un senso del vero

Un senso del vero

Pubblichiamo un pezzo di Chiara Marchelli, tornata in libreria il 24 gennaio scorso con “La memoria della cenere” (NN Editore).

di Chiara Marchelli

Scrivere è una questione di concentrazione e scarto. Quando lavoro a un romanzo, la realtà perde presa, si sfoca, soffia contro persiane chiuse. Io mi sfilo, mi riduco, mi spoglio, mi libero. Tutto ciò che rimane è la storia che da quella realtà è generata, sono i personaggi, è lo sforzo di ascolto e trascrizione il più fedele possibile alla loro verità. Ci vogliono distanza e sfrenatezza.

Questo è possibile finché il romanzo rimane solo con me. A persiane chiuse, mi muovo in un luogo esclusivo e circoscritto, dove posso essere e far accadere qualsiasi cosa. Anche per questo scrivere è un atto esaltante.

Poi il libro finisce e a quel punto, se mi è andata bene, arriva la consapevolezza che ho scritto quello che andava scritto, e cioè ciò che sentivo come necessario e vero, mescolata alla presa di coscienza che questo necessario e vero potrebbe far male a qualcuno. Si manifesta come un brivido, un frizzare sul collo.

È successo anche di recente, appena concluso il mio ultimo romanzo. Ho riaperto le persiane, inspirato l’aria fresca. E poi, come un rumore che ci sveglia di notte, il fremito sulla verità. Una verità che credo debba essere – e lo credo perché mi cimento nella superba faticaccia della scrittura da tutta la vita – nuda.

Ora, un’unica verità dell’esperienza, la memoria granitica e unilaterale di un fatto avvenuto, condivisa da tutti allo stesso modo, non esiste. Su cinque persone che vivono la stessa cosa, è assai probabile che nessuna ne conservi un ricordo del tutto identico a quello di un’altra. Questo tipo di verità, quindi, è multipla, cangiante. Però, nel momento in cui ne scrivo così come è per me, deve essere nuda. Senza ornamenti, senza mediazioni. Senza viltà, senza cura per l’altro. Proteggere, smussare – nulla.

Nel momento in cui si decide di parlare di un certo evento preso dalla propria o altrui biografia, oppure dall’immaginazione, credo si debba trattare quell’evento con un’onestà e una crudezza incondizionate. La verità merita il massimo che abbiamo da offrire, e non mi vengono in mente strumenti migliori. Onestà e crudezza servono a liberare la verità di ciò che vogliamo raccontare – trasmettere, comunicare – dalla nostra piccola paura. Che non serve a niente. Perché se permettiamo alla paura di segnare confini e operare censure, verrà fuori un racconto menomato, cui mancherà il battito fondamentale: il senso del vero.

Che la verità, come dicevo, non debba essere per forza accaduta non semplifica le cose. Perché anche se non riporto fedelmente un certo fatto, rimane la verità dello sguardo, del ricordo, della traccia che ho conservato di qualcosa, o che ho creato da zero, nel momento in cui ho deciso di scriverne. Una verità “contaminata” dal mio intervento (ricordare è già intervenire), ma ciononostante viva perché sostenuta dall’innocenza, dall’urgenza, dall’impegno a restituire, distillare, quello che ho dentro così come si è impiantato dentro di me, puro. Non è necessario scrivere di cose reali, purché risultino vere.

Ricordo una ragazza, durante un laboratorio di scrittura a Roma, che mi chiedeva cosa fare quando quello che scriviamo tocca da vicino una persona amata. Quella ragazza era così spaventata all’idea di provocare sofferenza negli altri, che non mi chiedeva nemmeno cosa fare dopo aver scritto qualcosa di così personale, bensì come comportarsi mentre lo faceva: andare avanti oppure no? La questione morale del recar danno al prossimo la turbava al punto che non riusciva a sbloccarsi. Le chiesi quanto teneva a quel che stava scrivendo. “Tantissimo”. C’era altro di cui voleva scrivere? Un’esitazione: “No”. E allora, risposi, scrivi. “Sì, ma…” Passerà, la interruppi. Arriverà il momento in cui importerà di più ciò che hai da scrivere rispetto alle conseguenze che quel che scrivi potrebbe avere (e che, per inciso, di rado sono quelle che abbiamo prefigurato). Lei rimase interdetta, ma volli subito chiarire che non la stavo provocando. Semplicemente, le sorrisi, bisogna scrivere il vero. Di nuovo, non necessariamente il reale, ma il vero sì. E se incidentalmente le due cose corrispondono, o si scrive o no. Se lo si fa, il rischio è venire accusati di essere sleali, irrispettosi e cannibali. Che sia. Se serve a esprimere qualcosa che deve essere scritto, o a raccontare qualcosa che non può essere detto, non c’è scelta. Non si scrive a metà.

