Un progetto permanente di disordine

Questa settimana è in edicola con Gli Altri un libro che raccoglie gli articoli scritti da Edoardo Sanguineti per il settimanale. Il libro esce in occasione del primo anniversario dalla morte di Sanguineti (18 maggio del 2010) e contiene, tra l’altro, anche questa presentazione.

di Stefano Jorio

Otto anni fa, alla domanda “Qual è il disordine da cui oggi dobbiamo uscire? Quale palus putredinis? Quali modelli?” Sanguineti rispose: “La poesia deve rifiutare i modelli. Si continua a tornare all’ordine quando invece bisogna tornare a quel disordine.”
Parlando di modelli l’intervistatrice lo invitava a parlare del truce corpo a corpo con la tradizione letteraria che aveva accompagnato tutto il suo percorso di poeta e di critico, e Palus putredinis si riferiva al primo, enigmatico io che si leva dal primo verso del primo libro di Sanguineti (composte terre in strutturali complessioni sono Palus Putredinis…). Il disordine invocato nella risposta, invece, è l’inizio di tutta la storia. Però dobbiamo fare un patto, perché ho poco spazio a disposizione: io vi prometto che se non sapete di cosa stiamo parlando vi farò venire voglia di cercare per conto vostro vita e opere di Sanguineti, e voi mi esentate dal fare la biobibliografia ragionata. Fair enough.

Dunque, il disordine. All’inizio degli anni Cinquanta Sanguineti (e con lui poco più che ventenne anche altri, ai quali arriveremo presto) cominciò a domandarsi in che modo nel dopoguerra l’arte potesse interrogare quel processo di ricostruzione che con i tratti di una rivoluzione industriale imponeva in Italia modi di vivere, abitudini percettive e rapporti di produzione senza precedenti: la catena di montaggio e il nascente consumismo imponevano alla classe operaia e a quella media una progressiva perdita di relazione con gli oggetti, dovuta alla loro produzione di massa all’interno di un circuito impazzito che travolgeva chi ne faceva parte, al punto da fargli perdere di vista i fini del tutto e la gratificante consapevolezza di un ruolo svolto nel corpo sociale. L’analisi non era nuova: si trattava della teoria dell’alienazione che il giovane Marx aveva esposto nei suoi Manoscritti economico-filosofici. Nuovo fu però in Sanguineti l’innesto della teoria marxista (e insieme di quella psicoanalitica) sul logoro corpo della lingua letteraria italiana: ne nacque un mostro densissimo e pieno di vitalità, brutto e stonato alle orecchie dei puristi ma capace di immergersi nel reale per riportarne alla luce spaesamenti, aritmie ed enigmi. Presupposto dell’operazione: il “poetare ragionante” di Leopardi non è più possibile. E dato che le forme di una lingua significano più in profondità dei suoi contenuti, se voglio raccontare uno stato di dissociazione devo usare una lingua dissociata. I risultati poetici di tutto questo vennero raccolti prima in Laborintus nel 1956 e poi, nel 1961, nell’antologia I novissimi. Sanguineti infatti non era stato il solo ad avere quelle intuizioni; prima nei novissimi e poi nel Gruppo 63 trovò compagni di strada (Giuliani, Pagliarani, Balestrini, Porta, Anceschi, Eco, Arbasino, Manganelli, Berio, Schifano, Guglielmi, Bonito Oliva, Vassalli…) che condividevano la necessità di un “progetto permanente di disordine”.

