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Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti. La letteratura testimoniale di Helga Schneider

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Immagina una bicicletta rossa, Hannelore, quando, al compimento dei 13 anni, suo padre le annuncia che è arrivato il momento di mostrarsi una fedele cittadina del Reich e contribuire a scovare gli ebrei per denunciarli, promettendole un regalo in cambio. Per la festa nazionale non ci si può esimere dall’esporre la bandiera germanica ma c’è chi, come Herr Kollner, decide di ignorare l’ordinanza nonostante le minacce del responsabile del caseggiato.

Solo davanti a Hannelore, che gli ricorderà i suoi doveri di cittadino, l’uomo, amareggiato e rabbioso per il modo in cui quell’adesione a una dittatura criminale si era innestata persino nelle menti dei bambini, le sferra uno schiaffo rivelandole di essere un ebreo, sperando così di risvegliarla da quel torpore. Il giorno dopo, al ritorno dalla scuola, Hannelore trova la sua bicicletta rossa ad attenderla, con cui prende a girare davanti al palazzo per suscitare le invidie dei suoi coetanei. Vedrà, sconvolta, la Gestapo portare via Herr Kollner e sua moglie per poi scoprire, anni dopo, che a seguito della sua rivelazione, l’anziana coppia era stata condotta in un campo di concentramento.

Si snodano tra le responsabilità collettive, le contraddizioni della guerra, i disperati tentativi di salvezza di un nonno e di un nipote che disertano il Volkssturm, la trasfigurazione di luoghi che paiono paesaggi lunari, le storie di soldati che si invaghiscono delle loro vittime e di figlie che arrivano a cercare di uccidere le loro madri per liberarsi dai vincoli e seguire “il sacro cammino” verso una nuova era nazista, i temi affrontati da Helga Schneider nelle narrazioni brevi racchiuse in Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti, Oligo editore.

Dieci racconti in cui ogni protagonista declina a vario titolo la propria relazione con la memoria, un affresco eterogeneo che non si sottrae alla descrizione del fanatismo e dei suoi esiti inesorabili, come per la vicenda della diciannovenne Susanne, seguace di Hitler che preconizza un nuovo Reich e ripudia la madre, arrestata per la diffusione di materiale sovversivo per la resistenza. La volontà di raccontare le ripercussioni del regime e la ferocia della guerra da prospettive sempre diverse è evidente anche in altre storie narrate, come quella del soldato russo Pàvel Anatòl che persevera nel compiere violenze e soprusi, per poi prendere improvvisamente coscienza dell’assurdità di tale distruzione e scegliere di non farne più parte: “Non capiva più la guerra, il senso dell’odio, del sacrificio, della gioventù bruciata sui campi di battaglia. Chi era lui? Cos’era diventato? Un folle? Un traditore del compagno Stalin e della stessa patria russa? Non sapeva più chi fosse”.

Descrive il ricatto della miseria, perpetrato su persone fragili che si mostrano incapaci di difendere un’idea di giustizia e arrivano a rendersi complici del regime. Condizione che riguarda anche i bambini, come Lotte, la protagonista del primo racconto che, tentata in modo irrefrenabile dalla cioccolata e dal pane col burro di cui quasi non ricordava più il sapore non potrà esimersi dalle domande subdole di Frau Schmitt, moglie di un impiegato al Ministero dell’Alimentazione e Agricoltura. La rivelazione incauta della presenza del nonno nascosto in casa sfuggito sino a quel momento all’operazione Aktion T4, decreterà la fine della loro libertà.

Ogni narrazione che ancora oggi Helga Schneider consegna al lettore è una presa d’atto del proprio ruolo testimoniale, a ventiquattro anni da Il rogo di Berlino, Adelphi, con cui rese pubblica la sua storia. Cercò di sopravvivere ai bombardamenti in una città a fuoco, e all’abbandono definitivo della madre arruolatasi nelle SS come guardiana a Ravensbruck e poi a Birkenau. A sette anni conobbe la fame, gli stenti, vide corpi dilaniati dalle bombe, dovette assistere a uno stupro. Portò inesorabilmente con sé quelle immagini di morte, distruzione e violenza per il resto della sua vita. Anni di narrazioni per Adelphi, Rizzoli, Einaudi, oltre a narrativa per ragazzi per Salani in cui Schneider non abbandonerà mai realmente la dimensione dell’infanzia per testimoniare la dittatura nazista e usare la finzione narrativa per scavare nella memoria famigliare e collettiva della metà del Novecento anche attraverso l’affresco delle inquietudini e dei turbamenti di chi cresce scontrandosi con il peso di un dramma storico.

La sua linea narrativa si struttura sulla scelta di concepire il racconto personale come mezzo primario per compiere un’indagine emotiva accanto a quella storica. Percepisce la necessità di un distacco, anzitutto fisico ma anche interiore, individuando in una personale dimensione linguistica lo strumento primario per dare forma alla sua testimonianza. Identifica nell’italiano una lingua capace di innestarsi sulla memoria personale per farsi portatrice di quella collettiva e storica: in virtù del suo essere estranea al dolore può consentire di narrarlo.

