Walter White (Bryan Cranston) - Breaking Bad _ Season 5b _ Gallery - Photo Credit: Frank Ockenfels 3/AMC

Un supervillain non ha passato: Rust Cohle, Walter White e John Locke a confronto

di Marina Pierri

Questo articolo è contenuto nella pubblicazione Storie (in) Serie, a cura di Carlotta Susca e Antonietta Rubino, consultabile qui


È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.

Hannah Arendt, La banalità del male

Quando penso all’incarnazione del male al cinema mi vengono in mente due esempi. Il primo è il Joker del Cavaliere oscuro di Christopher Nolan, così come interpretato da Heath Ledger. Il secondo, possibilmente più complesso e feroce, è Anton Chigurh di Non è un Paese per vecchi dei fratelli Coen.

Perché proprio questi due personaggi e non qualcun altro? La spiegazione sta nell’esergo di Hannah Arendt. Entrambi sono superficiali, micidiali e invadenti come spore, ed entrambi corteggiano il nulla e la cieca casualità del fato, certo, ma qualcosa di più profondo li accomuna: la mancanza di origini.

In un mondo pop ossessionato dai supereroi, i fumetti si portano dietro una lezione molto importante: la genesi conta. Spider-Man è nato a causa del morso di un ragno. Thor proviene dal cielo degli dei normanni. Superman è un alieno malinconico. Il Dottor Manhattan di Watchmen di Alan Moore è stato vittima di un esperimento nucleare. È assai difficile rintracciare un eroe privo di origin story: anche quand’è strano, curioso, bizzarro oppure ombroso sappiamo esattamente da dove viene e perché è diventato così. Lo stesso, in linea di massima, vale per i loro antagonisti.

Il Joker e Anton Chigurh, invece, sono supervillains dati ossia senza ragion d’essere: «some people just want to watch the world burn[1]», recita Alfred nel Cavaliere oscuro. Proprio Nolan gioca con il Joker, che racconta a ciascuno una storia differente sulla formazione della sua cicatrice generando la mise en abyme delle origini di un cattivo confuso che confonde. E di fronte all’assenza di movente, sia pure una ‘normale’ sete di vendetta, la razionalità si ferma. Resta un caos immanente che sfugge alle categorie ed è dunque terrorizzante perché incomprensibile, inumano. Perché nulla è più umano della nascita, di qualsiasi nascita si tratti, anche di quella del male.

Nelle serie televisive, lunghi feuilleton contemporanei volti per vocazione all’analisi compulsiva soprattutto di matrice psicologica, il male assoluto è una merce di scambio assai poco agevole per un protagonista. Penso a tre personaggi chiave degli ultimi anni per osservare il fenomeno: passano per bad guys, cioè per uomini cattivi, ma restano uomini nella misura in cui sappiamo da dove vengono e perché agiscono… Quindi non ci spaventano mai davvero. Anzi, finiamo per amarli.

Si tratta dei tre antieroi Rust Cohle (True Detective), Walter White (Breaking Bad) e John Locke (Lost).

Rust Cohle è il primo della lista perché tra tutti è il più eroico nel senso tradizionale del termine: il male, per il personaggio di True Detective, è una pratica ossia un mezzo per un fine dai connotati fortemente concreti. L’eccesso di droghe, le maniere forti, lo scollamento completo dalle più elementari regole sociali fanno di lui un paria trasformato in cocciuto crociato del bene. Proprio la genesi di Cohle, del resto, è traumatica: la perdita della figlia. La stessa che l’ha dotato di un interessante superpotere, la totale noncuranza nei confronti del superfluo, di ciò che è terreno e quotidiano. C’è di più: delle tre figure che includono White e Locke, è l’unico a votare ciò che resta della sua esistenza alla lotta contro l’orrore (il Re Giallo).

Un altro paio di maniche è Walter White, antieroe assai più vicino a un cattivo poiché – per quanto abbia una origin story chiara, ossia il cancro da cui peraltro guarisce – la sua gestione del male è fine a se stessa, figlia di una ricerca spasmodica di affermazione che, nei fatti, poco ha a che fare con il prendersi cura della sua famiglia e molto, invece, ha a che vedere con l’ossessione del controllo. Il Mr White dello show di Vince Gilligan, in altre parole, flirta con il lato oscuro fino a farsi del tutto compromettere per poi scoprire – nella sua parabola ascendente e poi discendente, alla quale un po’ siamo costretti e un po’ vogliamo assistere – che il male, appunto, è banale. Incontrollabile per definizione. Inoltre Walter viene sanzionato per la sua ascesa demoniaca, prigioniero di un’onnipotenza che lo mastica e lo sputa riavvicinandolo, infine, all’opposto manicheo del bene.

John Locke, infine, è un esempio molto singolare perché include il macrotema del doppio. Se avete guardato Lost fino alla fine, che l’abbiate gradito o meno, sapete che l’antieroe John è molto meno buono di quel che sembra all’inizio, fino a diventare del tutto bad nella sua seconda incarnazione che, non casualmente, è proprio quella di male assoluto (il cosiddetto Man in Black/Diavolo opposto a Jacob/Dio).

Il suo percorso presenta punti di contatto tanto con Rust Cohle quanto con Walter White: come il primo, sull’isola diviene distaccato, mistico e vocato alla causa fino ad abbandonare tutto ciò che è mondano, come il secondo finisce per volare troppo vicino al sole da novello Icaro, perduto nel chiasmo tra tracotanza e debolezza. Come nessuno dei due, invece, nella sua seconda vita diviene un rarissimo caso di protagonista banalmente maligno, comunque confermandosi – per certi versi – il più pericoloso e sbagliato della triade.

Insomma i bad guys sono morti, lunga vita ai bad guys: il tipico protagonista della serialità televisiva più geniale degli ultimi anni (mi riferisco anche al Frank Underwood di House of Cards) corteggia il male – fino ad abbracciarlo del tutto – per vincere nella guerra contro se stesso; ma lo seguiamo talmente da vicino da perdonarlo alla luce del suo movente, della sua genesi di villain, delle sue origini. Il viale del tramonto, del resto, è lastricato dalle carcasse dei nostri antieroi preferiti.

 

 


[1]. Certe persone vogliono solo vedere il mondo bruciare

 

Commenti
2 Commenti a “Un supervillain non ha passato: Rust Cohle, Walter White e John Locke a confronto”
  1. Billy scrive:

    “Il viale del tramonto, del resto, è lastricato dalle carcasse dei nostri antieroi preferiti.”

    Non è vero, signora: riveda il film con più attenzione!

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