Con un bellissimo saggio pubblicato nel 1962 sul Menabò di Vittorini, Umberto Eco diede sistemazione teorica al lavoro che Sanguineti e gli altri avevano fatto fino a quel momento o avrebbero fatto di lì a poco. Il saggio si chiama “Del modo di formare come impegno sulla realtà” e fa impressione rileggerlo oggi. Non solo perché le sue parole d’ordine, alienazione e demistificazione, sono nel frattempo scomparse quando sarebbero invece, probabilmente, ancora utili: ma anche perché è la testimonianza, divenuta ormai storica, di un modo di porre domande alla propria epoca (e tentare risposte) che sembra non interessare più nessuno. Scegliendo la nascita della musica dodecafonica per parlare concretamente delle avanguardie artistiche, Eco sosteneva che il musicista rifiuta il sistema tonale perché esso, nelle nostre abitudini percettive, significa (rimanda a) un mondo di valori morali che sono esattamente quelli che la nuova musica vuole mettere in discussione: “nell’animo dello spettatore, ogni volta che viene colto un certo insieme di rapporti sonori, si verifica istintivamente un rimando al mondo morale, ideologico e sociale che questo sistema di rapporti per lungo tempo gli ha riconfermato. […] Ora, questo universo di rapporti umani che l’universo tonale ribadisce, questo universo ordinato e tranquillo che ci eravamo abituati a considerare è ancora quello in cui viviamo? No, quello in cui viviamo è il successore di questo, ed è un universo in crisi. […] Così paradossalmente, mentre si crede che l’avanguardia artistica non abbia un rapporto con la comunità degli altri uomini tra i quali vive, e si ritiene che l’arte tradizionale lo conservi, in realtà accade il contrario: arroccata al limite estremo della comunicabilità, l’avanguardia artistica è l’unica a intrattenere un rapporto di significazione col mondo in cui vive.”
Cosa faceva Sanguineti alla lingua in questo tentativo “paradossale” di recuperare una autentica capacità di significazione? Ne spaccava sistematicamente le strutture, la sintassi, il lessico. Ne devastava ogni elemento, poi ne raccoglieva i frantumi e li strofinava gli uni sugli altri, ci buttava dentro altri versi di altri poeti, qualche nome di stazione ferroviaria, altre robe incomprensibili scritte in tedesco o in inglese o in greco antico: e in un giro lunghissimo di frase (che era in realtà una frana di suoni, che erano in realtà un concerto stranito e rabbioso), se riuscivi a arrivare alla fine, se ti fidavi di lui e del suo procedere apparentemente privo di direzione, ti faceva vedere delle cose. Erano spiragli di luce o di esperienza che balenavano in quel marasma, piccole esplosioni interne che si radunavano e crescevano come in un pezzo di quella musica elettronica che negli stessi anni andava esplorando Stockhausen:

: e pensare (dissi);
che noi (quasi piangendo, dissi); (e volevo dire, ma quasi mi soffocava,
davvero, il pianto; volevo dire: con un amore come questo, noi):
un giorno (noi); (e nella piazza strepitava la banda; e la stanza era
in una strana penombra);
(noi) dobbiamo morire:


Colando come una lava, la lingua poetica di Sanguineti si ripete, si impunta, si confonde, finisce in un vicolo cieco e cambia strada; specifica incisi che in realtà non specificano niente, esclama dove non c’è niente da esclamare, domanda dove non c’è da domandare, sovverte le regole della punteggiatura. Rinuncia all’Io quale centro di ricezione, coordinamento e emissione delle informazioni: è diffusa, schizofrenica, dissociata. E coagulandosi insieme dal basso (dalla strada, dalla pancia, dai genitali) e dall’alto (le citazioni, le lingue straniere, le anafore), abbozza stati di coscienza affannati, provvisori, minati da un cortocircuito premeditato.

di chiavarti con arte il caro corpo


recita un endecasillabo di Sanguineti, raffinatissimo, mobile, linguisticamente “basso” ma anche iperletterario (le allitterazioni, gli accenti di ottava e decima): perché fin da Laborintus, pubblicato per intervento del chiarissimo Luciano Anceschi che a Bologna stava formando una nuova generazione di studiosi e critici, la poesia di Sanguineti era nata nel segno di un’aristocrazia politico-intellettuale che sarebbe restata sempre uno dei suoi tratti più marcati. Marx, ma filtrato da Gramsci; Freud, ma passato per Groddeck; l’alienazione, ma letta dalla scuola di Francoforte (quella di Adorno e Benjamin, mica del più popolare Marcuse). A proposito di politica e aristocrazia: a Sanguineti è stato rimproverato, da parte dei fedeli alla linea del “realismo” togliattiano, di avere scelto una lingua elitaria, lontana dal popolo e poco interessata a andargli incontro. Forse è vero, ma il popolo legge o leggeva Carducci? O Pascoli, o anche Pasolini? E inoltre: non sarà preferibile porsi come obiettivo quello di mettere ognuno in grado di recepire certi testi, piuttosto che quello di livellare tutte le voci a un italiano impersonale fino all’afasia? Non siamo mica in televisione. È invece più interessante considerare che – nonostante l’impegno politico diretto che lo portò prima nel consiglio comunale di Genova e poi alla Camera come indipendente nelle liste del Pci, e nonostante i potenti filtri “politici” che applicò alla lingua letteraria – Sanguineti non fece mai poesia politica nel senso della propaganda e i suoi romanzi (Capriccio italiano, Il gioco dell’oca) non furono mai “a tesi”. La politica era nei presupposti e nella scelta conseguente delle forme letterarie operata. Non era politica di partito e non era solo poesia: era un progetto di società. Era la pretesa probabilmente assurda e nevrotica di chi alla letteratura ha dato tutto: la chiave di lettura del reale, la capacità di inventare alternative, il compito di opporre un rifiuto categorico allo strapotere di un esistente poco amato che trova insieme legittimazione e sostegno nella linearità sintattica (borghese, avrebbe detto lui) della lingua.

