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Un racconto sulla “Storia della colonna infame”: seconda parte

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Pubblichiamo la seconda parte della serie dedicata alla Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni, a cura di Virginia Fattori. Qui la prima puntata.

di Virginia Fattori

La Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni, di cui si è fatto il punto letterario nella prima parte, racconta uno dei più clamorosi complotti della storia moderna. Ma da dove nasce questa parola? L’espressione “teoria del complotto” fu coniata negli Stati Uniti per la prima volta nel 1964, in occasione dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Nello specifico l’espressione fu veicolata da una serie di polemiche relative alla condotta e  agli esiti delle Commissione Warren, incaricata di indagare sull’assassinio del Presidente. Nel corso degli anni questo termine ha finito per assumere sempre più una connotazione negativa, diventando così un’espressione d’uso comune per descrivere come poco credibili delle voci o delle conclusioni rispetto una questione di interesse comune. Il termine assunse un nuovo significato, tuttora in vigore, alle soglie del XXI secolo in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001.

Ma il complotto, inteso come entità sociale di rilevanza, nasce molto prima e con un nome diverso. Già durante l’epoca romana è possibile rintracciare delle trame cospirative, passando poi per i secoli medievali (si pensi alla cospirazione contro le streghe bruciate sui roghi) sino ad arrivare all’età moderna. Il lungo processo di decostruzione e sdoganamento delle teorie complottiste, comprese quelle relative agli untori, si basarono su una serie di obiezioni logiche e razionali. Innanzitutto venne puntualizzata la mancanza di prove concrete e sufficienti a sostegno della tesi; in seguito se ne valutò la verificabilità in base alla formulazione d’origine (posta in modo inverificabile); per ultimo, ma non per importanza se ne valutò (e contestò) la plausibilità. Nel caso della Storia della Colonna infame la questione si fece sempre più ostica quando i cospiratori (dal latino “conspirare”, “sperare insieme”, “respirare insieme”) cercarono di stornare le accuse di negligenza sostenendo che tutte le prove erano state ormai distrutte o manomesse delle menti dell’inganno tra i “poteri forti”. Gli avversari furono dismessi come scettici, accusandoli non solo di avere una mente limitatamente aperta rispetto le dinamiche del mondo, ma anche di essere politicamente influenzati a mantenere lo status quo. Laddove le critiche si concentravano sulla plausibilità delle tesi, i sostenitori del complotto sottolinearono come fosse possibile che dietro un singolo evento ci fossero più menti e più visioni del “progetto”, elementi che indiscutibilmente resero più complesse e talvolta confuse le tesi che stavano sostenendo.

Le più grandi teorie del complotto vengono spesso elaborate in concomitanza di eventi di grande impatto emotivo, incidenti che colpiscono le masse e influenzano l’opinione pubblica. Questi sono perlopiù eventi tragici legati alla morte, alla fame e alla distruzione (sia civile che ambientale). Dunque i complottisti guadagnano terreno laddove quest’ultimo viene mosso e reso quanto più fertile per far crescere qualcosa di inaspettato o inconsueto. I complotti nascono per stabilire un nuovo ordine delle cose, oppure per trovare capri espiatori in grado di dare risposte a domande che non ne hanno o le cui risposte non possono trovarsi nel breve termine.

Dare l’incerto per certo può apparire un’innocua approssimazione, ma Manzoni intuisce il pericolo insito nell’alimentare la credulità popolare: il rischio che si corre è quello di veder crescere esponenzialmente gli atteggiamenti irrazionali, come risposta a un pericolo che appare sempre più concreto.

Nella Storia di Manzoni il protagonista indiscusso è senz’altro il terrore, potente mezzo nelle mani dei cospiratori in grado di far aumentare senza controllo le dicerie popolari e schermirsi per l’appunto dietro la legittimazione dell’opinione comune.

La dinamica che muove e giustifica il processo contro gli untori in atto nel 1630 leggeil terrore come la “prenozione” di cui parla Durkheim, riconducibile in un contesto complottista ad un involucro vuoto (res nullius) creato a partire dal senso comune. E’ in sostanza un sacchetto vuoto che l’uomo stesso decide di riempire a suo piacimento caricandolo di simboli e mitizzandolo nella speranza che diventi intoccabile.

