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Un tempo conosciuto come Quit the Doner

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Mi sono trovato diverse volte nella posizione di discutere con Quit riguardo al problema del (suo) nome. La prima è stata a Torino, più o meno esattamente un anno fa. Era appena uscito il suo primo libro, Quitaly (Indiana, 2014) e la discussione si è protratta per tre giorni ed è sfociata in un profilo. La seconda volta è stato a Milano, in piena estate. Le cose sono andate più velocemente, perché sembrava che il grosso del lavoro fosse fatto: si preparava alla pubblicazione di un romanzo e non vedeva una grande urgenza di abbandonare lo pseudonimo — ma d’altra parte… E tutto si riapriva di nuovo. La terza volta è stato a New York, in autunno. A quel punto aveva cominciato a fare quasi tutto da solo, io avevo espresso le mie opinioni e non erano servite a granché per risolvergli il dubbio. Quindi, a dire la verità, è stato abbastanza sorprendente dover preparare questa intervista, perché non sapevo come sarebbe andata a finire.  Il primo romanzo di Quit The Doner si chiama Lascia stare la gallina (Bompiani, 2015) e uscirà il 21 maggio . Porta con sé alcuni passaggi fondamentali per la vita e per il lavoro dell’autore, che cominciano da una domanda molto più importante di quanto non sembri.

Come ti chiami?

Martina Veltron… ah no scusa Daniele Rielli.

E fin ora come ti hanno chiamato?

Quit , Quit the doner, Doner,  o KKASSTA.

Cosa è successo nel frattempo?

Scrivere è diventato il mio mestiere a tempo pieno e sono un po’ stufo di vivere come un agente segreto senza soldi per il baccarat e le Aston Martin.

Quante volte ti sei sentito ostacolato dallo pseudonimo e quante volte ti ha tirato fuori dai guai?

Dal vivo sicuramente sono state più le situazioni assurde in cui mi ha messo, prova tu ad entrare alla Camera dei deputati con un accredito per “Quit the doner”. Sul lavoro devo dire che se è stato un problema lo è stato sempre e solo con dei gradi intermedi. Per farti un esempio: una volta, proprio agli inizi, ho avuto una conversazione surreale via mail con un editor di una rivista che di lì a poco avrebbe chiuso, che se la tirava perché prima anche solo d’intavolare un discorso mi ero permesso di rivolgermi a lui senza usare il mio vero nome. Neanche il tempo di rispondergli con una pernacchia che ero già in un altro giornale molto più grande dove il problema si è posto solo al momento di fare fattura. È stata una lunga e travagliata conversazione: “Ah quello sulla fattura è il mio nome vero. Ciao, grazie”. Risposta “Grazie a te, Quit”. Questo per dirti dove la gente non ha come prima preoccupazione il tentare affannosamente di dimostrare di essere più importante di quello che è, lo pseudonimo è veramente l’ultimo dei problemi. Il problema si pone piuttosto nei rapporti esterni. In Italia già solo se dici “internet” ti guardano come se avessi pisciato in un angolo della stanza, figurati se usi uno pseudonimo di tre parole in inglese con un criptico riferimento allo street food per gente che ascolta i Club Dogo. Però ci sono stati anche tanti momenti molto divertenti, una volta ad esempio [si ferma a pensarci sopra, ndi]. No aspetta questa non si può dire in fascia protetta. Puoi fare che appia solo a chi legge questo pezzo dopo le 22?

Penso di sì.

Ottimo. Per il resto: fuori dai guai direi mai, perché quando lavoro nei posti ci vado di persona e quello che deve succedere succede.

Sai che ora se ti metti nei guai, ti metti nei guai, vero?

Guarda, da questo punto di vista non cambia niente. Io sono sempre stato responsabile di quello che scrivo, mica vivevo su un’isoletta delle tropicale senza mandato di estradizione. Purtroppo, aggiungerei, non tanto per il fatto di scrivere impunito, quanto per l’isola. Comunque, anche se può non sembrare, ho il tesserino e so cosa si può scrivere e cosa no. Inoltre ho due persone che si occupano di tenermi fuori dalle patrie galere ogni volta che prendo in mano una penna. Nei casi dubbi fanno la revisione e poi o mi picchiano con un bastone di quercia ricurvo oppure dicono: “Diritto di critica, vai tra’”.