Se devo ripensare oggi a Sanguineti e agli altri (anche nelle arti visive come Vedova, anche nella musica come Berio) che in quegli anni – relativamente lontani per il calendario ma persi in una distanza assoluta per come li si percepisce – boicottavano con pazienza ogni armonia di suono e di colore, spesso avvicinandosi nelle reazioni di molti ai limiti dell’insulto alla lingua e al pubblico, non posso fare a meno di credere che lo stessero facendo anche nella convinzione, o nel presentimento, che dietro l’angolo stesse arrivando qualcosa di enorme. Lo credevano con la devastante potenza di un’esaltazione che contemporaneamente stava portando altri a credere al compromesso storico e altri a strombarsi di lsd e altri ancora a girare film sull’alienazione in cui non succedeva niente, e altri ancora a cantare dei bombaroli o a morire dilaniati appunto dalla bomba che stavano innescando su un traliccio dell’alta tensione. Sanguineti e gli altri erano di tutto questo l’avanguardia intellettuale: accademici, ipercolti, aggiornatissimi e a volte fastidiosamente snob, erano l’élite che spesso prendeva anche le distanze da chi articolava diversamente lo stesso rifiuto, le stesse impazienze. E certo era giusto avere quell’esaltazione (tanti segni sembravano incoraggiarla), e quindi giustissimo spaccare in quattro le strutture logiche e quelle di potere da esse sottintese. Poi le cose sono andate come sono andate. Tanto che oggi si sente la mancanza di quel loro domandare rigoroso, analitico, ricco di strumenti, che era anche il segno di una rabbia e di un’urgenza e di un malessere.

ho insegnato ai miei figli che mio padre è stato un uomo straordinario: (potranno
raccontarlo, così, a qualcuno, volendo, nel tempo): e poi, che tutti
gli uomini sono straordinari:
e che di un uomo sopravvivono, non so,
ma dieci frasi, forse (mettendo tutto insieme: i tic,
i detti memorabili, i lapsus):
e questi sono i casi fortunati:


Tanto che però viene anche da domandarsi: non sarà successo come in quelle famiglie benestanti i cui figli diventano terroristi e come in quelle famiglie proletarie i cui figli aspirano al consiglio di amministrazione? Loro che avevano letto tutti i libri e avevano avuto i migliori docenti in un percorso educativo saldo e ben strutturato, loro che come eredi di una tradizione in via di estinzione erano l’ultimo e più raffinato prodotto dell’ordine umanistico come strumento di lettura del reale, volevano spaccare tutto e rappresentare letterariamente un vivere dissociato e schizofrenico al quale nessuno di loro fu mai soggetto davvero. E invece i figli veri di quella dissociazione, i figli della mercificazione compiuta, quelli nati mentre i saperi stavano esplodendo, universitari di massa, poi precari, poi assistenti universitari da 600 euro l’anno, ritornano oggi alla letteratura dell’ordine e manifestano un grande bisogno di trama e di linearità narrativa, ovvero di una gabbia interpretativa in grado di risarcire chi (autore o pubblico) percepisce la propria esistenza come caos. Ma come mai, allora, chi ha scontato il caos sulla propria pelle, in modo più bruciante di chi lo aveva intuito come trasformazione in atto, non sente l’esigenza di raccontarlo demistificandolo, quantomeno accompagnando le grandi narrazioni e i grandi affreschi epocali con un lavoro forte sulla lingua e sulle forme? La morte di chi abbiamo amato è sempre un invito a fare una cosa maleducata e vitale: i conti nostri nelle tasche sue. Non sarà l’ultimo dei bellissimi regali che ci ha fatto.

Commenti
Un commento a “Un progetto permanente di disordine”
  1. maurizio montanari scrive:

    Ho conosciuto Edoardo personalmente.

    Scrissi due cose il brutto giorno che se ne andò

    http://blog.libero.it/VignolaVota2009/8836382.html

    Maurizio M

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