Il delirio del terrorismo è dunque senz’altro un’arma di grande effetto, in grado di mantenere il controllo in risposta a diversi deliri di impotenza. Nella Milano secentesca della Storia nessuna persona fisica e riconoscibile poteva essere ritenuta completamente e consapevolmente responsabile della sofferenza che pervadeva le strade. Nonostante ciò, il popolo esigeva delle risposte e soprattutto dei colpevoli. I giudici incaricati di scovare i nemici della congiura optarono così per accusare dei comuni cittadini e condannarli come monito collettivo. Quello che resterà alla fine di tutto sarà la Colonna infame: un monumento eretto per eternare quel che era stato e ricordare la feroce efficacia  delle “forze investigative” in risposta alle insurrezioni popolari (anche queste nate dal senso di impotenza).

Individuato un problema è necessario definire un quadro risolutivo e contestualmente, secondo la logica del tempo, trovare dei colpevoli da punire pubblicamente. Alcuni dei più autorevoli commentatori delle teorie del complotto insinuano che alcuni degli addetti agli interrogatori e ai supplizi finiscano per provare un sincero divertimento e una reale soddisfazione nel vedere morire dopo atroci sofferenze i loro simili, dimostrandosi così privi di qualsivoglia tipo di empatia. In questo senso, durante il processo degli untori, l’appoggio agli accusatori diventò una condizione necessaria; al contrario chi si rifiutò e propose tesi alternative uscì automaticamente dalla macchina cospirativa e venne tacciato di negazionismo. A Milano nel 1630 i giudici commisero un errore non solo morale ed etico (per il Manzoni certamente anche religioso), ma anche sanitario: in questo modo infatti causarono l’incremento del contagio, poiché la cittadinanza, ormai convintasi di essere al sicuro dal “grande male”, smise di prendere precauzioni.

Adottando una prospettiva storica in grado di comprendere una molteplicità di fattori emerge che un ruolo non di secondo piano nella diffusione del contagio fu svolto inconsapevolmente dai Lanzichenecchi. Tra il 1628 e il 1629 le Regioni dell’Italia settentrionale stavano affrontando una grave carestia, e nel Ducato di Milano la situazione era resa ancor più pesante da una crisi nell’esportazione di prodotti tessili. Sempre nel 1628, dopola morte di Vincenzo Il Gonzaga, ebbe inizio la guerra di indipendenza di Mantova e del Monferrato, obbligando le truppe ad attraversare le Alpi, in quegli anni, zone infette e piene di saccheggiatori e violentatori. Questo primo passaggio in queste zone di confine accelerò il contagio della peste. Successivamente nel 1629 la peste arrivò in Piemonte, quasi sicuramente portata dalle truppe francesi che avevano stanziato a Susa. Ma a far esplodere l’epidemia in modo catastrofico, tanto da disseminare oltre che malumori, anche delle rivolte e uno stato di terrore quotidiano, fu il passaggio dei Lanzichenecchi, mandati in spedizione dal Sacro Romano Impero.

Le autorità però non presero mai in considerazione se stesse come possibili responsabili del contagio. Il caso giudiziario aperto a carico dei due imputati, Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, non fu altro che una marcia verso uno stato di tranquillità generalizzata. Un movimento non solo giuridico ma anche politico pronto a garantire attraverso una propaganda non convenzionale un netto miglioramento, d’ora in poi, delle condizioni di vita e di salute dei cittadini. La condanna e la successiva morte dei due “colpevoli” trionfò come il Bene che sconfisse il Grande Male. I giudici offrirono una versione dei fatti fortemente moraleggiante e improntata al senso comune delle cose, modellando così il sistema giudiziario che adottarono in modo da essere legittimabile anche dalla Chiesa e dai cattolici più ferventi.

A distanza di innumerevoli secoli l’obiettivo è riappropriarsi della storia in modo quanto più completo. Nella maggior parte dei casi questo è molto difficile, infatti sono «troppo eterogenee le forme storiche in cui il fenomeno si articola e una definizione unitaria appare o una forzatura o una tautologia». Nel caso del processo di Milano, però, la ricostruzione storica è stata ricercata con la stessa intensità di indignazione provata nei confronti delle violenze e delle sessioni di tortura praticate durante gli interrogatori. Manzoni per primo riuscì a ridare voce alla «parte perduta della storia».

