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Gli hippie adorano Baal, un racconto di Danilo Soscia

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Il 25 gennaio Danilo Soscia pubblicherà per minimum fax Atlante delle meraviglie. Sessanta piccoli racconti mondo. Vi proponiamo qui un racconto inedito che fa da contenuto extra, ringraziando l’autore e l’editore.  (Fonte immagine)

Sognai i miei incisivi. Addentavano l’ancia come per strapparla, e restavano lì, piantati nell’alveo, alberi secolari di una boscaglia putrefatta. Alla fine del giro il batterista fece saltare la ceralacca da una bottiglia, e io allungai il braccio, un lunghissimo braccio verso il suo sorriso di uomo, ma lui mi disse, No Chet, tu non devi bere dal collo, eccoti un bicchiere. Dalla gran cassa tirò fuori una tazza lesionata, trasparente, e mi versò una generosa porzione. Batti il tempo, gli dissi. E lui attaccò, senza guardarmi. Nel sogno mi perdevo tra gli sgorbi del pentagramma, così gli altri furono costretti più volte a fermarsi. Mi ritrovai a dire a bassa voce nel microfono, davanti a una sala stracolma, Mamma, se sei in sala fatti vedere.

C’era un tizio mi aspettava fuori, un nano dalla pelle trasparente che voleva dei soldi non so bene per cosa. Lo presi a pugni fino a quando non mi spellai. Lo lasciai quasi morto a terra, e lui con un soffio d’odio tra le labbra spaccate mi disse quello che non avrei mai voluto sentire, Verrò a prendermi i tuoi denti, un giorno. Ma avevo ancora i miei incisivi, interi, bianchi come un diamante, e questo importava.

Da sveglio, l’odore rancido dei filtri del caffè mi faceva vomitare. Il proprietario della pompa di benzina era un uomo misericordioso. Aveva adottato i miei muscoli erosi, e mi lasciava dormire nella roulotte riscaldata dietro il capanno in cui aveva allestito una specie di ufficio. Confesso, non avevo orari, e stavo lì al quadro della miscela quasi solo per raccogliere le mance, le monete perfette che cadevano dalle mani degli esuli di mezzo mondo, mentre con la lingua non la smettevo di levigare quei centimetri di gengiva rimasti nudi. Questo è per te, dicevano quasi tutti, e io non capivo bene per cosa dovessi meritare quel denaro. Lo conservavo in una latta da tabacco, certo che prima o poi sarebbe bastato a comprarmi una sepoltura decente. C’era un pezzo di specchio avvitato nel linoleum della roulotte, e in quello fissavo le righe della faccia, ricomponevo il quadro. Non riuscivo a convincermi che ero brutto. Battevo il palmo forte sulla fronte per farmi male e ripetevo divertito, Ecco perché ti fanno l’elemosina, Chet, sei morto. Mi osservavo ancora, più da vicino, e rivedevo gli zigomi di mia madre, le labbra contratte a forza, storpiate, all’infuori. Io conoscevo a memoria il concetto di assenza. Aprivo la bocca e con le dita controllavo che i denti non volessero per caso ricrescere. Ero il corpo di un uomo sofferente, attaccato alla luce del sole, al sapore della polvere e del cibo cinese. La tromba aveva una voce di uomo cattivo. La tromba che di notte mi inquietava con certe preghiere di cui io solo conoscevo il tempo.

Ero stato alto, eretto. Il pomo della gola come una ferita di guerra. Non avevo pietà di nessuno. Prigioniero tra le lenzuola di un hotel di Amsterdam, vidi l’angelo Gabriele intrecciare le mani dietro la schiena prima di spalancare il finestrone di vetro opaco e abbandonarsi a peso morto alla ricerca del suo Dio, o di un soffio di vento gelido che gli facesse esplodere i timpani per non dover ascoltare più. Quando ero giovane, e la mia voce somigliava ancora a quella di una donna rauca e gentile, il mio cuore batteva senza deviazioni. Con la custodia immacolata sulle cosce, seduto in una trattoria cinese, mangiavo una zuppa di porri con una studentessa di flicorno. Una bambina dai capelli scuri e le punte bionde che mi spiegò la ragione per cui saremo tutti morti prima della fine dell’anno. Le domandai con l’urgenza di un disperato se volesse rimanere con me quella notte, e lei accettò, con mia sorpresa. In stanza, nel buio infranto dalle luci di strada, aveva paura a lasciarsi guardare.

