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Come un ragno che non si allontana dalla tela. Dentro il labirinto di Burhan Sönmez

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Sperava forse di cancellare un dolore di cui ora non ha più memoria, Boratin Bey, il giorno in cui decise di buttarsi nel Bosforo e togliersi la vita. L’esito di quell’intento una costola rotta e la perdita della memoria. Si può vivere nel presente senza il proprio passato? È possibile ricrearlo se solo il corpo ne porta i segni? È ciò su cui si interroga il protagonista del nuovo romanzo di Burhan Sönmez che si muove in una sorta di labirinto mentale tra i frammenti di un’esistenza che non riconosce e con la perenne sensazione di vivere separato dal mondo.

L’intera produzione letteraria di Sönmez ruota attorno a un’idea di passato che come in Labirinto, (trad. Nicola Verderame, Nottetempo, 2019), ne Gli innocenti (trad. Eda Ozbakay, Del Vecchio, 2014) e in Istanbul Istanbul (trad. Anna Valerio, Nottetempo, 2016) rappresenta il fulcro di un’indagine nata da storie individuali per diventare collettiva.

Originario di Haymana, docente all’Università Metu di Ankara, avvocato specializzato in diritti umani, membro di Pen International, vincitore dell’European Bank for Reconstruction and Development Literature Prize, Burhan Sönmez si stabilì per motivi politici in Gran Bretagna a seguito di un grave scontro con la polizia turca nel 1996, per poi tornare a Istanbul dieci anni dopo. Ogni sua storia appare indissolubilmente legata alla riflessione sul significato di patria, richiamato sin dall’incipit ne Gli innocenti. “La mia patria era la mia infanzia. Crescendo me ne allontanai, e più me ne allontanavo più cresceva dentro di me”. Quella patria da cui è stato costretto per lungo tempo a separarsi torna costantemente in primo piano in ogni narrazione, nel racconto del dolore dell’esilio dai luoghi dell’infanzia, nell’analisi delle storture del regime, le ripercussioni sulla politica, sulla diffusione della cultura, sulla religione, e gli esiti sulla società.

In Labirinto Sönmez delinea la figura di un uomo destabilizzato dall’incapacità di sapere chi è e cosa sta cercando, terrorizzato non solo dall’idea di ciò che la sua mente ha perduto, ma da ciò che le è rimasto, a partire dalla scelta di togliersi la vita. Distante da una città che mostra le crepe del suo rapporto col passato, Boratin prova a insinuarsi tra di esse alla ricerca di segnali che possano indirizzarlo verso una via d’uscita che sembra non riuscire a trovare.

Privato, con la memoria, di ogni riferimento spaziale e temporale, Boratin si affida al suono designandolo come sostituto della luce, per collocarlo, così, in diretta opposizione al buio e eleggerlo come mezzo primario della sua percezione sensibile del presente. Solo allora risulterà possibile mettersi in ascolto di frammenti o parvenze di ricordi improvvisi: soffermarsi realmente sul suono per intravederne il peso a prescindere dalla definizione del senso di parole o melodie, alla ricerca di una traccia.

Sönmez invita il lettore a ricercare assieme al protagonista una via per uscire da quel dedalo che costringe a muoversi entro un presente che si rivela effimero poiché privato di un radicamento nella memoria. La relazione con l’altro innerva l’intera narrazione perché rappresenta il mezzo per mettere in fila indizi su quel sé sconosciuto. Ciò che gli altri gli restituiscono non sembra rievocare alcun riconoscimento: un’immagine estranea che non solo genera una mancata identificazione ma provoca una ulteriore destabilizzazione. Cerca nello specchio indizi che è incapace di decifrare, perdendosi nel riflesso di un corpo che non riconosce, con la sola consapevolezza che l’esistenza dell’individuo sia utile non a ritrovare il proprio passato ma a perderlo.

Sarà allora lo specchio a rappresentare la misura del tempo: il passato che contiene nel suo fondo, e il presente che riflette nell’istante in cui lo si interroga. Figura simbolica tra le più riccorrenti nella scrittura di Sönmez, lo specchio rivela il mistero dell’inafferrabilità del suo interno, che nel precedente Istanbul Istanbul l’autore associa al pozzo in cui si sporgeva da bambino, perdendosi a osservarne le pareti illuminate per poi constatare di essere al centro di quel vortice scuro.

“Ci può mai essere familiare il vuoto nella profondità di uno specchio? Possiamo nasconderci all’elemento magico contenuto nei suoi strati?”, si chiedeva Kamo, uno dei protagonisti.

Si nasconde in questa metafora dello specchio l’interrogativo su cui verte l’intero romanzo: ricercare la verità nella morte attraverso l’indagine sui luoghi della narrazione, i cui esiti rimandano alla percezione di una gioia amara nei confronti di Istanbul, di curiosità e indifferenza nei riguardi di un tempo remoto che, seppur sconosciuto, sa generare una velata nostalgia.