Io ritengo, anzi, per me scrivere è un gesto talmente importante, più efficace di qualsiasi altro metodo di comunicazione, che i compromessi mi risultano intollerabili. Quelli che facciamo – e giustamente – nel quotidiano per il bene individuale e comune, nella scrittura non hanno posto. Ciò che sono nel quotidiano è al servizio della sopravvivenza, della costruzione di me come individuo e della tessitura dei rapporti necessari alla mia natura di essere umano. In terra narrativa vigono altre regole.

E poi c’è da tener conto dell’egemonia dei personaggi. Sono loro che governano: la loro coerenza, la loro verità. Se un’etica della scrittura esiste, dovrebbe essere applicata alla storia che si scrive e ai suoi protagonisti: il rispetto completo della loro psicologia ed esigenze, la costruzione di un impianto che segua chi sono e chi diventano a mano a mano. Soltanto in questo caso è possibile (bisogna?) piegare la realtà dei fatti e delle persone, perché il racconto lo richiede.

Quella della ragazza è, come accennavo, una delle domande che danno vita a certi dibattiti su un’eventuale etica della scrittura: Quanta libertà si ha in letteratura? Quanto bisognerebbe misurare l’espressione della verità? Come va declinata questa verità? Cosa va detto, cosa taciuto? A cosa serve? Che dovere ha l’atto dello scrivere?

Ho però il sospetto che, in fondo, la questione vera stia in una domanda che le precede tutte. E cioè: Perché si scrive?

Ognuno di noi ha una risposta diversa, naturalmente. Ognuno di noi ha le sue ragioni. Per quello che mi riguarda, ho iniziato a scrivere perché a un certo punto della mia vita, quando era troppo presto perché potessi disporre di adeguati strumenti di interpretazione e difesa, il mondo come lo conoscevo è finito di colpo e mi sono trovata catapultata dentro una dimensione ignota, incomprensibile e ostile. Immersa in una condizione di violenta solitudine, ho istintivamente cercato un modo di esprimermi che non fosse quello che mi era stato sottratto. E cioè la comunicazione esplicita che, assente quando avrebbe dovuto creare un passaggio armonioso tra il prima e il dopo, aveva mancato di garantire una continuità di valore e congruenza tra chi ero e cosa mi stava accadendo intorno. Così ho cominciato a scrivere. Per parlare, osservare, capire, essere vista e ascoltata. La scrittura, intesa come mezzo di conoscenza e comunicazione, è elemento fondante della mia identità.

Perciò la scrittura come risultato di un vuoto? Anche. Quanta arte nasce così. E allora, a maggior ragione, se la scrittura diventa il ponte tra me e il mondo, come mentire? Come sottrarre? Come sottrarsi?

Ho cercato per anni un luogo che potesse sostituire ciò che avevo perso, ma non l’ho più trovato. Il sollievo della fuga, o della proiezione di una nuova fuga, prima o poi si esauriva. Finché ho capito che quel luogo era nel frattempo andato costruendosi non fuori, non altrove, bensì dentro di me: non la mia identità di donna, che aveva al centro di sé un buco profondo, ma quella di scrittrice, che offriva un tempo (il tempo circolare della scrittura, che non finisce mai e include tutto) e uno spazio (dove mi raccolgo a scrivere e dove tutto converge) scartati rispetto alla realtà. Che è tutta un’altra cosa. Nel quotidiano tutto è più complicato. Più vitale, anche, e più incontrollato. I rapporti, le persone, il lavoro, gli imprevisti, l’altro da me. Declino questa realtà, quella in cui vivo, al condizionale, perché è un sistema composto da altre persone; declino la realtà in cui scrivo all’indicativo, perché lì, in quell’universo parallelo, ci sono solo io (non per questo è più facile: siamo molto spesso i nostri più efferati nemici).

Non è possibile tenere queste due realtà sempre separate; a volte si sovrappongono e, quando succede, bisogna stare attenti, perché l’equilibrio è delicato. La prima domanda che un amico scrittore mi ha fatto quando gli ho parlato del mio compagno è stata: “Gli pesa che scrivi?” Al mio no, ha risposto: “È una gran fortuna”.

Perché c’è anche questo: il luogo della scrittura è prioritario, e non è raro doverlo lasciare malvolentieri per partecipare alla vita, quella in cui decliniamo al condizionale e dove sovente, assorti e goffi, combiniamo disastri. Le persone intorno a noi, questo, lo vedono. Possono prenderla male, patire della nostra assenza, sentirsi defraudate. Capire che non potranno mai entrare in un posto così esclusivo e privato. Dove, sospettano, noi siamo più veri.

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