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Di amore e magia. “Un soffio di vita” di Clarice Lispector

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Clarice Lispector, nata da una famiglia ebraica a Tchetchelink in Ucraina nel 1920, scappò con la famiglia in Romania per sfuggire ai pogrom e infine, passando dalla Germania, raggiunse il Brasile, paese nel quale trascorse tutta la sua vita e cambiò anche il suo nome da Chaya a Clarice. L’itinerario biografico della scrittrice, seppur vissuto quando era ancora una bambina molto piccola, giunse infatti in Brasile quando aveva appena due anni, delinea comunque già l’inquietudine che segnerà successivamente tutta la sua opera: questa forza disgregatrice che mina la sua identità non mancherà mai di fare sentire il suo peso, trovando testimonianza decisiva in un testo scritto che si condensa in un flusso inarrestabile di parole che ne avvicinano l’opera a quella di James Joyce e di Virginia Woolf.

Quando uscì il suo primo romanzo Vicino al cuore selvaggio (in Italia pubblicato da Adelphi con traduzione di Rita Desti), Lispector era poco più che ventenne e i più importanti critici letterari brasiliani lo accolsero con grande favore, facendo proprio i nomi dei grandi prosatori di lingua inglese anche se Lispector ammise di non conoscere bene né l’uno né l’altra (seppure Joyce sia citato in esergo al romanzo: «Era solo. Era abbandonato, felice, vicino al cuore selvaggio della vita»): chissà se c’è da fidarsi, ma resta il fatto che questo primo romanzo è in grado, in maniera assolutamente autonoma rispetto a scuole e maestri, di restituire sulla pagina la frammentazione del  mondo dell’autrice e i conseguenti piani della realtà che si sovrappongono, il tutto ben rappresentato dalla quasi totale assenza di una trama per come comunemente intesa.

Adesso Adelphi pubblica Un soffio di vita (tradotto da Roberto Francavilla), il libro postumo di Clarice Lispector, una sorta di testamento letterario, curato e riordinato con attenzione e trasporto da Olga Borelli, l’amica che stette vicina alla scrittrice negli ultimi anni della sua vita prima che la malattia la portasse via. Questo libro, che ha come indicativo sottotitolo Pulsazioni, a sottolineare l’andamento ondivago della scrittura, è costruito soprattutto su un dialogo tra l’Autore stesso e uno dei suoi personaggi femminili, dal nome Angela, una trama dunque esile, quasi inesistente, che funziona più da pretesto per un’interrogazione del ruolo della scrittura e per un’autoanalisi delle pieghe della propria opera.

Un soffio di vita non si esaurisce infatti solo nella forma della conversazione: i dialoghi sono un continuo rimuginio sulla forze della parola e sulla sua possibilità di raccontare, arrivando a spingersi a costeggiare l’essenza dell’indicibile, come riportano le parole, dell’Autore in un passo del dialogo: «Mi esprimo meglio con il silenzio. Esprimermi con le parole è una sfida. Ma non sono all’altezza della sfida. Fuoriescono misere parole. E qual è davvero la parola segreta? Non la so, e perché osare dirla? Se non la so è soltanto perché non osa dirla?». L’interrogativo, che si ripete spesso in queste pagine, sta proprio nell’interrogazione sullo statuto della parola – e per esteso della letteratura –, sulla sua capacità di raccontare le storie della vita, il reale.

Da questo punto di vista Un soffio di vita continua le riflessioni sul linguaggio già contenute in un altro suo libro, Acqua viva, anch’esso incentrato sul tentativo di affondare nel più grande segreto dell’umanità, quello del linguaggio. Sin dalle prime pagine di Acqua viva (sempre tradotto da Francavilla), il tema del linguaggio occupa i luoghi del pensiero, con la parola intesa come l’unica via per tentare di afferrare «l’istante adesso», uno dei temi centrali della vita e dell’opera di Lispector, un istante che continuamente muta e si trasforma in uno nuovo che «neppure lui è più». Lispector vuole impossessarsi «dell’è della cosa», degli istanti che passano, degli atomi del tempo che come fuochi d’artificio esplodono muti nello spazio.

Solo nell’istante dell’amore, aggiunge in Acqua viva, «si coglie l’incognita dell’istante che è duramente cristallina e vibrante nell’aria, e la vita è questo istante irraccontabile, più grande dell’avvenimento in sé: nell’amore l’istante di impersonale gioia riluce nell’aria, gloria strana di corpo, materia commossa dal brivido degli istanti». Con un andamento del pensiero che in alcuni momenti ricorda le più famose proposizioni del Tractatus di Wittgenstein, la protagonista di Acqua viva confessa di non sapere dove la sua scrittura andrà a parare, ma soprattutto è ben conscia dei limiti del linguaggio umano: «Ascoltami, ascolta il mio silenzio. Quel che dico non è mai quel che dico bensì un’altra cosa» o ancora, poco prima, «sono consapevole di non poter dire tutto ciò che so».

Lo stesso accade anche in Un soffio di vita, con parole che sembrano ricalcare quelle di Acqua viva quando, ancora l’Autore, scrive: «Voglio che la frase accada. Non so esprimermi in parole». E allora la domanda che soggiorna nella mente durante la lettura riguarda le motivazioni che inducono, e che hanno indotto, Lispector ad utilizzare il mezzo della parola, nonostante la definizione in chiave deficitaria: una possibile risposta, se di risposte ne può generare un testo come questo come suggerisce anche il traduttore Francavilla nella sua nota che chiude il libro («la complessità di questa tormentata rapsodia clariciana provoca rovelli ermeneutici», scrive in apertura del suo scritto), emerge solo attraverso lo scorrere delle pagine, con la parola che finisce per trovare una sua realizzazione nel momento in cui essa si lega ad un’altra persona, quando viene pronunciata da qualcuno per chiamare un altro: solo in questo modo, scoprendone l’alterità, essa può far emergere la verità custodita nel profondo dal soggetto.

Ed è forse per questo che Lispector accarezza la parola e le dà un tocco magico, come ad omaggiarne il valore più profondo: Un soffio di vita si impone allora come un ultimo atto di amore verso la scrittura, un nuovo ed estremo battesimo nelle sue acque, negli interstizi tra la parola e il silenzio, è l’estrema rinascita di una scrittrice attraverso l’unico mezzo che ha a sua disposizione.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
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