1stc

Un racconto sulla “Storia della colonna infame”: prima parte

1stc

Pubblichiamo una serie in tre puntate, a cura di Virginia Fattori, sulla Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni.

di Virginia Fattori

La Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni viene pubblicata per la prima volta nel 1840. In questo testo l’autore milanese racconta le vicissitudini e le terribili torture che Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora subirono dagli inquisitori dopo essere stati indagati come untori.

L’evento che colpì i due poveri innocenti si inserisce in un generale aumento dei processi agli untori a seguito di nuove epidemie di peste, a tal proposito è legittimo chiedersi perché mai Manzoni abbia deciso di raccontare la vicenda specifica di questi due personaggi. Infatti nel caso in cui avesse scelto di ignorarla la trama narrativa dei Promessi Sposi (opera all’interno della quale si inserisce) non ne avrebbe minimamente risentito.

L’opera contenente i fatti relativi ai due sventurati fu inizialmente inserita come digressione nel tomo IV del Fermo e Lucia, diventando poi un’Appendice storica e infine, contestualmente alla soppressione della stampa nel ’27, una «Storia apparentemente autonoma…». Benché spesso sottovalutata la Storia è sempre stata considerata dal Manzoni stesso una sorta di stella polare ai fini della comprensione dei Promessi Sposi, affermando, ad un certo punto della narrazione, che la commozione e la rabbia derivata dai tormenti e dalle ingiustizie inflitte al Mora e al Piazza potrebbero potenzialmente disperdere tutto l’interesse derivato dal travagliato amore di Renzo e Lucia.

La comprensione di questo sentimento è strettamente legata a precise chiavi lettura, codificate dal Manzoni già in un’opera precedente intitolata Del romanzo storico. Qui l’autore chiarisce le proprie intenzioni e i metodi di procedimento narrativo, confermando infatti tra i suoi sistemi di analisi una netta subordinazione dell’invenzione romanzesca a una più contingente lettura dei fatti rispetto all’episodio storico. È interessante notare in questo senso il ruolo che Manzoni decide di ricoprire come autore della Storia della Colonna infame: Weber nei Due diversi deliri suggerisce l’espressione schilleriana e poi hegeliana «Die Weltgeschichte ist das Weltgericht», espressione difficilmente traducibile in italiano ma che può essere resa con «La storia del mondo è il giudizio del mondo». In questo gioco di parole è dunque esplicata la relazione tra il ruolo dello storico, ovvero colui che racconta la verità del fatto, e quella del giudice, posizione intellettualmente coerente con la figura del Manzoni narratore.

Nonostante ciò la demarcazione autore-storico e autore-giudice rimarrà sempre sottile e dinamica, risolvendosi poi in dei rimbalzi di subordinazione tra l’aspetto moralistico e quello storicamente connotato: più spesso però Manzoni finirà per conferire un ruolo di primo piano alla storia, che diventa così l’oggetto del giudizio e allo stesso tempo l’insindacabile prova della veridicità delle proprie considerazioni.

L’oggettività del giudizio, e di conseguenza la sostanza del vero storico, è data dall’esposizione fatta da Manzoni dello svolgimento del processo, che confrontata indirettamente alle prove e all’atteggiamento degli inquisitori e magistrati che condannarono i due innocenti smaschera le lacune e le ingiustizie. La caratura storico-giuridica della Storia, saldamente innestata sulla verifica delle fonti processuali e non, riesce però a fondersi perfettamente con un sapiente uso di espedienti retorici attinti dalla tradizione storiografica classica (Tito Livio). Questo aspetto ibrido è evidente in determinate scelte stilistiche come l’uso della variatio e di numerose avversative nel riportare le deposizioni del processo, che hanno come effetto un notevole accrescimento della tensione nell’intero racconto.

Per tutti questi motivi la natura dell’opera è risultata e risulta ancora oggi difficilmente classificabile.

