Walter-Veltroni

Come un romanzo scritto in modo osceno può produrre una grave mistificazione culturale e politica: su “Quando” di Walter Veltroni

di Christian Raimo

Come tutta la produzione artistica e intellettuale di Veltroni (i suoi film, i suoi romanzi, i suoi saggi politici, le sue recensioni cinematografiche, le sue poesie, le sue infinite prefazioni, qualunque cosa abbia scritto), anche l’ultimo romanzo di Veltroni, Quando, edito da Rizzoli, è molto brutto, di una tale bruttezza che diventa interessante parlarne per due ragioni: primo per ragionare sul senso della narrativa pubblicata in Italia, secondo per comprendere attraverso il progetto fallimentare di un romanzo, che non è soltanto un vanity project, le ragioni ideologiche che spingono uno degli uomini politici più importanti degli ultimi venticinque anni a realizzare opere così mediocri.

Occuparsi di Veltroni è utile anche per un altro motivo, che riguarda il modo di condurre battaglie politiche. Recensire i suoi libri con cura e stroncarli, purtroppo inequivocabilmente – sono terribili in un modo difficile da credere per chi non l’ha letti – non ha il valore di un accanimento, ma di una critica culturale e – malgré soi – politica. Veltroni utilizza strumentalmente la narrativa e il cinema per occupare un ruolo pubblico, soprattutto da quando non ha più una carica politica, e fare i conti con la storia d’Italia, soprattutto della sinistra, del Pci e della sua eredità: documentari su Berlinguer, libri sul terrorismo, programmi tv per la Rai. In un modo che risulta chiaramente irritante per la disonestà intellettuale, mette in bocca ai suoi personaggi giudizi sulle vicende storiche di cui lui è stato protagonista fingendosene estraneo, spesso autogiustificando certe scelte politiche disastrose con il pretesto della finzione narrativa.

Ma partiamo dalla bruttezza. Una bruttezza dicevamo tipica dell’autoparodia involontaria, come spesso capita con i suoi libri. Nel peggiore, di una classifica difficile da stilare, Quando l’acrobata cade entrano i clown, Veltroni scriveva addirittura poesie, versi come “il dolore non è un ciao”, o “la violenza che ruba la vita e prende a bottigliate il futuro”, che sembravano uscire da un personaggio di Corrado Guzzanti, tipo Kipli e Brunello Robertetti. Il livello di antiartistico che ha per chi lo legge la funzione degli Occhi del cuore per chi vede una puntata di Boris. Il tono caricaturale: la storia di Quando è quella di Giovanni, un uomo di mezza età che è caduto in coma nel 1984 il giorno del funerale di Enrico Berlinguer e si sveglia miracolosamente trent’anni dopo, mentre è ricoverato in ospedale e si mette a cantare l’Internazionale. Già questa trama ovviamente fa ridere: non è nemmeno kitsch nel senso di Milan Kundera né trash nel senso di Tommaso Labranca, quanto una sgangheratissima ideuzza, che assomiglia poco alla discronia malinconica di Goodbye Lenin e molto al compagno Antonio, il personaggio di Antonello Fassari di Avanzi del 1993, anche lui comunista caduto in coma, eskimo e baffoni, che si risvegliava dopo aver ascoltato Contessa di Paolo Pietrangeli (“Compagni dai campi e dalle officine…”) nel mondo post-Bolognina e post-muro e non rassegnava alla fine del sol dell’avvenire.

Sembra che sia così: la storia si ripresenta tre volte, prima in tragedia poi in farsa poi in romanzo di Veltroni.

La bruttezza dello stile.

Ogni scrittore ha i suoi tic e i suoi difetti: aggettivazione pletorica, enfasi nelle metafore, punteggiatura ad effetto, difficoltà a caratterizzare i personaggi. Ci si lavora, ma non è facile emanciparsi da tutti i propri limiti. La caratteristica di Veltroni invece è che fa tutto male. E quindi si possono prendere i suoi libri come una specie di manuali di scrittura al contrario, e capire in quali errori si può incorrere facendo narrativa.

Esempi a caso presi quasi tutti solo dalle prime 30 pagine. L’incidenza di questi errori marchiani è di circa quattro a pagina.

1. Doppiette o triplette che ripetono lo stesso significato: “saliva, forte e stentoreo, un inno”, “salutare ogni giorno un corpo spento, senza soffio di vita”, “Si sentivano soltanto i passi di altri che si precipitavano correndo”, “un gesto lento che serviva a effondere sicurezza e fiducia”, “Come un giorno che non scorre, resta fermo, rifiuta il tempo”, “si beava della luce sbarazzina e irriverente” (luce sbarazzina sì),