Ma non mi hai raccontato l’aneddoto da fascia protetta.

Allora praticamente eravamo io e D’Alema ad Hong Kong quando [si ferma di nuovo a pensarci sopra, ndi]. Aspetta. Scusami mi è arrivata la foto di un bastone di quercia ricurvo, devo specificare che non ho mai conosciuto l’onorevole D’Alema, era solo una battuta.

La decisione di abbandonare (o comunque di mettere da parte) lo pseudonimo e il debutto narrativo: sono io, o c’è un collegamento? Se il collegamento non c’è (ma anche se c’è sono sicuro che c’è dell’altro), quanto hai pensato al problema dell’identità e perché hai deciso di risolverlo così?

Ho incominciato a lavorare Lascia stare la gallina qualche mese prima di diventare conosciuto come Quit. Essendo un romanzo corale che si è risolto in seicentoquaranta — agili — pagine, ha richiesto una quantità mostruosa di lavoro prima per le ricerche e poi per la stesura. Dentro c’è molto, anche se in forme narrative che sono necessariamente contraffatte — il romanzo è finzione al cento percento — della mia vita e un sacco di altre cose che vanno molto oltre il personaggio di Quit e alla fine questo è stato l’argomento decisivo. Non era giusto nei miei confronti farlo uscire come Quit. Siccome di solito non mi concedo niente, questa volta ho fatto un eccezione, anche come forma di salvaguardia per il romanzo, che ha una sua vena satirica ma è veramente qualcosa di diverso, di più complesso e ambizioso.

La mia opinione è che mantenere lo pseudonimo ti tenesse ancorato a un certo grado di immaturità (lo pseudonimo ti faceva etichettare come “blogger”, per esempio).

Be’, questo è relativo alla cultura in cui ti muovi. Può essere vero per l’Italia che è probabilmente il Paese più tradizionalista del mondo dopo la Persia di Serse, e dove “blogger” si traduce con figlio di un dio minore. Poco importa che il penultimo Pulitzer lo abbia vinto un blogger, così come non importa se sul tuo sito ormai sono due anni che pubblichi solo contenuti che scritti per i giornali. Siamo veramente fuori dal tempo riguardo queste cose, perché siamo sempre stati un Paese che predilige la forma alla sostanza: puoi avere le pezze al culo e lavorare per trenta euro per articoli orribili che fra cinque anni probabilmente scriverà un algoritmo (meglio, forse) ed essere un giornalista. Se invece sei un professionista che prova a lavorare su standard vagamente più occidentali ma usi uno pseudonimo, allora sei un blogger. Non ho niente contro i blogger, essendolo stato, ma se sei pagato per fare un lavoro, se vieni inviato nei posti, non è il momento di ridefinire la posizione? Non c’è molto altro da dire se non che non ce la  possono fare. Cioè: qual è il grado di difficoltà per riuscire a capire che non tutta l’informazione, il cinema, la televisione di questo Paese devono essere tarati sulle conoscenze intellettuali di un sessantenne non particolarmente educato che non sa premere il pulsante “play” sul videoregistratore? Perché poi l’eterna pialla al ribasso che da decenni affligge l’industria culturale italiana passa anche dalla sciatteria su questi particolari minimi, ma che proprio perché minimi andrebbero curati. Stiamo parlando di un panorama in cui i grandi quotidiani possono mettere in pagina articoli totalmente contraddetti dal contenuto del testo, quindi blogger o non blogger, cosa vuoi che sia.
Detto questo: per quanto mi riguarda, anche chi se ne frega. Uno dei grandi errori della nostra generazione è di stare sempre a preoccuparsi di cosa pensano i più vecchi (più, perché a trent’anni non è che noi siamo proprio giovanissimi). Questa specie di conflitto genitoriale irrisolto, io dico, parafrasando credo il Buddha: ma che s’inculino. Se vuoi capire bene, se no bene lo stesso. Come diceva sempre Primo Carnera: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Per il resto, lo pseudonimo di per sé non lo vedo necessariamente come un handicap, molti autori satirici o corsivisti — ma anche alcuni scrittori di narrativa — hanno lavorato sotto pseudonimo per il semplice fatto che un certo tipo di arte si muove sui confini di quello che è socialmente accettato.  Nel mio caso lo stigma, al limite, è dettato più che dallo pseudonimo dall’inglese, da Internet e volendo dai kebab.