Come è stato già accennato in precedenza, Manzoni decise di raccontare un preciso accadimento inserito in un periodo storico, quello della Milano secentesca, nel quale i processi contro gli untori erano diventati una pratica frequente. La scelta specifica delle vicende del Mora e del Piazza risiede in un’intuizione dell’autore, cioè quella di rendere protagonisti due persone qualunque e analizzare gli eventi in cui sono coinvolti adottando una prospettiva antropo-sociologica. Si tratta in altre parole della fusione ante litteram di due importanti indirizzi storiografici novecenteschi: quello delle Annales, in cui la disamina della longue durèe si serviva anche di strumenti derivati dalla sociologia e dall’antropologia, e quello della Microstoria, dove la vita di donne e uomini comuni era intesa come cartina al tornasole dei processi sociali di un determinato periodo storico.

Indagando nel dettaglio le varie fasi processuali, Manzoni esplicita i meccanismi coercitivi attraverso i quali i giudici riuscirono nel loro intento, ovvero estorcere dai due presunti untori una loro ammissione di colpa. La confessione dei due imputati fu ottenuta grazie all’applicazione di metodi prima “leggeri”, come la reclusione e la mancanza di informazione, seguiti poi da domande incalzanti corroborate da varie torture fisiche. È acclarato inoltre che i giudici avrebbero avuto tutto il tempo e tutti i mezzi per ricercare la verità sui fatti, ma spinti dalla necessità di alleggerire le condizioni dei cittadini milanesi preferirono la scorciatoia delle armi del terrore.

Le confessioni estorte al Piazza e al Mora da parte dei magistrati sono riconducibili a due diversi tipi di terrore. Il primo è riconducibile alla paura e all’angoscia che senza dubbio suscitava la conduzione in carcere per l’interrogatorio. Al tempo era infatti uso comune non dichiarare subito gli stati di accusa degli imputati, in modo che questi non potessero escogitare rimedi o preparare qualche menzogna da portare sul tavolo inquisitorio. Il secondo terrore, e forse il più decisivo tra i due, è quello legato alla paura del dolore inflitto dalle torture. Queste ultime erano certamente permesse dalla legge, ma la ristretta fattispecie a cui la sua applicazione era subordinata veniva regolarmente violata dalla volontà arbitraria dei giudici. Questo aspetto, traducibile in un’appropriazione de facto della legge da parte dei magistrati, risulta a tratti filologicamente controverso e ideologicamente ossimorico, come osservato anche da Pietro Verri nelle sue Osservazioni sulla tortura.

Come il Verri anche altri studiosi, ad esempio il Farinacci, si espressero sulla condotta generale del processo, alcuni mantenendo un atteggiamento più duro e critico rispetto agli altri. Tutti però furono d’accordo su un nodo della questione: gli inquisitori commisero il grave errore di tradurre automaticamente il dubbio in menzogna, senza nemmeno essere in possesso di insindacabili elementi probatori. Nessuno aveva il diritto, qualunque fosse il ruolo ricoperto all’interno della commissione giudicante, di condannare gli accusati alla tortura prima di conoscere la verità. Ma come nota il Manzoni più volte, nella giurisprudenza il potere esecutivo era in sostanza un privilegio nelle mani di pochi, nonché una fonte inesauribile di abusi. Nella maggior parte dei casi questi ultimi, specialmente nel caso della Colonna infame, tendevano a prevaricare la Legge stessa, anche quella più nota e conosciuta, manipolando la lingua (tema sempre caro al Manzoni) a loro piacimento.

I giudici e gli inquisitori sfruttarono le dicerie di strada, prima per venire a conoscenza dei presunti untori e in seguito per amplificare le stesse e giustificare i propri atteggiamenti prevaricatori. Ma come arrivarono i giudici al Mora e al Piazza? La testimonianza chiave fu quella di Caterina Rosa e Ottavia Bono, che asserendo di aver visto Guglielmo Piazza passeggiare in via della Vetra strofinando le mani e parte del corpo su delle pareti lo additarono come “untore pestifero”.

Dopo aver subito numerose e indicibili torture durate giorni, il Piazza fu costretto a fare i nomi dei complici (inesistenti) che lo avevano aiutato. Esausto dal dolore e influenzato dagli inquisitori, questi fece il nome del barbiere Gian Giacomo Mora, che il giorno stesso fu prelevato nel suo salone per essere condotto nelle carceri. Oggi è noto che l’unica colpa del Piazza fu quella di ripararsi dalla pioggia, mentre quella del Mora di dilettarsi talvolta  come speziale e di aver promesso al Piazza un unguento in grado di proteggerlo dal contagio, fabbricandolo per giunta senza la necessaria licenza.