2. Didascalismi: “la mano sulla testa per trattenere la cuffia che nel suo ordine chiamavano “cornetta””.

  1. Virgole incidentali pleonastiche che rompono il ritmo: “Non voleva credere a quello che, mentre si avvicinava, le veniva da pensare”. “E quella [voce], stranamente adulta, di un compagno di banco che lo cercava e gli ricordava – a Giovanni sembrava lo facesse sorridendo – la maestra che, sciagurata, li bacchettava sulle dita quando…”
  2. Virgole incidentali assolutamente inutili: “Lì, infatti, giaceva come corpo inerte…”, “Giovanni sognava e il suo universo onirico, ora, non era più quello…”, “Lui, al contrario, si beava della luce…”, “Quell’estate, in spiaggia, Flavia non l’aveva mai degnato di un’occhiata”.
  1. Registri incompatibili accostati: “Tutti questi pensieri, insieme a una specie di time lapse del volto di Giovanni che invecchiava” (tutta la scena è scritta con uno stile vagamente anni cinquanta)
  2. Metafore scontate: “la piccola folla che si era accalcata si aprì come le acque che si dividono”.
  3. Parafrasi per evitare le ripetizioni: “Giovanni sognava e il suo universo onirico”,
  4. Narratore che commenta: “Lui, al contrario, si beava della luce sbarazzina e irriverente, che lo rendeva, non sembri assurdo, felice”, “L’unica concessione, ma era un segno di libertà, era il rifiuto del reggiseno, considerato, giustamente, un’inutile gabbia alla natura delle proprie forme”, “avrebbe dovuto salutarla, al mattino, quando arrivava in spiaggia. Ma era sicuro, non raccontiamoci storie, che non ne avrebbe mai avuto il coraggio”, “Era cosciente, queste cose si sanno e danno sicurezza, di essere considerato uno dei “belli” della spiaggia”
  5. Ripetizioni: “la meravigliosa confusione di quella soffitta”, “era di una bellezza meravigliosa e mascherata”, “provò la meravigliosa sensazione…”, “decidere nelle interminabili e meravigliose assemblee…”, “rivivere l’incanto e la meraviglia della Festa dell’Unità…”
  6. Registri antinarrativi: “In macchina erano in sei, uno in eccesso ai posti di norma” (da verbale di polizia), “All’ultimo rigore Graziani spedì il pallone sulla traversa, invece che nella porta di quel fanfarone di Grobelaar”, “Aprì gli occhi, vide una suora, neanche male, che lo guardava allibito” (colloquialismi)
  7. Dialoghi spiegoni: “«Mi viene da piangere. Giovanni, se muore Berlinguer, finisce tutto»”, “Carmela [una suora] diventò una furia la fulminò sibilando: «Te ne accorgerai ora che non c’è più la Democrazia Cristiana. Vedrai quello che accadrà ai nostri valori…»”
  8. Virgolette usate come nei temi liceali: “Dall’altra parte Pier Paolo Pasolini, per le cui idee “irregolari” Giovanni e Flavia litigavano spesso”, “Era cosciente, queste cose si sanno e danno sicurezza, di essere considerato uno dei “belli” della spiaggia”
  9. Brutte metafore: “Era stato il dubbio, proprio il dubbio, la prima fermata d’autobus del suo viaggio verso Gesù” (per una vocazione di una suora)

Questi errori, e sarebbe complesso elencare con precisione tutta la non letterarietà di certe scelte stilistiche, mostrano un grado abissale di insipienza artistica che si riflette anche sulla costruzione narrativa nell’insieme. Di fatto Veltroni non riesce a distinguere per esempio tra un narratore focalizzato e uno onnisciente, per esempio: ossia scrive, senza soluzione di continuità pagine in cui non si capisce se siamo nella testa di Giovanni o della suora Giulia o è il narratore che commenta gli eventi. Oppure immagina soluzioni narrative non credibili, scontate, involontariamente ridicole o da soap-opera da Chiquito e Paquito.

Ci sono dei controesempi? In tutto il libro un paio che si possono notare. Pagina 44 è buona, e a pagina 99 c’è una similitudine molto bella: “Giulia […] prese la mano di Giovanni tra le sue e la tenne come un’ostrica che protegge la sua perla”.

Purtroppo c’è anche da dire che la stessa similitudine – che in rete si trova identica in alcune fanfiction di Harry Potter – viene estenuata per quattro pagine, spiegandola fino a farla diventare trash: “Per questo non si sottrasse neanche quando l’uomo, all’interno di quel giaciglio di pelle calda, scelse la mano destra di Giulia e scansò la sinistra. Lei dischiuse la conchiglia, e Giovanni, audace o afflitto, intrecciò le dita con quelle ormai aperte e indifese della suora”, “Come marziani, erano figli consapevoli di due millenni diversi. Li univa il calore di un gesto, che li faceva umani. In quella stanza, in quel giorno d’estate, con il sole che, crescendo, illuminava il loro gesto. Il gesto di un amore”.

La mediocrità stilistica però non è il peggior disvalore di quest’opera; nonostante, forse è opportuno ricordarlo, Veltroni sia stato anche ministro della cultura. Quando non parla solo di vicende private. Prendiamo pagina 298, quasi alla fine del libro, per spiegarci. A questo punto Giovanni ha già ripreso le sue relazioni famigliari, amicali e affettive importanti che erano state interrotte dall’incidente di trent’anni prima. Andrea, un suo vecchio amico con cui la famiglia, il padre soprattutto, condivideva la passione e la militanza politica, gli prova a spiegare le trasformazioni degli ultimi decenni dal Pci in avanti.