Ho dato i denti in cambio della vita. È come quando la guerra porta prosperità ai bambini delle famiglie povere. Che ne dici di un maglione nuovo, piccolo mio, di un cappotto, di una bicicletta. Come quando costruivano le navi, e tutti andavano ai cantieri a chiedere qualcosa, l’ingaggio di una giornata. Poi, ci affacciavamo sul fondo cristallino e i nostri occhi scorgevano posate sulla melma le perle, e noi ci chiedevamo, Perché non si tuffano a raccoglierle? Perché non diventiamo tutti pescatori di perle? Telegrammi, cartoline illustrate, cibo liofilizzato e i cantieri delle navi che riaprivano senza nessun vero conforto. La gente intorno moriva, ma la luce blu dei cannelli faceva un cielo di stelle implose. E nessuno pescava perle, alla fine. Nessuno pescava i miei denti. Pettinatevi bene, diceva mamma. Tenete i capelli a posto, assicuratevi che le maniche della giacca abbiano tutti i bottoni sul polsino.

A Berlino Ovest tornavo volentieri. Ero stato in divisa da quelle parti, ma era difficile trovare l’eroina. Gli aristocratici sopravvissuti alla guerra ne tagliavano per sé con i loro stantuffi dorati e la pochette di pelle di serpente dove custodivano il necessaire. Gente che cambiava la cannula di vetro ogni dieci colpi, perché l’alone rossastro che il vetro assumeva per il corrosivo passaggio della pozione aveva un aspetto povero, di strada. Un pomeriggio di dicembre seguii un tizio dalle parti del Check Point, un mezzo militare del New Jersey, ma di padre italiano, che trafficava pelli e uomini tra le due parti di città. Si rinchiuse con me in uno stanzone senza mobilio. Una ex sala da biliardo, all’epoca una sala da ballo per anziani. Armeggiò in un armadietto di latta, e da una calza di pelo tirò fuori una confezione di cioccolata dell’esercito. Dalla stagnola infine cavò una fiala piena di zucchero scuro. Mi disse, Non voglio soldi, Canta solo per me Non sono mai stato innamorato prima d’ora.

Gliela cantai per intero, e impietosito dai suoi occhi gialli gli accennai l’assolo della tromba. Al primo rigo di melodia quello si mise a piangere. Mi disse, Adesso vai a fare in culo, e rimase rinchiuso nella sala da ballo, precipitato su se stesso, avvilito.

Mia madre diceva, Un musicista è meglio di un benzinaio. Fu la mia maledizione.

Da un furgone senza portelli scese una bestia alta due metri con la barba brizzolata e i capelli nerissimi spalmati sulla faccia. La tela dei jeans era traslucida, una camicia fetida. Sciolse da un rotolo di banconote un pezzo da dieci e mi chiese benzina. Perché sei triste, fratello?

Non ebbi mai simpatia per gli hippie. Gli hippie adoravano il dio Baal, che strappava gli incisivi e la voce agli uomini giusti come me.

Danilo Soscia (1979) ha pubblicato la raccolta di racconti Condomino (Manni, 2008). Studioso di letteratura e di Asia Orientale ha curato il volume In Cina (Ets, 2010) e realizzato lo studio Forma Sinarum. Personaggi cinesi nella letteratura italiana
(Mimesis, 2016). A gennaio 2018 pubblicherà per minimum fax Atlante delle meraviglie. Sessanta piccoli racconti mondo.
Commenti
Un commento a “Gli hippie adorano Baal, un racconto di Danilo Soscia”
  1. Sergio Falcone scrive:

    Non ho mai avuto simpatia per chi non nutre simpatia per gli hippies.

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