Sia il Mora che il Piazza durante tutto il tempo in cui rimasero imprigionati dichiararono la loro innocenza, riuscendo a ricavare dagli inquisitori solo altre sessioni di tortura. Nessuna delle versioni riportate dai due fu mai identica ad un’altra, pur di fuggire dalla condizione nella quale si trovavano annuirono a ogni assunto che i giudici ritennero soddisfacente alla loro causa.

Senza tralasciare nemmeno il minimo dettaglio ricavabile dagli atti giudiziari, Manzoni riesce a delineare perfettamente lo stato di alienazione nella quale i due innocenti si trovarono dopo simili sofferenze. Questi finirono col perdere totalmente il contatto con la realtà, senza riuscire più a riconoscere la verità dalla menzogna che gli altri esigevano. Quando «la coscienza, si confonde, rifugge, vorrebbe dichiararsi incompetente», citando Manzoni.

L’autore milanese dichiara sin dall’inizio che la congiura ordita contro i presunti untori ebbe successo soprattutto grazie all’ignoranza popolare riguardo le cause di trasmissioni della peste. È inoltre necessario tener conto dell’elemento folkloristico e superstizioso alla base delle dicerie che alimentarono sia il discorso pubblico che privato relativo alla vicenda del Mora e del Piazza. Il Senato e il Cardinal Borromeo furono parimenti conniventi con la negligenza giudiziaria: agli occhi delle istituzioni un caso del genere serviva per liberarsi dall’onere delle rivolte popolari, individuando dei capri espiatori (attori protagonisti in ogni complotto che si rispetti), tanto credibili nella loro comune esistenza quanto sacrificabili.

Le sofferenze dei due uomini non finirono con la condanna a morte: infatti poco dopo la loro dipartita la casa-bottega del Mora venne demolita per far spazio al monumento della Colonna infame. La funzione di quest’ultima era di simboleggiare la “colpa e punizione esemplare”, monito imperituro per chiunque fosse stato tentato in futuro di “ungere” e contagiare altre persone. La Colonna rimase eretta sino al 1778, anno in cui, insinuatosi negli intellettuali il dubbio della «gigantesca notizia falsa», ne venne decretato l’abbattimento.

Si è a conoscenza del fatto che vi furono realmente dei tentativi di unzioni. È però altrettanto assodato che tali gesti non ebbero mai reale efficacia, né provocarono tantomeno un reale peggioramento del contagio dato che la peste non era trasmettibile secondo quelle modalità.

Ma il complotto contro gli untori e il delirio da esso provocato già nella prima metà del Seicento non erano una novità assoluta. Risulta infatti che il primo a parlarne fu Tito Livio nella sua opera Ad Urbe Condita (libri CXLII), fornendo quindi un solido precedente alla congiura degli untori e a simili accadimenti di carattere antisemita. L’opera cospirativa si realizzò dunque in parte casualmente e in parte in modo studiato, mentre il suo processo fu relativamente veloce ed ebbe un esito sostanzialmente prevedibile.

Commenti
5 Commenti a “Un racconto sulla “Storia della colonna infame”: prima parte”
  1. Katia Bonazzoli scrive:

    Ciao Virginia….. Volevo farti i complimenti…. Come sempre scrivi benissimo e questo ormai non mi sorprende più!! Trasmetti l’entusiasmo con cui leggi e approfondisci i testi. Grazie….. Alla prossima.

  2. Daniele scrive:

    Complimenti. Attendo la seconda parte.

  3. Chiara scrive:

    Complimenti, molto interessante.
    In che zona di Milano era stata eretta la colonna? S.Ambrogio?

  4. Enza scrive:

    Anche io mi aggiungo ai complimenti per l’esposizione chiara e avvincente, per la fluidità che fa leggere di un fiato il “racconto” dell’autrice su un’opera necessaria per comprendere la grandezza di Manzoni, la sua statura morale, la sua ansia di giustizia e civiltà che non possono prescindere, come dimostra in questo libro, dalla coscienza e dalla responsabilità individuali, indipendentemente dal “climat” del tempo.

  5. Concetta scrive:

    Il quartiere è il Ticinese

Aggiungi un commento