Pietraperzia la conosci?»
«No.»
«Parlami di Enna.»

Io, come ho avuto modo di raccontare, a Enna ero vissuto due anni, la conoscevo bene, fui abbastanza esauriente.

«Il lago di Pergusa è nelle vicinanze vero?»
«Sì.»
«Dimmi come è fatto.»

A farla breve parlai della Sicilia per un’ora e mezzo, poi ci sedemmo a un bar, ci ristorammo con un caffè, riprendemmo la passeggiata. Questa volta Vittorini cominciò a interrogarmi sulle diverse «parlate» del dialetto siciliano; gli dissi che i palermitani, per esempio, sostituivano la r con la i, invece i catanesi al posto della r raddoppiavano la consonante che la precedeva.

Per esempio, invece di dire scarmazzo, che significa confusione, loro pronunciavano scammazzo. Poi volle sapere in quale zona si trovasse il maggior raggruppamento dei cosiddetti «normanni», vale a dire quei siciliani che hanno occhi azzurri e capelli biondi.

A un certo punto fui io a rivolgergli una domanda: «Ma perché tu, Vittorini, non sei nato a Siracusa? Perché mi fai tutte queste domande?».

Non rispose direttamente, mi sorrise: «Con te sto facendo un ripasso».

Il ripasso continuò per altre due ore. Alle otto di sera ci ritrovammo davanti alla porta della redazione. Al momento di salutarci, sfilò dalla tasca il giornale «l’Unità» e porgendomelo mi chiese: «Oggi l’hai letto?».

«No.»
«Allora prendilo, e leggiti soprattutto l’articolo di Alicata.»

Tornai a casa, cenai e subito dopo cominciai a leggere l’articolo di Mario Alicata, che era il collaboratore più stretto di Palmiro Togliatti per ciò che riguardava la linea culturale del Partito comunista italiano. Era un inaspettato, duro attacco al «Politecnico» e al suo direttore Vittorini. In sostanza Alicata sconfessava la linea guida della rivista tacciandola di cosmopolitismo, cioè di una deviazione dalla linea guida del partito, accusa allora assai grave. Quell’articolo, anche se era a firma di Alicata, certamente corrispondeva al pensiero di Togliatti.

La conclusione era inequivocabile, seppure non esplicita: o Vittorini cambiava radicalmente l’indirizzo della sua rivista o «Il Politecnico» sarebbe stato considerato eretico rispetto alle direttive del partito. Era evidente che quell’articolo, un fulmine a ciel sereno, intonava il De profundis per la rivista.

Vittorini l’aveva capito, e perciò forse, in quella lunga passeggiata pomeridiana, era fuggito via dalla realtà per rifugiarsi, attraverso di me, in un territorio felice, quello della sua Sicilia. Infatti, nei giorni seguenti, Vittorini rispose ad Alicata difendendo le proprie idee.

Nella polemica intervenne alla fine Togliatti in prima persona. Come tutti avevamo previsto, piuttosto che cambiare linea, Vittorini preferì chiudere «Il Politecnico». E naturalmente le mie tre poesie non furono mai pubblicate.

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