“Proseguì Andrea: «Vedi Giovanni, per quanto tu possa essere stato informato, non potrai mai comprendere davvero la profondità sconvolgente di quello che è accaduto alle nostre coscienze. Avevamo una casa, qualcosa di grande e confortevole, in cui ci sentivamo come una famiglia. Eravamo coscienti che dovevamo ammodernarla in fretta, e credevamo di avere gli utensili giusti per riuscirci. Ma a un certo punto è venuta giù una frana enorme dalla montagna […] Invece i detriti della montagna fecero un deserto. Bisognava risorgere come un fiore nella pietra. Sai, Giovanni, chi usò quella metafora nella più infuocata delle assemblee della svolta? Tuo padre. Aveva le lacrime agli occhi ma esortò tutti a continuare. Ci diceva: “Ora che non abbiamo più montagne da cui doverci difendere. Ora dobbiamo riempire la nuova terra dei semi. Dei nostri fiori avranno bisogno. Sempre, tutti”. Per lui i fiori erano i valori profondi della sinistra. “Ora siamo più liberi di lasciarli vivere, è proprio questo il nostro momento”. Così Ettore convinse i più anziani e diede una speranza ai più giovani. E quando in tutte le maggiori città furono eletti sindaci di sinistra, quando l’Ulivo vinse le elezioni, quando Ciampi e Napolitano diventarono presidenti della Repubblica, quando nacque il Partito democratico tuo padre ci ricordava sempre quelle parole. […] Era convinto, o si augurava, che tu saresti stato d’accordo con lui».

È incredibile come Veltroni possa aver scritto questa pagina in cui – nel momento chiave del libro – un personaggio legittima, anzi esalta non solo le idee del Veltroni politico, ma anche le sue gesta: la fondazione del partito democratico, o anche l’elezione di Napolitano (la cui scelta come presidente della repubblica Veltroni si intestò pubblicamente davanti a Napolitano stesso in una presentazione del suo precedente libro).

Ecco che un’opera semplicemente disprezzabile per la sua sciatteria, diventa qualcosa d’altro: un’operazione politica di autolegittimazione, all’inizio di una campagna elettorale. Non a caso ieri la sua intervista, che partiva dal libro, campeggiava come prima notizia in homepage di Repubblica.

Ma c’è di più. Non basta criticare la disonestà intellettuale di un uomo che usa la narrativa in modo propagandistico. Occorre anche notare quello che manca, in questo libro, e nell’intera produzione del Veltroni intellettuale, artista e regista. Veltroni non parla mai delle sue esperienze più discutibili, non fa mai autocritica. A distanza di dieci anni dalle sue dimissioni di sindaco di Roma che provocarono la caduta del governo Prodi, il ritorno di Berlusconi e la vittoria di Alemanno in città, non c’è stata una sola occasione pubblica in cui Veltroni abbia parlato della fallimentare “vocazione maggioritaria”, o abbia discusso delle pesanti eredità che la sua amministrazione ha lasciato a questa città: dalla follia urbanistica della nuove centralità alla segregazione dei campi rom. Anche in Quando la Roma che Veltroni descrive è quella vicino dove vive, tra Nomentano e Salario. Già in Ciao per esempio Veltroni esaltava la manutenzione che la sua giunta aveva fatto di villa Borghese – a pochi metri dalla sua abitazione – e in un’intervista nel 2009, a dimissioni fresche, al settimanale Sette raccontava che l’atto di cui andava più fiero della sua esperienza da sindaco era aver riqualificato villa Borghese. Il declino di Roma e i disastri che a distanza di dieci anni si vedono nei partiti di sinistra sono – per usare le brutte metafore di Quando – macerie e detriti giganteschi che Veltroni fa finta di non vedere, in uno sguardo scotomizzato.

Non ci vuole nemmeno un analista raffinato infatti per rubricare anche questo romanzo di Veltroni in una specie di ossessione personale, a cui milioni di persone a sinistra hanno dato credito come fosse un’idea politica. Tutti i libri e i film di Veltroni parlano di morte, di un mondo che non c’è più e non ritornerà mai più, fantasmi che dopo anni ci chiamano al telefono come nella Scoperta dell’alba o fantasmi che si ripresentano direttamente a casa come in Ciao, lutti strazianti che nessuna elaborazione potrà mai contestualizzare storicamente (Alfredino Rampi nell’Inizio del buio, i desaparecidos in Senza patricio, tutti i terroristi).

Veltroni è una vestale della memoria (uno dei suoi romanzi preferiti che non smette di citare nelle interviste è Io non ricordo di Stefan Merrill Block, e anche qui c’è un personaggio malato di Alzheimer), e per tre quarti Quando è dedicato a spiegare a uno appena uscito dal come cosa è successo. Ma la distinzione che non opera Veltroni è quella tra memoria privata – la sua, o quella dei suoi personaggi – e memoria collettiva, o meglio storia. Quello che esce fuori dai suoi lavori è allora un’oscena revisione della storia recente, spesso agiografica o autoagiografica, in cui Enrico Berlinguer per esempio – nel suo documentario o in questo romanzo – è una specie di re taumaturgo, un dio luminoso: questa trasfigurazione che ci blandisce e ci evita qualunque tipo di seria analisi critica (e autocritica) sul nostro passato e sul nostro presente, è buona per qualunque mistificazione.

