1colonna

Un racconto sulla “storia della colonna infame”: terza parte

1colonna

Pubblichiamo la terza e ultima parte della serie a cura di Virginia Fattori dedicata al classico di Alessandro Manzoni. Qui la prima puntata, qui la seconda.

di Virginia Fattori

A seguito delle parti I e II sulla Storia della Colonna infame,  è emerso come Alessandro Manzoni aprì “un processo contro un processo”. L’ autore milanese arricchì la sua dissertazione con un’importante critica nei confronti della tortura. Questa pratica violenta si rivelò una risorsa incisiva all’interno dei meccanismi cospirativi, da un lato per la dimensione corporea dell’uomo torturato che acquistava uno strabordante valore simbolico; dall’altro per il dolore e la gogna pubblica. Per il Manzoni questo fu il punto più basso dell’ingiuria poiché gli uomini spostarono i limiti che la Legge avrebbe dovuto porre. Così cadde la natura e si entrò nel baratro infernale della crudeltà e dell’impunità, due certezze nella storia del Piazza e del Mora.
Debenedetti parla di “discesa agli inferi”, e a riguardo dice:

Ogni grande romanzo si decide narrativamente attraverso un descensus ad inferos o, come la chiamano, una necuia [sic.]

L’autore milanese richiamò la sua personale necuia (dal greco antico νέκυια) già nei Promessi sposi, prima con l’accusa che fu mossa a Renzo di essere un untore, poi con parole di Padre Cristoforo nel Capitolo Sesto:

Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla!

Tuttavia solo nella Storia della Colonna infame l’autore ammonì, evitando qualsiasi “galateo” narratologico, gli ingiusti che si abrogarono il diritto di strappare degli innocenti alla loro umanità, costringendoli alla feroce legge di sopravvivenza che li spinse a condannare altri innocenti pur di salvarsi.

Il processo del 1630 nasceva da una lunga tradizione medievale. Si erano consolidate le cosiddette “procedure dell’inchiesta”, un ordine di fasi giudiziarie e procedurali non attente a stabilire con certezza la verità di un crimine, bensì a individuare approssimativamente l’autore dello stesso per potergli infliggere le debite sanzioni legali. I giudici in ogni caso non dimostrarono alcun reale stato di pericolosità di Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, né valutarono il grado di entità della sanzione penale che gli fu attribuita.

Le sessioni di tortura alle quali i due protagonisti della Colonna infame furono sottoposti durante gli interrogatori risponde, odiernamente, a una incompleta economia del castigo: infatti, non essendoci una spartizione delle torture, il supplizio e il tempo impiegato non permisero di sanzionare il Mora e il Piazza proporzionalmente ai crimini dei quali erano accusati. Le punizioni iniziarono ancor prima di portare nelle sale degli interrogatori gli “strumenti” del male. Come anticipato precedentemente agli inquisiti non vennero dichiarati immediatamente i capi d’accusa, al contrario furono  tenuti nell’ombra dell’incertezza e della paura. Questa era da considerarsi già una prima fase della tortura: una punizione non immediatamente fisica bensì una violenza psicologica, il «cerimoniale della pena». Una variante del dolore più sottile e meno visibile ma non meno importante all’interno del processo che indebolisce la resilienza degli uomini.

Nella seconda fase l’inquisitore si concentrò sul corpo dei due poveretti,  bersaglio principale della punizione da infliggere. Una particolare attenzione fu posta sulla sequenza e la diligenza delle azioni che sarebbero dovute essere riconoscibili e rispettabili nei loro tempi e ritmi di esecuzione. Gli inquisitori in questo modo rispettarono, a loro avviso, confacentemente tra la natura crudele e selvaggia dei criminali in relazione alla forza e il dolore alle quali gli stessi dovevano essere condannati. La violenza fu interpretata come un “male necessario” da tollerare per poter estirpare lo spirito animale e selvaggio che aveva spinto il Mora e il Piazza a provare gioia nel contagiare dei loro simili e amici.