Uno degli elementi della narrazione manzoniana più coinvolgenti emotivamente è l’aura di pietà e compassione provata nei confronti delle vittime. Dato l’andamento del processo e l’esito finale, potrebbe crearsi, a ragione, un dubbio su chi siano le vittime da compiangere. Manzoni palesata l’innocenza dei due inquisiti, considerò come vere vittime dell’accaduto anche i loro familiari che videro portarsi via dei cari in modo ignobile. Eppure durante tutto il processo questi due sentimenti cristiani verterono verso quei poveri “contagiati” dai sadici criminali. In Manzoni il richiamo al fattore divino e celestiale non è certo casuale, infatti questi padroneggiano sempre nella regolamentazione delle ingiustizie che (regolarmente) i suoi personaggi subiscono.

L’autore milanese suggerisce un criterio da considerarsi valido sempre: nel momento in cui poche persone dispongono della vita anche di un solo uomo, queste negano la Provvidenza. Afferma che non esiste fede, agnosticismo o ateismo in grado di giustificare degli atti violenti nei confronti di altri uomini. Il desiderio di “giustizia” che ha spinto i giudici di Milano a permettere che quanto di più terribile accadesse, può e deve inserirsi nel proprio tempo, ma inflessibilmente deve servire da vero memento per tutti i posteri. In questa confusione di identità tra “vere” e “false” vittime l’unico riscontro possibile per i contemporanei dell’autore milanese è una sensazione di delusione e incomprensibilità. Infatti a loro venne mostrata una crisi del sistema oligarchico Seicentesco senza soluzione, mancante di un’agnizione tra la parte perduta della giustizia e  l’umano desiderio di ritrovarla.

La pietà e la compassione sono armi molto affilate nelle mani di chi le palesa: chi esprime la propria opinione riguardo chi siano le vittime in un processo, indirettamente pontifica sulla vita dei restanti indagati. Chi agisce in questo modo influenza il giudizio e la ragione di chi successivamente dovrà disporre della vita e del destino degli uomini chiamati in causa. Nel caso dei due inquisiti a Milano anche le semplici apparenze portarono i magistrati a propendere per un giudizio negativo nei loro confronti. A confermarlo si hanno le trascrizioni degli interrogatori fatti a Giovanni Andrea Cipriandi e a Francesco Geronimo Giusto che di Guglielmo Piazza dissero: «ho inteso che Guglielmo Piazza è un giotto, et di mala vita […] et comunemente non è tenuto in buona considerazione». Una teoria che i giudici trovarono plausibile dato il linguaggio e l’aspetto fisico dell’inquisito che di per sé facevano supporre la sua presenza nella micro-criminalità di Milano.

Anche per questi motivi all’interno di un racconto storico ci si troverà sempre a dover riconoscere i fatti realmente accaduti da quelli inventati, ma prepotentemente radicati nella coscienza popolare. Infatti, in questi ultimi casi, è noto come la pietà scavalchi la compassione e lasci gli uomini condannati a una profonda e inconsolabile condizione di solitudine.

A Milano questi due nobili sentimenti furono vinti dal privilegio di rango. Con questo, ovviamente, si vuole intendere quanto accadde a Giovanni Gaetano Padilla che inizialmente fu considerato dai giudici il vero responsabile delle unzioni, il mandante. A differenze del Mora e del Piazza, il Padilla veniva da una famiglia nobile, era il figlio di don Francisco che ai tempi ricopriva la terza carica spagnola dello Stato (massima autorità militare a Milano). Nel suo caso i sentimenti di pietà e compassione furono ponderati in base all’entità politica che il suo corpo e  il suo spirito ricoprivano. Ma questo accadimento rese la vicenda più intrigante:  stando così le cose la questione degli untori non si limitava più solamente ad essere una faccenda di miserabili ma una vera e propria cospirazione politica. In ogni caso la Provvidenza che i giudici incarnarono liberò il Padilla dopo due soli anni di carcere.

Commenti
2 Commenti a “Un racconto sulla “Storia della colonna infame”: seconda parte”
  1. Enza scrive:

    Sto apprezzando molto l’accurata analisi della Fattori sul pamphlet di Manzoni e le molteplici chiavi di lettura offerte. Un’opera che, per la tendenza a ricadere nel sonno della ragione, è attualissima. Attendo la terza puntata.
    Indimenticabile l’ introduzione di Sciascia nell’edizione di Sellerio, 1981.

  2. nicola scrive:

    Molto bello questo articolo, ho letto tutti e tre i pezzi. Ho sempre trovato la colonna infame uno dei migliori lavori del Manzoni, una storia molto attuale (vedi corona virus). Esilarante quando affermi che naturalmente le autorità non si percepiscono veicolo di contagio.
    grazie.

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