Mai citato esplicitamente nel romanzo ma richiamato solo nel titolo, il labirinto in Sönmez rappresenta un’allegoria dell’inafferrabilità del reale in relazione allo sradicamento dal passato e a un’idea di destino connessa all’impossibilità di conoscere un eventuale disegno ultraterreno. In tal senso l’indagine compiuta da Sönmez attraverso il labirinto trova una sua declinazione sul piano temporale e su quello spaziale. Nel primo avviene con l’immagine simbolica dello specchio, capace di racchiudere potenzialmente la moltiplicazione all’infinito non solo genericamente dello spazio ma dell’io che vi si riflette, e che diventa cardine della ricerca perennemente inesaurita dell’autore sull’aderenza tra percezione di sé e realtà. Nel secondo si sviluppa nel modo di delineare, con Istanbul, la trasposizione esteriore dell’intrico da cui il protagonista cerca di trovare una via d’uscita, reso nella rappresentazione del destino di una città che si nutre delle sue incertezze.

Agli occhi del suo osservatore, Istanbul incarna la trasfigurazione di una società incapace di relazionarsi alla propria storia e di “mantenere le promesse” perché “[..] morta soffocata sotto la cappa di oscurità del suo antico fascino”. L’analisi della città anche attraverso la sua conformazione fisica si pone in relazione ai tentativi di rintracciare le origini del dolore e la ricerca della morte, temi dominanti già nel precedente Istanbul Istanbul. Un esperimento che appare come in continua evoluzione se messo in atto da chi, come Boratin Bey, non avendo memoria di quel che ha osservato, sente di potersi affidare solo al suono per interrogarsi sul tempo e lo spazio che abita.

La percezione di vivere immobilizzato in un’atemporalità che pare cristallizzarlo nella stessa stagione dal momento in cui ha riaperto gli occhi in ospedale è resa sul piano stilistico e formale con la parziale sovrapposizione degli eventi narrati e caratterizza anche la scelta di delineare la dimensione onirica accostandola al grottesco, immaginando che i sogni caduti nell’oblio possano fondersi, un frammento alla volta, e tramutarsi in terrore.

“Come un ragno che non si allontana dalla tela”, percepisce sé stesso come inesorabilmente legato a un destino di cui non è artefice: risente della supremazia di un corpo privato della memoria nell’impossibilità di dormire quando vuole, nel riconoscere i nomi sulla rubrica, e svegliarsi “ogni giorno nella stessa stanza e fissare gli infiniti contorni della parete”. L’immobilità e la confusione a cui sembra essere destinato come perennemente al centro del labirinto richiama grandi esempi letterari che trovano l’apice in Jorge Luis Borges nel suggerire al lettore l’impossibilità di osservare il reale col solo sguardo razionale, e che in Georgi Gospodinov si declina attraverso la morte di un personale Minotauro descritto dall’interno di un labirinto capace di restituire lo spazio e animare il tempo, riflettendo il suo grido per restituirlo alterato verso il labirinto dell’orecchio umano (Fisica della malinconia, trad. Giuseppe Dell’Agata, Voland, 2013).

Calarsi in uno sguardo svuotato dal pregiudizio della conoscenza pone al lettore gli stessi interrogativi che ossessionano il protagonista di Sönmez: a partire dalla lingua, distinguendo tra quella usata con gli altri e quella con sé stessi, perché è il suono ad assumere centralità nella sua esplorazione sensibile; il vincolo delle relazioni e la possibilità di liberarsene; la paura dei ricordi; la necessità di trovare il proprio posto attraverso l’osservazione degli oggetti di una casa che appare estranea; l’imperscrutabilità del disegno divino e il fardello che pesa su uomini incapaci di sostenerlo. E si chiede anche se chi è ormai privo di utopie e di nostalgie possa già considerarsi “morto o piuttosto una forma solitaria di vita a sé”.

Ogni grande interrogativo che domina le sue narrazioni è tratteggiato da suggestioni visive, a partire dalla riflessione sul significato del rapporto con l’altrove, dominante ne Gli innocenti, reso attraverso gli scambi davanti alla tomba di Wittgenstein, la riflessione sulla solitudine dalle sembianze di un traghetto vuoto che aspetta legato al molo, come in Labirinto, sino alla questione degli esiti individuali nel confronto tra passato e presente con immagini come l’uccello del tempo, in Istanbul Istanbul, o l’orologio dalle lancette indietro, sintesi dell’annullamento del passato e del futuro in funzione alla percezione del realeE come muovendosi dentro quegli ingranaggi, Sönmez si chiede, per voce dei protagonisti delle sue storie, dove rintracciare il senso dello scorrere del tempo paragonato all’immagine dell’acqua, e se sia possibile riappropriarsene. “Vorrei conoscere il significato del mare, vorrei sapere cosa vuol dire buio, lettere, note. Vorrei conoscere il significato di andare, fermarsi, ricominciare, dimenticare”.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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