Commenti
59 Commenti a “Come un romanzo scritto in modo osceno può produrre una grave mistificazione culturale e politica: su “Quando” di Walter Veltroni”
  1. karamazov scrive:

    i have a dream: un romanzo o saggio di veltroni con raimo editor

  2. Rossella Catelli scrive:

    Come ti demolisco un imperfetto tale quale noi tutti compreso il censore.

  3. Gianna scrive:

    Grazie. Deliziosa recensione, fin troppo benevola.

    questa frase però mi pare di difficile comprensione, forse c’è un qualche scambio di nome
    “Andrea, un suo vecchio amico con cui la famiglia di Andrea, il padre soprattutto condivideva la passione e la militanza politica, gli prova a spiegare le trasformazioni degli ultimi decenni dal Pci in avanti”

  4. Andrea scrive:

    Ha demolito Rizzoli, non Veltroni.

  5. Mario scrive:

    Il libro sarà anche brutto, ma questi pseudo critici ultra snob intrisi di qualunquismo lo sono ancor più. Raimo sui fatti di Roma dimostra ancora la sua totale ignoranza intrisa di saccenza da accatto. Se poi ci mettiamo che probabilmente Rizzoli gli ha ricusato qualche manoscritto il quadro è completo :)

  6. Massy scrive:

    Non ridevo così tanto, ormai da diverso tempo.
    Grazie.

  7. Luigi scrive:

    Forse esiste ancora la critica, meno male.

  8. Luigi Castaldi scrive:

    Dio la benedica, Raimo.

  9. Michele Campagna scrive:

    Invidio la preparazione del recensore , io posso solo dire , letto un libro, se mi è piaciuto o meno e quest’ultimo di Veltroni, mi è piaciuto molto.

  10. Edoardo scrive:

    Mamma mia. Il libro di Veltroni sarà pure brutto se non bruttissimo (anzi, do per scontato che lo sia, conoscendo l’autore), ma questa recensione è molto peggio. Fare le pulci allo stile dello scrittore scrivendo, in sostanza, che è OGGETTIVAMENTE brutto per le sue scelte stilistiche è assurdo. Si chiama stile per un motivo, o no? L’elenco di punti secondo cui questo libro sarebbe scritto male è veramente di una supponenza e arroganza intellettuale rari. E il bello è che all’inizio scrive “Ogni scrittore ha i suoi tic e i suoi difetti”: esatto. Quindi di cosa stiamo parlando? Oltre un certo limite questi tic non vanno più bene? E quale sarebbe questo limite? puro nonsense.
    Sull’analisi politica sono tendenzialmente d’accordo (non sono di Roma quindi alcune cose non le conosco se non per sentito dire), però mi sembra anche ovvio che Veltroni abbia scritto così: può darsi che sia per autolegittimarsi, può darsi invece che lo abbia fatto perché ci crede davvero. In ogni caso, recensioni come queste ti fanno automaticamente stare dalla sua parte. E ce ne vuole.

  11. Emiliano scrive:

    Certo che a quanto pare l’uso corretto delle virgole resta spesso misterioso tanto agli scrittori quanto ai recensori, ahinoi

  12. Emanuele scrive:

    Non c’è nulla di così estremamente oggettivo in questo articolo, se non il malessere del critico. Spesso la critica così violenta non è altro che la manifestazione di un critico frustrato.

  13. quel “…per chi non l’ha letti” non si può sentire. 😛

  14. Kilgore Trout scrive:

    Questo articolo dice molto su di te e non toglie ne aggiunge nulla a Veltroni… Che brutta vita devi avere.

  15. Lorena scrive:

    Piccolo manualetto per aspiranti autori, oltre che ottima stroncatura.
    Non direi che c’è accanimento, quanto mestiere.
    Un po’ di rancore politico forse sì.

    Di certo all’editor di Veltroni staranno fischiando fortissimo.

    E basta con questa carta sprecata: scrivere non è per tutti, punto.

  16. Tiziana D'Amico scrive:

    La vera tragedia è che Rizzoli gli apre le porte e lo pubblica malgrado la sua assoluta nullità: tra libri autoprodotti di gente che scrive per risparmiare i soldi dello psicoterapeuta e scaraventa nell’editoria i propri problemi irrisolti a nessuno cale alcunché, fenomeni costruiti a tavolino che sfornano romanzi e saggi non richiesti e operazioni commerciali da cassetta natalizia, siamo accerchiati dalla mondezza editoriale.

  17. Vittoria scrive:

    Alcune cose vere, molte opinabili (l’uso dell’interpunzione, ad esempio).
    Non è un grande libro ma nemmeno il re-censore fa bene il suo mestiere.
    ‘Fare di ogni erba un fascio’, o meglio, non distinguere tra l’importante e il secondario, non aiuta certo il lettore ad orientarsi tra la produzione libraria contemporanea. Aumenta la confusione.
    Non ne sentivamo il bisogno.
    L’eccesso di produzione viene ribadito e confermato con personale contributo da parte del censore.
    Da Raimo ci si può aspettare di meglio?