Esiste in chi punisce una sensazione di glorificazione della forza esercitata da dover testimoniare a chi non era presente. Indebolire i corpi per indebolire gli animi, così parlava Benjamin Rush:

Non possono impedirmi di sperare che non sia lontano il tempo in cui i patiboli, la gogna, la forza, la frusta, la ruota, saranno, nella storia dei supplizi, considerati come segni della barbarie dei secoli e delle nazioni, come prove della debole influenza della ragione e della religione sullo spirito umano.

I due presunti untori dopo essere stati rinchiusi furono privati di un diritto fondamentale dell’uomo, la loro libertà, in seguito furono prosciugati da un sistema di costrizioni e sofferenze fisica, dove il dolore del corpo assunse una posizione di rilievo tra le fasi della pena. La punizione fu percepita dalla collettività come una condizione intollerabile per il corpo ma necessaria socialmente, politicamente e spiritualmente. Un mezzo per disfarsi dell’incombenza della colpa e confessare. Durante l’anno del processo agli inquisitori era ben nota l’importanza data alla quantità di crudeltà e sofferenza da impartire durante i processi e gli interrogatori; così la mancanza di compassione, rispetto, e umanità rimase un idillio ed un inconsistente sollievo nei confronti di chi si considerava una vittima dei “crimini” perpetuati.

L’esito del processo fu disgraziato e condannò a morte i due innocenti accusati di essere «colpevoli di un delitto che non c’era», tuttavia viene da chiedersi se questa scelta dipese dall’iniquità delle leggi (certamente poco chiare e sommarie) o dall’iniquità degli uomini.

L’esecuzione pubblica del Mora e del Piazza rispose all’esigenza di porre i due innocenti in un’ulteriore stato di vergogna: i due uomini vissero nell’impotenza della loro punibilità riflettendo una sensazione di gloria indiscussa a chi in quel momento pavoneggiava l’“onore” di punire. In seguito nascerà una corrente utopica del “pudore giudiziario” che promuoveva l’idea di dover privare un uomo della propria esistenza eliminando la fase di dolore: privare l’uomo di ogni suo diritto fondamentale pur non facendolo soffrire fisicamente. Un’esecuzione discreta, dunque, che avrebbe toccato “la vita piuttosto che il corpo”. Un significato dato all’esecuzione pubblica molto diverso rispetto quello del Seicento dove la punizione era un atto emblematico e politico allo stesso tempo, un gesto in grado di far riacquistare potere e credibilità alla Giustizia.

Simbolicamente nel 1630 non vennero puniti solo gli untori ma anche i desideri e le pulsioni che si intuirono essere dietro il gesto criminoso. Si giudicò, in modo definitivo e spettacolare, la volontà del Mora e del Piazza nel compiere il crimine per il quale erano stati condannati. Al tempo, inoltre, non esistevano “circostanze attenuanti” in grado di includere nella sentenza oltre agli elementi “circostanziali” alle azioni criminose anche la piena conoscenza dei criminali: quest’ultima una componente straordinaria, nuova e in qualche modo spaventosa perché ancora non scientifica e dunque non giuridicamente classificabile.

La risonanza che ebbe l’opera di Manzoni e la parziale censura che visse sono dovuti all’analisi che l’autore milanese fece dei sistemi punitivi che, infine, risultarono essere degli effetti visibili di fenomeni sociali di cui la società milanese non poté render conto con il suo solo scudo giuridico. La stessa rèclame del corpo del criminale, dice Manzoni, risultò essere una prova  della concezione dello stesso come un “oggetto” pubblico, un bene accessibile all’oligarchia milanese, direttamente vincolato e immerso nel contesto politico. I potenti operarono sui corpi del Mora e del Piazza con una tenuta immediata, oltre a condizionarlo irreversibilmente lo marchiano e lo abituarono al supplizio costringendo i due ad accettare i segni permanenti della violenza. L’impiego del corpo rispose prontamente alla sua utilizzazione economica: si trasfigurò l’identità delle due vittime comuni in capri espiatori  e contemporaneamente copri espiatori, utili quando interpretati come “corpi produttivi”.