Vive la scrittura con la fluidità della continua ricerca di una forma, dal romanzo alle narrazioni autobiografiche e alle memorie richiamando come costante l’essenzialità e la linearità espressiva priva di orpelli che contraddistinguono il suo tratto stilistico e le permettono di dare piena centralità ai sentimenti dominanti delle sue storie. Distante da forme di lirismo e retorica, la sua intera produzione letteraria intende rappresentare un atto di denuncia per una condizione comune vissuta da migliaia di persone e, al contempo, condividere sottotraccia con il lettore un’analisi sociologica degli esiti del fanatismo ideologico e smuovere la coscienza critica collettiva.

L’interesse a focalizzarsi sugli esiti individuali di una deriva morale della società porta Helga Schneider a non limitarsi a una mera rappresentazione della violenza e della ferocia durante il regime, ma a indagare i sentimenti del ritorno inteso sia a livello collettivo che individuale. Se da un lato emerge il ritratto di un paese ancora incapace di interrogarsi su una ricostruzione possibile, dall’altro affiora anche lo straniamento del non riconoscimento vissuto dai sopravvissuti. È ciò che accade ad Alfred che, appena liberato da un campo di concentramento in Polonia, torna a Berlino da sua moglie Inge in quel che rimane della sua casa. “Ritrovarsi. Avevano attraversato mesi, anni di squallore morale e vana ribellione. Trascinati e alienati dalla morsa di un regime mortale, si erano lasciati alle spalle la spensieratezza, la gioventù e la speranza. Il vuoto in cui erano stati precipitati sembrava aver inghiottito ogni traccia di luce e di futuro, e ora quell’abbraccio!”.

Tra le prose di invenzione basate su una profonda aderenza al reale, in Per un pugno di cioccolata Schneider inserisce sul finale due narrazioni autobiografiche legate agli avvenimenti che rappresentano le perdite che più avrebbero marcato la sua esistenza.

Il primo contributo rimanda al ricordo del fratello Peter. La distanza intercorsa negli anni dell’infanzia venne acuita dalla presenza di una matrigna incapace di accogliere e amare quella bambina irrequieta attanagliata dal dolore per considerare come suo unico figlio quel neonato abbandonato a diciotto mesi, cresciuto ignaro della verità sulla sua vera madre, di cui sarebbe venuto a conoscenza solo davanti all’anomalia dei documenti di nascita richiesti per sposarsi. Emerge il ritratto di un uomo diverso da quello che Helga immaginava, dipendente dall’alcol e depresso anche a causa della scoperta tardiva dell’abbandono della madre.

Il secondo riporta l’autrice in quelle ultime pagine al 1971 quando, da Bologna, decide di partire per andare a incontrare sua madre, per la prima volta dopo trent’anni, con suo figlio. Un incontro doloroso raccontato già nel 1995 ne Il rogo di Berlino, a cui ne seguirà solo un altro prima della morte, descritto in Lasciami andare, madre (Adelphi, 2001). La scelta di sposare come prioritaria la causa della Germania nazista e la sua missione per liberare la nazione e l’Europa dalla minaccia ebrea rivelerà esiti dolorosi anche in quell’incontro dopo decenni dall’abbandono. Si ispira a tale vicenda il film Let me go della regista londinese Polly Steele uscito nel 2017.

La narrazione che chiude Per un pugno di cioccolata riporta il lettore a quel disperato tentativo di una figlia di riappacificarsi con quella parte di sé cresciuta con il vuoto dell’assenza. Come raccontò in Lasciami andare, madre, a generare dolore è la consapevolezza di dover convivere con il contrasto lacerante tra l’attrazione nei confronti del suo stesso sangue, acuita dal suo essere a sua volta madre, e la ripugnanza nel guardarla conservare con cura, accanto all’uniforme nell’armadio, oggetti d’oro trafugati tra quelli tolti dalle SS ai deportati di Auschwitz prima di morire nelle camere a gas. Un incontro che avrebbe sancito uno spartiacque nell’elaborazione del dolore vissuto da Schneider: la percezione di quella privazione violenta vissuta negli anni come un’ossessionante presenza lascia il posto a quella che nel presente diventa una “irrevocabile assenza”.

La sua intera produzione letteraria si fonda sulla responsabilità di rivendicare un’idea di giustizia. Identifica nella scrittura il mezzo per compiere un atto di denuncia, anche nei confronti della condizione femminile sotto il nazismo (La baracca dei tristi piaceri, Salani, 2009).

Attribuisce una forma narrativa al proprio dolore personale per renderlo anzitutto custode e interprete della memoria storica e rappresentare un monito di impegno civile. E se ancora oggi a ottantadue anni Helga Schneider continua a tenere incontri pubblici, in particolare nelle scuole, e a consegnare ai lettori narrazioni come Per un pugno di cioccolata, è per invitare a chiedersi cosa sia rimasto della memoria della Shoah a fronte del dilagare di focolai antisemiti e del negazionismo.

È un interrogativo aperto sulla responsabilità della classe politica, della società civile ma anche della letteratura nel porre il lettore davanti a prospettive nuove per confrontarsi con la storia e con la memoria quello che lascia Helga Schneider, convinta, come sosteneva Jorge Luis Borges che “Noi siamo questa memoria, siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti”.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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