  18. rossana scrive:

    Mitico Raimo: come distruggere con intelligenza Veltroni e tutto il suo entourage (e non solo)
    da Massimo Gramellini, Giorgio Napolitano, Ezio Mauro , Monica Maggioni che gli reggono la parte , ma anche Massimo D’Alema, Maria Elena Boschi, Pippo Baudo, Gianni Letta, Pierferdinando Casini …fino a Recalcati…..Grande davvero.

  19. Mauro scrive:

    Bastava dire ( come fa credo Massimo Onofri, o forse Matteo Marchesini) che Veltroni quando fa politica scrive romanzi e quando scrive romanzi fa politica, e i risultati son questi.

  20. Toni scrive:

    Concordo con Edoardo: per quanto io detesti visceralmente Veltroni e tutto ciò che rappresenta, questo critico-editor è un arrogante, saccente Stronzo tout-court. Il problema della Narrativa italiana non sono i Veltroni — ma proprio questi pseudo “editors” del caxxo, che identificano il “dolce stil novo” con ciò che a loro aggrada; e si rifiutano di concepire che uno scrittore possa avere uno Stile che sia unicamente SUO; e non quello che aggrada a stupidi editors cani da guardia, il cui unico compito è quello di custodi del cancello del conformismo. Ma andate a caxxre…

  21. Johnny. go scrive:

    Non entro nel merito dell’analisi letteraria, ma conoscendo molto bene fatti e personaggi, devo dire che Raimo coglie nel segno. Perfettamente. Quello che anche qui mi sconvolge – come mi è capitato per la vicenda no-vax, per gli esegeti del Si e del No nel referendum costituzionale, per gli improvvisati esperti di finanze e mercati sullo scandalo delle banche e come capita da sempre nel calcio italiano che siamo tutti, in ogni stagione, degli infallibili commissari tecnici della nazionale- ecco anche qui mi sconvolge che c’è gente che per il sol gusto di dare fiato alle sue trombe, si improvvisa critico letterario di lungo corso e arriva a vomitare sentenze di critica letteraria contro chi fa il critico per mestiere e per titoli. Io non so chi l’abbia inventato questo sistema per cui sul web tutti e chiunque possono commentare la qualunque. Trovo questa cosa come la cifra vera dell’imbarbarimento e dell’inciviltà di questi nostri tempi grami.

  22. Ehodettotutto scrive:

    Quanto inutile livore

  23. igino panzino scrive:

    Difficile stabilire se sia peggio il pressappochismo culturale di Veltroni o l’astio mascherato da oggettività del critico, ma forse il peggio resta Veltroni, se non altro per le maggiori responsabilità.

  24. Ale scrive:

    Concordo anch’io con Edoardo. Non leggerò il libro e non fatico a credere che sia brutto, ma non penso che il problema sia lo stile di Veltroni, insulso sì però giudicato con un’acrimonia degna di miglior causa. Forse non lo è nemmeno la qualità di Rizzoli (che comunque non ci perde danari e pubblica pure di peggio) e dei suoi editor (manco uno bravo sarebbe riuscito a confrontarsi con l’ego immenso dell’autore). Il problema è politico e non letterario. Fare politica attiva con i romanzi, belli o brutti che siano, è poraccitudine strutturale. D’altro canto, finché ci sarà chi dà bordone da un lato e ascolto dall’altro a tanta sfrontatezza, nessuno può stupirsi che se rischiamo di essere governati da Grillo o da Salvini con il loro bagaglio di odio e approssimazione.

  25. antonella scrive:

    Mi sono molto divertita a leggere questa recensione. Veltroni è insopportabile sia quando parla che (evidentemente) quando scrive. Non ci vedo acrimonia, ma diritto di critica. Velroni ha dalla sua televisione, stampa, Rizzoli e Fabio Fazio, una voce discordante da tanto fastidio?
    Concordo però con chi citava una frase della recensione: “Andrea, un suo vecchio amico con cui la famiglia, il padre soprattutto, condivideva la passione e la militanza politica, gli prova a spiegare le trasformazioni degli ultimi decenni dal Pci in avanti.” Io avrei scritto “prova a spiegargli”. Umilmente.

  26. Jacopo scrive:

    Avrei preferito non leggerla, questa recensione.
    Perchè ti sei dovuto cuccare tutto il libro di veltroni, magari anche più di una volta (si capisce dalla precisione e dalla sicurezza con cui ne citi i passi migliori).
    E questa è un’esperienza che non merita nessuno e non ti meriti tu, nemmeno se fossi uno dell’isis…

  27. Pio ciampa scrive:

    era meglio per lui ,se avesse intrapreso,la via del volontariato laico in un paese sottosviluppato dell’africa.In effetti alla fine della sua per me ingloriosa carriera politica,iniziata ahimè ai tempi del liceo,un altro politico che non ha mai lavorato seriamente,lui stesso aveva dichiarato di voler andarsene in Africa……invece regista ,scrittore…….poveri noi.Grazie per la sua stupenda recensione.

  28. Germana scrive:

    Mi diverte molto leggere queste querelle letterarie (non me ne voglia Raimo per l’allitterazione). L’articolo mi ha lasciato con una domanda: chi è l’editor di Veltroni?

