cop_piatto_Un uomo in fiamme (1)

Sono un pompiere, da grande voglio fare lo scrittore – Un diario di scrittura

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo. L’ultimo libro di Marco Cubeddu, Un uomo in fiamme, è da poco in libreria per Giunti.

di Marco Cubeddu

Sarà che, dopo settimane di turni di notte come guardiafuochi in Fincantieri, sto ascoltando Redemption Song nella versione di Johnny Cash e Joe Strummer accanto a una Moretti ghiacciata. Il sole caldo e l’aria fresca di una tarda mattinata di settembre. Il bosco di castagni da cui sono appena tornato col mio primo porcino. La possibilità di urlare fuori tutto l’animale che mi porto dentro dalla prima di nove case di un paese deserto a una vallata di paesi abbandonati.

Ma la prima cosa che mi viene da dire su questo libro è che mi ha dato pace. Un senso di redenzione personale. Ho fatto una vita spericolata. E scrivere Un uomo in fiamme è stata la cosa migliore che potessi fare per salvarmela. Per fare pace con tante cose. Capire chi sono. Amare chi amo. Mi vergogno molto per tutto il giudizio di cui ho subito il peso e di come l’ho scaricato sulle persone a cui tenevo di più.

C’è molto di questo senso di colpa in Roberto Franzini, che non sono io in nessun dato fondante della sua biografia (salvo per molte delle sue allarmanti idiosincrasie), e che nei tratti salienti è più un miscuglio tra i vari esempi di malsana virilità dei meravigliosi e ipersensibili amici e colleghi a cui mi sento fraternamente accanto. Ma il senso di colpa per tutta la pigrizia e la vigliaccheria da cui si lascia guidare Roberto in tanta parte del libro, quello, è tutto mio. Mi picchio con questo libro da più di dieci anni. Perché mi sono picchiato per anni con l’idea di essere un pompiere precario senza capire quanto ne fossi orgoglioso. Ridendo e scherzando, lo faccio da quando ne avevo 19.

Era l’estate del 2006. Il giorno dopo la finale dei mondiali mi stavo inverosimilmente diplomando alla mia sesta scuola e facevo il mio primo richiamo in servizio insieme al mio amico Emilio Vedelago, eroe del ponte Morandi e figlio del leggendario caposquadra Marco, che ci aveva suggerito di presentare domanda. Ho continuato a mantenermi facendo il discontinuo a Torino, dove mi ero trasferito per l’improbabile avventura di frequentare il master di scrittura creativa alla Holden. Insieme a mille altri lavori, mi barcamenavo tra i turni e la scrittura per necessità, considerandoli mondi completamente separati. La tragica notte della Thyssenkrupp ero di turno di autoscala, che non serviva per il soccorso, e dalla guardiola della caserma di Corso Regina vedevamo salire il fumo dalla fabbrica vicina e ascoltavamo le spaventose comunicazioni via radio delle squadre sul posto.

La mattina dopo mi chiama quello stupendo esempio di sensibilità artistica che è Dario Voltolini, allora direttore didattico alla Holden, e mi dice: volevo assicurarmi che ti sentissi libero di scriverne. Io non me ne sentivo libero per niente, perso nel senso di oscenità che mi dava sentirmi più un guardone che un testimone. Fare il pompiere precario non era più incompatibile con l’essere uno scrittore che fare il caporedattore, il tribuno del popolo o il padre di famiglia. Scrivere è un mestiere pericoloso perché vuol dire abbandonarsi a possessioni estemporanee o durature, e tutto quello che fa uno scrittore quando non scrive è perennemente distratto dall’ossessione di scriverne. Ma non lo capivo fino in fondo, e dalla pubblicazione del primo romanzo nel 2013 ho fatto di tutto pur di andarmi a sentire non integrato in altri mondi, fossero quello dell’editoria romana, in cui comunque ho conosciuto persone che mi hanno fatto sentire a casa, o quello della televisione milanese, dove sfido chiunque a poter dire di sentirsi veramente a casa.

E dopo essermi perso e consumato tra vizi, non solo letterari, e ambizioni superficiali, avevo accumulato 14 euro sul conto, cause legali sulla schiena e non so quante multe non pagate. Sono stato un cazzone. Un cazzone schiavo di ansie per una vita adulta che non ho mai veramente voluto, di bracci di ferro per ottenere successi meschini, della paura di fidarmi degli altri e della certezza di non potermi fidare di me stesso. Nell’incontrare di nuovo Antonio Franchini,con cui avevo fatto i primi due romanzi in Mondadori, è nato questo libro con Giunti. Il tempo in cui ho scritto delle imprese di questi pompieri di Busalla, tanto improbabili quanto generosamente verosimili per chi conosce l’ambiente pompieristico, ha coinciso con una crisi profonda che mi ha portato a ritirarmi sempre più in me stesso e allo stesso tempo, paradossalmente, a dipendere sempre di più dagli altri.

Tornare a Genova, a Sampierdarena, tornare al Fossato, alle bocciofile, ai container sotto la Lanterna ha significato fare i conti con uno squinternamento esistenziale che credo riguardi in generale l’idea del maschio bianco in sé e nel particolare l’idea del maschio bianco in me. Ero convinto che non mi sarei mai sentito integrato in nessun ambiente, e ancora più convinto che quello operaio non facesse per me, troppo goffo, distratto e menefreghista per poterne far parte. Tanto più, non volevo insozzare le cose più profonde della mia vita facendone mercimonio editoriale, offerte al dio dell’esibizionismo sociale presupposto di ogni desiderio di pubblicazione.

Ma tant’è – anche escludendo il crollo del ponte genovese, i funerali di colleghi prematuramente scomparsi, le lotte operaie «che si può cambiare il mondo basta mettersi a cantare con noi» – più ritornavo nell’orbita pompieristica più scriverne diventava un bisogno e non un vezzo. E anche se ho avuto l’ansia fino alla revisione delle ultime virgole prima di andare in stampa, esasperando chiunque mi stesse accanto, una volta licenziate le bozze ho realizzato che questo libro mi ha regalato di sentire nel profondo quello che pretendevo di aver già imparato a tutti i costi: essere coraggiosi.

Ripartire dal cantiere navale dove lavoro come guardiafuochi in attesa del mio turno nella stabilizzazione dei precari per entrare fisso nei pompieri è stata la miglior terapia psicanalitica che potessi desiderare. La vita è già abbastanza dura anche se non ci mettiamo in gabbia da soli. Per me, sentirmi libero, è sentirmi libero di scrivere quello che voglio. E imparare a voler bene a quel disadattato di Roberto Franzini. Perdonarlo per la fatica che ha fatto ad accettare di non essere come i traballanti eroi da cui era circondato.

Per la paura che lo ha dominato al punto da fingere di poterlo diventare. Per averci messo tanto a capire che poteva diventare chi voleva grazie alla famiglia allargata che lo nutre, lo ospita, lo rassicura, lo mantiene, lo sostiene, lo tiene a bada e lo sopporta sempre. Soprattutto lo sopporta.

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