Qualche volta, parlando di giornalismo e di scrittura, mi hai detto che gestisci il tuo lavoro come un “prodotto” e te stesso come un’“industria”. Stiamo perdendo un marchio?

No, aspetta. Non ho mai detto di essere un’industria ma che lavoro in un’industria, quella culturale dove lavori anche tu. Sì, faccio un prodotto, ma bisogna intendersi su cosa significa. Anche per via della mia formazione filosofica, uso questo termine spesso in modo provocatorio, perché mi rendo perfettamente conto che non produco Macine Mulino Bianco, ma questo — purtroppo, se vuoi — non significa stare fuori dal mercato. Nel mondo in cui viviamo, ogni creazione, anche intima, travagliata, profonda e complessa, alla fine diventa un prodotto. Se lo tieni presente puoi provare a salvaguardare la sua identità il più possibile, altrimenti sono frontali contro i muri di calcestruzzo dell’abitudine delle aziende editoriali. A questo alludo quando parlo di prodotto, giusto per entrare nella forma mentis che le vie semplici e tracciate sono finite da un pezzo. Il futuro dell’industria culturale non è certo degli editori, ma sarà una sfida fra autori e grandi monopoli. Meglio essere preparati, visto che non partiamo avvantaggiati. C’è un altro aspetto da chiarire: il modo migliore per non andare da nessuna parte è chiedersi cosa serve al mercato in un dato momento e cercare di soddisfare quel bisogno. Questa logica è ottima per le merendine ma pessima per i prodotti culturali, che devono nascere dalle urgenze profonde dell’autore. Solo così possono valere qualcosa e raggiungere, per un effetto secondario ma non trascurabile, i lettori e gli spettatori nel profondo. Uno dei motivi per cui e la tv italiana è così tremenda al giorno d’oggi è che non esistono praticamente idee originali: ci sono le richieste dei network e si imbastiscono i programmi su di esse — garanzia abbastanza solida di fare un prodotto scadente, senz’anima. Al contrario, il fatto di mettere gli sceneggiatori al centro e ridurre i registi a tecnici, è stato uno dei punti di svolta della televisione americana, perché ha individuato nella scrittura un nuovo, più profondo, nucleo artistico.
Quando hai in mano una cosa buona partorita dal tuo duro lavoro e dalla tua mente, la devi piazzare da qualche parte. A questo punto è importante incominciare a pensarla come un prodotto, cosa che di fatto è già, e vedere dove può trovare posto, possibilmente mantenendo intatta la qualità, rimanendo in grado di dare qualcosa a chi ne viene in contatto. In campo culturale mi piace la radice additiva della parola prodotto, mentre in altri contesti la temo parecchio. In altri termini: quando parlo di prodotto, nove lettori su dieci pensano a un prodotto in serie. Io inconsciamente penso a una droga molto buona. Cosa c’è di meglio di quando esce un nuovo lavoro di uno scrittore, di un regista, di uno sceneggiatore, di un comico, di un musicista che ami? Non è il tipo di droga che fa felice una persona? Questo non significa standardizzazione e ripetizione — cosa che in maniera accidentale sto cercando di dimostrare con questo romanzo — ma quello che garantisce l’appetibilità di un prodotto è la fiducia nella sua matrice. Il commento più stupido che si possa fare riguardo a un artista è: “Era meglio una volta”. Inconsciamente lo si sta paragonando a una prodotto da supermercato, gli sta chiedendo di essere pop, cioè ripetere se stesso all’infinito, infilarsi in un Giorno della marmotta per fare contento un consumatore troppo abituato a bere un succo a quel sapore lì per sapere che si può fare anche di meglio e che più che del succo in questione bisognerebbe fidarsi del mastro succhiaio.

Mastro succhiaio?