Si è parlato precedentemente di un “terrore morale” vissuto dalle vere vittime delle ingiustizie perpetrare a causa di assetti sociali degenerati. Anche nell’esecuzione pubblica e nella costruzione del monumento della Colonna infame si ritrova nei rappresentati giudiziari una morale propria dell’atto del castigo. Questa idea, però, si rivelò essere effimera e transitoria a causa della debole tesi di fondo che le permetteva di esistere nello “stato civile di Milano”. Ad esempio nel 1789 in Francia nascerà la ghigliottina, uno strumento per l’esecuzione pubblica intento a escludere dalla punizione finale e definitiva l’eccessiva esposizione della sofferenza provata dal condannato a morte. In questo senso si veniva a contatto con una sovrapposizione (ideologica e fisica) del dolore con la decenza dello stesso. Ma, come ricorda Foucault, cosa significherebbe la pena senza un castigo fisico? La violenza (già in stato di potenza) esercitata ai danni del corpo e dello spirito del condannato si impiega come una strategia nella quale le evidenze della dominazione sono attribuite tanto a una vera e propria “appropriazione” del corpo e dell’anima, quanto agli andamenti decifrabili nella rete di relazioni che scandiscono i privilegi da detenere (l’asservimento: stato di impotenza nei confronti di chi detiene quei privilegi monchi con tutti i poteri da essi derivati).

Alla fine di questa strada percorsa tra le strade di Milano nel corso di questi tre articoli è possibile affermare, in modo definitivo, che il caso degli untori fu a tutti gli effetti una congiura ordita dall’oligarchia milanese per mettere fine al malessere dei cittadini innanzi alle sofferenze che la peste aveva portato. Una strategia politica ed economica per liberarsi delle proprie responsabilità, sia nel portare la pestilenza in città sia per aver aggravato le condizioni sanitarie della stessa.

Il Manzoni si ripropose e riuscì perfettamente nell’intento di raccontare quando accaduto a Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, due persone comuni condannate alla privazione del proprio spirito e della propria dimensione corporale ancora prima di essere condannate a morte e giudicate colpevoli. La grandezza letteraria dell’opera di Alessandro Manzoni sta, oltre che nella precisione della narrazione dei fatti, nel riuscire a rendere perfettamente la condizione umana (a tratti animale) nella quale i due poveri innocenti si trovarono durante l’interrogatorio. L’autore milanese riesce ancora oggi a trasmetterci il senso di compassione non solo nei confronti delle vittime ma anche nei confronti dei loro familiari. La Storia della Colonna infame, insieme al supporto di altri intellettuali citati nell’analisi, ha “rialzato la natura”, ridonando dignità ai copri e alla memoria castigata dei due presunti untori, condannando i veri criminali che animarono la vicenda.

La volontà di riaprire in qualche modo il processo contro gli untori di Milano risponde all’esigenza di ricordare gli errori che furono commessi in modo da liberarsene una volta per tutte. Un’impresa utopica, effettivamente, ma ben conscia dei tempi in cui l’ingiustizia accadde e della nuova Era che attraversa le nostre vite. I deliri di terrore e d’impotenza fanno parte della natura umana, ma ora possiamo dirci abbastanza consapevoli da non renderci più complici di ingiustizie come quelle sopra descritte.

Commenti
3 Commenti a “Un racconto sulla “storia della colonna infame”: terza parte”
  1. Katia Bonazzoli scrive:

    Cara Virginia…. Come sempre è un piacere il tuo approfondimento ben fatto, facile da seguire e ben raccontato. Troverò il tempo di rileggerli tutti e 3 d’un fiato. A presto. K.

  2. Alex scrive:

    Sempre bello leggerti…e dico sempre…grazie….

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] gioiello della nostra storia letteraria, ha scritto in quest’ultimo mese Virginia Fattori (trovate qui la terza e ultima parte, con i link alla prima e alla seconda). Una lettura che può essere introduttiva ed è […]



Aggiungi un commento