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Un romanzo così non l’avevo mai letto

di Christian Raimo

“Non scrivo tanto di fatti internazionali”, diceva in un’intervista questo scrittore americano che si chiama Tom Drury, “scrivo piuttosto di vite individuali”.
Non mi era capitato di leggere un libro come La fine dei vandalismi, un libro scritto e concepito come La fine dei vandalismi. Scritto da Drury (sessantunenne autore dell’Iowa), uscito a puntate sul New Yorker e poi pubblicato nel 1994, tradotto in Italia solo 23 anni dopo, a seguito della (ri)scoperta lentissima che in questo ventennio si è avuta dell’opera di Drury, grazie alla quale oggi questo esordio viene considerato uno dei capolavori della letteratura recente americana, rimasto in ombra a suo tempo perché forse offuscato da quella generazione di formidabili geni, colti e virtuosi, adrenalinici e ipercontemporanei (da Jonathan Franzen a Dave Eggers) che oggi non smettono di tributargli un omaggio tardivo ma smodato. Dicevo, non mi era mai capitato di leggere un libro come questo, che è il primo di una trilogia ambientata a Grouse County, una contea del Midwest statunitense, tanto immaginaria quanto archetipica: cittadine sperdute tra i campi di mais, sceriffi, tavole calde di fronte agli uffici postali, case mobili, il rumore costante del vento. L’ambizione, incredibile e riuscita, di Drury è quello di raccontare questo luogo a partire dai suoi abitanti, ma di non farlo attraverso una storia particolare né attraverso un romanzo corale, quanto di seguire le vicende di quanti più personaggi possibile. Perry Kleeborrg il fotografo, Howard La Mott il capo dei pompieri, l’evangelizzatrice Joan Grower, Helene Plum la cuoca compulsiva… Sono talmente tanti, che alla fine della narrazione Drury si sente in dovere di rinominarli tutti in un elenco, come per congedarsi da loro, con tanto di nome e cognome e appellativo; molti è difficile che non ci siano rimasti impressi, altri sono state presenze fuggevoli, nessuno di loro si è riuscito a imporre come protagonista.
Persino la coppia cardinale della storia: Louise (giovane fotografa appena separatasi da Tiny) e Dan (lo sceriffo della contea) che si baciano per la prima volta nelle pagine iniziali e si spogliano per mettersi a letto tornando a casa insieme dopo una cena con gli amici nelle ultime pagine, sembrano che anche loro due, ogni volta che appaiono, passare per caso tra le fila del romanzo, così familiari ormai a noi, ma ancora per certi versi sconosciuti al narratore stesso. Che posto ha l’essere umano in territorio dove la terra sembra sempre un riflesso del cielo?
Il Midwest è il paese dove non esistono gerarchie, e dove quasi solo gli elementi naturali possono permettesi di definire i caratteri e i destini. C’è un personaggio che cita a un certo punto il filosofo cinese Xun Zi: “Quando le stelle cadono o gli alberi fanno rumore, tutta la gente della regione si spaventa e si domanda perché. Io rispondo che non c’è bisogno di domandarsi perché. Si tratta, infatti, di mutamenti del cielo e della terra, della trasformazione di yin e yang e di fenomeni rari. È giusto meravigliarsene, ma è sbagliato averne paura”.
Che farne di questo cielo che decide delle nostre vite? Questo è straordinario di Drury: la voce che riesce a intonare è quella di un osservatore tanto ironico da sembrare quasi estraneo, una specie di fantasma che tiene traccia degli episodi minuscoli – un clacson che suona, un uomo che tira su una serranda, una macchina che fa inversione… Anche le voci dei dialoghi paiono origliate da un passante, e – notavano anche Giorgio Vasta e Francesco Longo in due belle recensioni uscite qualche settimana fa – uno stile che riluce di una bizzarria che è divertente quanto inquieta. Grouse County sembra incantata a un tempo da classico del Noveceto, Flannery O’ Connor o John Cheever, non compaiono ancora i cellulari né internet, ma ecco che c’è il vicino di casa che si fa di lsd, quello che prende e spacca tutto senza motivo, e ognuno ha una storia strampalata da raccontare, che ci lascia ancora più spaesati, e poi c’è ancora un altro personaggio che compare, e poi un altro ancora, come se veramente un territorio, che sia Grouse County o la nostra patria, reale o immaginata, non finisse mai di poter essere raccontata, e La fine dei vandalismi, appunto, di essere scritto.

(questo articolo è uscito su Tuttolibri)

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
2 Commenti a “Un romanzo così non l’avevo mai letto”
  1. Daniel Di Schuler scrive:

    A dire la verità un libro, o quasi, io l’ho letto. Dopo averlo scritto. Mi piacerebbe che ti venisse la voglia di fare un giro a Commiserate Ontona per conoscere circa trecento dei suoi abitanti (debitamente elencati alla fine dell’opera), i suoi negozi, le sue scuole … .

  2. Daniel Di Schuler scrive:

    Che ci sia Lee -Masters tra i suoi antenati? E chissà se qualcuno ha scritto un saggio sul villaggio come luogo comune della letteratura americana? Da Robert Frost in poi, potrebbe intitolarsi “Arcadia e la sua scomparsa” o qualcosa del genere. Sarebbe interessante leggerlo.

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