Ok,  peggior metafora del 2015. Comunque, è per questo motivo che dopo il periodo di Vice ho rifiutato diverse possibilità di fare reportage di festival o altre situazioni del genere. In quel momento mi sembrava di aver dato quello che potevo dare su quel tema, volevo provare altre cose. Per lo stesso principio, in questo periodo faccio sempre più fatica a scrivere online. Mi sembra un mondo parallelo dove la cacofonia ha raggiunto livelli che mettono in discussione la possibilità stessa di un discorso di senso. E perché il ciclo continuo di polemiche lunghe tre giorni dell’attualità italiana mi sembra uno dei più concentrici ed efficaci attacchi che la storia ricordi alla possibilità stessa di una lingua, di una comunicazione che non si risolva nell’irrilevanza del rumore. Prova a farti venire in mente dieci polemiche social degli ultimi mesi.

Non me ne vengono.

Nemmeno a me. E sono contento perché è tutto spazio cerebrale in più per cose che contano qualcosa. Infatti, negli ultimi mesi ho rifinito il romanzo, lavorato ad altri progetti narrativi per altri media e ad alcune cose giornalistiche long, ma veramente long form che vedranno la luce in questi giorni. Adesso mi sento ancora una volta pronto ad esplorare qualcosa di nuovo. Devo dire ho una certa capacità di saltare fuori dai filoni vincenti, perché concepisco tutto il mio lavoro come una ricerca personale molto ampia che solo in alcuni casi diventa un prodotto. E paradossalmente mi piace pensare che sia proprio questo a renderlo appetibile. Non so se mi sono spiegato.

Ti sei spiegato. Quindi, cosa vuoi esplorare di nuovo? Qual è il prossimo Quit-pensiero? Rielli-Pensiero?

Ho delle idee ma non voglio anticipare niente. Ti dico solo alcune parole chiave: Vladivostok, uranio, Renato Pozzetto.

Non vedo l’ora. La voce di Quit era la voce di Quit. Leggendo Lascia stare la gallina non mi è parsa molto diversa da quella di Daniele (eccezion fatta per il passaggio narrativo), ma immagino che sia perché lo hai scritto ancora da Quit. Come sarà scrivere da Daniele?

Non sono d’accordo. È un libro corale con cinque personaggi, molti registri, linguaggi e generi che s’intrecciano attorno al grande albero maestro del plot. Ci sono cose nel romanzo che vanno fuori da quello a cui Quit ha abituato il lettore e altre che invece sono senza dubbio molto quittose. Questo succede perché un romanzo ha un ventaglio di possibilità infinitamente più ampio che la scrittura sui giornali oppure online. Ti puoi prendere il tempo che serve a costruire il climax, sviluppare delle storyline e farlo con in mente un fine ultimo che tiene insieme ogni cosa. Veramente, se pensi a quello che puoi fare online rispetto a un libro è come confrontare un carrettino dei gelati confezionati con il Colosseo. Questa è meglio di mastro succhiaio?

No.

Ottimo. Comunque, se traduci questo in termini di nomi: Quit è un uguale a Daniele, l’unica differenza è che Daniele ha una varietà di registri più ampia, spero molto più ampia. [Una pausa, ndi]. Aspetta, cazzo, che siamo alla prima intervista e parlo già in terza persona. Te e le tue domande. Rifacciamo. [Un’altra pausa, ndi]. Dunque, credo rappresenti Quit una parte delle mie capacità, un tono della mia voce, ma non tutte. Quindi scrivere da Quit è scrivere da Daniele ma scrivere da Daniele può essere qualcosa di diverso. Madonna, ragazzi miei. Adesso mi chiedi qual è la mia canzone preferita e la fai suonare a una tizia al pianoforte?

Che allusione è? Sai che non guardo la televisione nazionale. E comunque: ammiro la tua capacità di cambiare registro, di studiare talmente a fondo ogni personaggio da dargli una voce credibile in un contesto decisamente complesso, però questo è proprio il modo di lavorare di Quit. E in questo senso trovo che in ognuna delle voci ci sia un po’ di Quit e quindi la domanda diventa: quanto sarà diverso scrivere da Daniele? So che stai studiando per questo, perché lo fai sempre.