  29. vittoria oliva scrive:

    ma che articolo fantastico! ;- me divertirebbe pure uno su vespa e veltronoiche gioc
    ano a chi schizza più lungo ;-)))))))))))))))))))))))))))))))

  30. Aurelio Bruzzaniti scrive:

    ” per chi non l’ha letti ” ?!?!???
    Ma signor Raimo come scrive ?
    Ma non sarà, per caso, invidioso?

  31. asd scrive:

    ma che v’ha fatto l’Africa per mandargli Veltroni?
    dai su, inutile che vi trinceriate dietro i gusti letterari personali, qui la questione è politica cioè di uno che da leader del centrosinistra ha sbagliato quasi tutto e a distanza di anni trova ancora case editrici, personaggi tv eccetera a reggergli il gioco mentre si autoassolve di tutto
    è per colpa di gente come Veltroni se Lega e 5 stelle prendono così tanti voti

  32. MartinVasquez scrive:

    Il Dottor Raimo è sicuramente preparato ed i suoi articoli sono spesso interessanti, ma da quando ha fatto quella sceneggiata in tv a retequattro non ho più una grande considerazione di lui non perchè ammiri Belpietro, ma perchè ha mostrato quella supponenza tipica della sinistra “intelletualoide” di cui non abbiamo alcun bisogno in questo momento. Ha fatto capire di essere solo teoria ma pratica zero

  33. Chiara Surrenti scrive:

    Chiedo se c’è qualcuno che abbia letto un libro di WV trovandolo originale, interessante, bello, sotto un qualsiasi aspetto: che spieghi. Io leggo sempre le critiche di Raimo a WV e le trovo assolutamente condivisibili. Perciò mi stupisco che da anni le diciamo opere di qst autore vengano generalmente accolte in modo molto favorevole. Addirittura pare vendano. Questo lo trovo effettivamente grave, preoccupante. Fabio Volo scrive pensierini, a nessuno verrebbe in mente di accostarlo, per dire, a Carrere. WV invece sembra davvero convinto di essere uno scrittore: ma anche i critici che recensiscono le sue, ehm, opere, sembrano convintissimi di ciò.

  34. Sergio Falcone scrive:

    Condivido, e ci mancherebbe. Anche se di certi autori sarebbe meglio non parlare. Il miglior disprezzo rimane la noncuranza.

  35. Manuela Lamberti scrive:

    Non ho letto il libro di Veltroni, quindi non ho giudizi da esprimere, ma posso dire che questa recensione, piena di livore e supponenza, è stata scritta in una lingua diversa dall’italiano.

  36. Sascha scrive:

    Però, è bastato che Christian Raimo andasse in tivù e prendesse un po’ in giro Belpietro e Sallusti che decine di bravi militanti di destra e grillini si lanciassero in un tale campagna d’odio da ritrovarsi a difendere perfino Veltroni. Non per niente puntano sui temi cari alla destra e agli ‘onesti’. livore, supponenza, invidia, snobismo, radical chic etc.
    (unendosi agli irriducibili che ce l’hanno da sempre contro Raimo per beghe assurde del sottobosco letterario romano…)

  37. Salvatore scrive:

    La constatazione più drammatica è l’editoria oggi serva dei potenti. Non c’è più la ricerca dei talenti. Gli editori sono succubi del sistema delle apparenze. Chi si mostra di più o chi è nel novero dei potenti o influenti entra nelle stanze degli editori con arroganza. Con questo sistema vendono di più. Editoria-commercio. Ovviamente a spese di numerosi talenti lasciati a se stessi. La nostra letteratura oggi è allo stesso livello del calcio, vedi le ultime esperienze della nazionale.

  38. Sergio Falcone scrive:

    Anche se non è la sede più opportuna per un dibattito, sento di dover intervenire di nuovo per dare la mia testimonianza. Ho conosciuto, anche se marginalmente, il mondo dell’editoria e so come è ridotta l’editoria oggi. Una editor della Rizzoli, della quale non ricordo il nome, una decina di anni fa mi disse molto esplicitamente che l’unica regola che oggi viene seguita è la legge del mercato. Che gli editori siano per lo più sottoposti al volere dei potenti non mi sembra una grande novità, e sotto tutti i regimi. Sono un autore o, meglio, lo ero o, meglio ancora, avrei potuto esserlo. Ho smesso di scrivere perché sono arrivato alla conclusione che oggi, in questo contesto, scrivere non serve a nulla. Non sono mai riuscito a capire se, nella mia opera, ci sia del buono e se io abbia talento. Ho impiegato 12 anni 12 per arrivare a veder pubblicata da una piccola editrice una piccola scelta dei miei versi. Quel libro ha ricevuto complimenti e soltanto una critica, ma è rimasto ignorato. Non sono legato a nessun carro, non ho chi mi protegga e mi sponsorizzi e questo, nel nostro paese, patria d’ogni mafia, e’ l’equivalente di un peccato mortale. Si paga semplicemente col non esistere.

  39. Mersault scrive:

    Francamente, trovo più opinabile l’uso della punteggiatura di Raimo rispetto a quello di Veltroni. Raimo parla di “errori marchiani” riguardo a semplici questioni di stile, che non denotano un uso scorretto della lingua. Quanto al contenuto del libro, bastava la breve sinossi a sconsigliarlo; l’eccesso di accanimento e il finto accademismo del recensore provocano nel lettore, almeno per quel che mi riguarda, soltanto un sentimento di noia.

  40. Gabriele scrive:

    Da Raimo giuste bacchettate a chi usa la letteratura per altri fini. Ma per favore correggere il refuso:

    “e per tre quarti Quando è dedicato a spiegare a uno appena uscito dal come cosa è successo”

  41. Giulio Mozzi scrive:

    Perché a Christian Raimo il romanzo sia sembrato brutto, è spiegato in lungo e in largo (e con argomenti direi convincenti: sarebbero stati più convincenti se l’articolo fosse stato più breve, ovvero gli argomenti più selezionati, credo).

    Meno evidente è perché un tale orrore sarebbe anche una “mistificazione culturale e politica”. Perché ha scopi autocelebrativi? Se il danno è tutto qui, non mi pare un grande danno. (Ma io non vivo a Roma, non ho avuto che fare con la giunta Veltroni, non ho occupato il Valle: se per me Veltroni è un’astrazione, per Christian sicuramente no).

  42. ilTafano scrive:

    Veltroni non è altro che l’espressione della mediocrità della classe dirigente italiana.

  43. Misoneista scrive:

    Un capolavoro.

  44. alberto s. scrive:

    Delle opere letterarie scritte da politici, ex politici e giornalisti, io ho notato tre difetti costanti:
    1) la pudicizia. Un politico che risponde a un’intervista dev’essere misurato, abbottonato, ha delle responsabilità davanti a un bel po’ di gente e dire qualsiasi cosa può voler dire due cose: stupidità o incompetenza. L’occhio che lo scrittore getta sul mondo invece non è mai pudico. Ecco perché le schifezze della vita sono un componente importante di un vero romanzo (anche se le si dosa in piccola quantità), mentre un politico parlerà sempre per categorie riassuntive e concetti allusivi a metà strada tra il comizio politico e l’editoriale di un giornale. In altre parole, la reputazione personale per un politico è uno strumento di sopravvivenza.
    2) l’uso della pagina letteraria come strumento per un giudizio sulla società e sui suoi manovratori legittimati; dunque la letteratura come parte nobilitante o come livello superiore di un’attività politica. È un’operazione che dà buoni risultati solo sul piano politico. Mai su quello letterario. Detto francamente, qualcuno ha ancora voglia di leggere Churchill? E Disraeli? E le lettere di Napoleone a Giuseppina? Boh… Se poi vogliamo vedere il lato hardcore dello stesso medesimo problema, allora basti ricordare come la propaganda totalitaria avesse quasi sempre pretese artistiche, letterarie, sociologiche, filosoficheggianti e storiografiche. Nell’era delle masse popolari, per muovere una massa verso un magnete politico si finiva sempre per scrivere un libro (Lenin, Mao, Hitler, della “cacata carta” deve averla scritta anche Mussolini, e via elencando).
    3) presuppone sempre un sottotesto che recita: «io (autore) le cose che dico le ho viste da dentro e so come sono andate, io stesso ero un attore in scena».

    I casi peggiori sono i libri del politico distaccato, che una volta finita la sua epoca politica si mette a raccontare una bella vicenda letteraria, ma in realtà ha deciso di togliersi un sasso dalla scarpa. Poi se ne leva un secondo. E va avanti per degli anni a togliersi sempre lo stesso sasso dalla scarpa.
    Il sasso in realtà non c’è. È il suo piede che continua a sentirlo.

  45. Francesca scrive:

    ho sfogliato per caso un romanzo di veltroni e, dopo un paio di pagine, l’ho richiuso e mai più aperto.
    Ma, dico, come si fa? La scrittura è pessima, la retorica gronda da ogni periodo. Sono inorridita, oltre che dalla sua prosa, anche dalla totale assenza di consapevolezza ed ironia; poveri compagni, come ci siamo ridotti!

  46. David scrive:

    Rossella Catelli hai riassunto tutto ciò che si poteva. Grazie.
    Fra scrittore e recensore non v’è alcuno scarto. #poveriannoi

  47. Stefano bacchelli scrive:

    Il libro oggi è un prodotto commerciale: non conta in quanti lo leggano, ma in quanti lo comprino. Veltroni non vincerà il Nobel, ma ognuno è libero di divertirsi come gli pare. Le biblioteche sono piene di capolavori che nessuno ha mai letto o leggerà, ma chi scrive non fa male a nessuno. Il libro non ti è piaciuto? Che ci guadagni a stroncarlo? Lascia che Veltroni scriva, non spaccia droga, non violenta donne, è contro la mafia, è contro il fascismo, è un cittadino modello, che male ti ha fatto? Scrive a favore di un partito che non ti piace? Non votarlo. Si sente un grande scrittore? Lasciaglielo credere e non comprare più i sui libri.

  48. Sergio Falcone scrive:

    “Rossella Catelli scrive:
    13 novembre 2017 alle 10:18
    Come ti demolisco un imperfetto tale quale noi tutti compreso il censore”.

    Traduzione: chi è senza colpa scagli la prima pietra.

    Una equidistanza per nulla convincente. Voto contro. Contro questa lettura e contro la lettura di un non romanzo.

  49. Bruno Vergani scrive:

    Se fossi Veltroni ringrazierei per un sarcasmo così minuzioso da risultare glorificante, in fin dei conti meglio l’avversario che impiega risorse per stroncarmi con cura dell’amico indifferente.

  50. Pee Gee Daniel scrive:

    Ero interessato a leggere un buonista che stronca il capo-buonista storico, ma dagli esempi che Raimo porta non sembra di ritrovare quella letteratura disastrosa che preannunciava, magari qualche faciloneria, ma quanto alle soluzioni stilistiche le trovo una scelta personale comunque plausibile e non robaccia buttata lì a caso. Dunque, dal pezzo, evinco che Veltroni (che non ho mai letto), con mia grande sorpresa non scrive poi così male, mentre Raimo (che mi è altrettanto ignoto) a giudicare dai suoi appunti critici sicuramente sì

  51. tom scrive:

    Raimo, concordo molto con la critica a Veltroni, sui contenuti almeno, ma nella forma sei qui sullo stesso livello suo. L’hai riletta prima di pubblicarla? Ci sono frasi sgrammaticate, virgole messe a cazzo e stilisticamente lascia molto a desiderare. Se fai le pulci devi essere impeccabile.

  52. 4cents scrive:

    I rilievi stilistici e il puntiglio editoriale sono utili anche quando discutibili, e sgomenta il fatto che più di un commentatore ritenga la cialtroneria dell’Augusto Minchione Walter V. un’insindacabile scelta personale (scelta intima, sofferta e meditata, verrebbe da triplettare).
    La demenza post-ideologica sembra poi così scoperta da essere forsennatamente caricaturale, quindi sì: alla fine dispiace che si dedichino energie (e un’attenzione funzionale al marketing Rizzoli) a quest’ulteriore boiata. È un defecato libroide. Uno gnommero cartaceo. Perché recensirlo? Ma ormai lo sto facendo anch’io, nella forma del commento, e allora perché? Perché? Perché? Mi devo dare una ragione: per invitare Walter V. a risciacquare i suoi panni nel Tevere, buttarci tutta la sua diarrea pseudoletteraria, giù maledetta, a fondo nel Tevere.
    Veltroni, vattene a far propaganda tra le nutrie, fai cosa gradita alla comunità: vatti a intortare le pantegane, ammalia i talponi, lasciati sbranare dai ratti di Roma.

    Quanto a lei, Raimo, editi almeno:
    “e per tre quarti Quando è dedicato a spiegare a uno appena uscito dal come cosa è successo” —>
    uscito dal comA;
    “nel mondo post-Bolognina e post-muro e non rassegnava alla fine del sol dell’avvenire”—> non SI rassegnava alla fine etc.

    Lunga vita a una qualche forma di letteratura.

  53. Magda scrive:

    Non c’e’ che da ringraziare Christian Raimo . Ed e’ da stupidi attribuire ad invidia la sua articolata (e pienamente giustificata) indignazione nei confronti di un prodotto melenso, autocelebrativo e inutile come il libro di Veltroni. Ma chi mai -sano di mente- potrebbe invidiare un uomo senza qualita’ come Walter Veltroni?
    Come ha gia’ scritto qualcun altro…DIO TI BENEDICA RAIMO!

  54. Rosanna scrive:

    Mi scusi, ma Veltroni le ha rubato la palla ai giardinetti quando era piccolo? Ha perso troppo tempo nella sua analisi, manifestando così qualcosa di personale che nulla a che fare con una critica letteraria. Buona giornata.

  55. Tommaso Valeri scrive:

    A livello di sciatteria stilistica e di pretestuosità narrativa non mi pare che Veltroni sia molto peggio di tanta narrativa italiana contemporanea.

  56. livio scrive:

    Complimenti, ottima recensione, piacevole da leggere che coglie nel segno e stronca duramente e puntualmente un libro pessimo di Veltroni, pessimo scribacchino, presuntuoso e arrogante, lui si non Raimo che fa benissimo il suo mestiere!

  57. La Storia … tragedia … farsa … libro di Veltroni … Sublime!

  58. Antonietta scrive:

    Un tentativo di stroncatura cosi severo, compulsivo ( sembra un fatto personale ) diventa, inevitabilmente , il maggior sponsor che un autore possa ricevere, eh si, perché chissà cosa c’è dietro, meno male che, colui che decreta il successo di un libro , è sempre il fruitore dell’ opera , che in totale autonomia decide di leggere o non leggere, il quale merita rispetto, cosa che il Sig. Raimo non sa cos’è, visto che con il fiume di parole, non privo di errori, poco edificanti per un recensore, cerca di arrogarsi l’arbitrio di influenzarne il destino, senza riuscirci , il libro è tra i più venduti della settimana,

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  1. […] la strutturata recensione di Christian Raimo all’ennesima pubblicazione di Walter Veltroni e mi sorge un dubbio: ma chi se ne frega del […]



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