La radice comune è una visione del mondo assolutamente disincantata, ma che al tempo stesso non si abbandona alla disperazione. Però poi nel libro non tutti i personaggi sono cinici e pronti a tutto, al contrario. Diciamo che il minimo comune denominatore riguarda la struttura complessiva, il fatto che non scrivo storie consolatorie, ma nemmeno tragiche per il solo gusto di essere tragiche. Mi piace la lotta fra le molteplici forze della vita, ma per riuscire a gestirle ho bisogno di un certo grado di lucidità e  questo implica che faccio davvero fatica a dare un ruolo diverso alle illusioni da quello che sono: illusioni. È puerile pensare che riconoscere le illusioni come entità effimere significhi consegnarsi alla disperazione, io credo assomigli piuttosto a una forma di maturità. In questa prospettiva credo veramente che la risata sia la più efficace forma di autodifesa dal male. L’unico atto di ribellione a disposizione in un universo privo di dio. E non parlo di una risata di rifiuto adolescenziale, quel tipo di umorismo che gli americani chiamano “snarky” ed è così diffuso su internet. La risata sarcastica di chi ridicolizza la sfida, che poi è la risata di chi ha paura di perderla. Io invece parlo di qualcosa che arriva alla fine del tutto, riassume e al tempo stesso comprende la pietà e l’empatia, in fondo quello che facciamo è al tempo stesso così ridicolo e così importante perchè è l’unica cosa che abbiamo. Questa è la radice della comicità di Quit per il semplice fatto che è la radice del mio modo di vedere il mondo. Questo è un approccio senza il quale proprio non saprei come scrivere da Daniele, da Franco, da Gian Maria Carlo Alberto. Al limite, quello che viene fuori già da Lascia stare la gallina è che non ogni rivolo di questo fiume deve far ridere immediatamente, ma che ci sono diversi colori e strategie per dipingere lo stesso grande quadro.

Vuoi tradurlo in un’evoluzione?

Un’evoluzione può riguardare i temi: mentre scrivevo Lascia stare la gallina la mia vita è cambiata, sono stato in posti che non credevo avrei mai visitato in vita mia, ho tastato delle situazioni, conosciuto molte persone nuove. Insomma, alcune cose sono sicuramente cambiate così come in parte sono cambiato io, perché uscire dalla tua zona di sicurezza, che alle volte può essere anche un comodo porto di insoddisfazioni e speranze frustrate, c’è poco da fare, ti modifica. È il motivo per cui faccio i reportage e perché cerco di viaggiare, quando posso. Aggiungere altro mi sembra veramente prematuro, voglio dire, hanno appena dato alle stampe seicentoquaranta pagine, fammi riposare due secondi. Intanto, se vuoi puoi regalare il romanzo a zie, nonne e cugini, o usarlo come corpo contundente, per offesa o difesa — che tra l’altro credo sia il claim scelto da Bompiani per la promozione.

Mi sembra che tu veda il Lascia stare la gallina molto di più di quanto ci ho trovato io — e questo è un bene, dato che lo hai scritto. Vuoi raccontarmelo dal tuo punto di vista, prima che sia tutto macchiato di sangue?

È prima di tutto la storia dell’ascensione sociale di Salvatore Petrachi, un faccendiere spietato che ambisce ad entrare nel gruppo di potere che controlla la provincia dove vive, dopo essere partito praticamente dal nulla. Per farlo manipola le persone e distrugge tutto quello che incontra sulla sua strada o, se si tratta di avversari più forti di lui, s’inchina temporaneamente meditando vendetta. Petrachi è un cinico terminale ed è dominato da un’ambizione spropositata che non sembra lasciar spazio ai rapporti umani se non in una prospettiva utilitaristica. Ciononostante è anche un personaggio divertente e nasconde un passato e uno spessore psicologico più complesso di quello che le sue azioni fanno presupporre inizialmente. La cosa che mi ha fatto molto piacere è che tutte le persone che hanno letto il manoscritto alla fine si sono affezionate a lui, benché sia uno degli esseri umani peggiori mai finiti su carta, e devo dire che non potevo chiedere molto di meglio. Attorno a lui ruotano altri personaggi che cercano di portare avanti i loro progetti e le loro vite sfuggendo alla furia petrachis, compito non dei più semplici, e questo mi ha permesso di parlare di tutta un’altra serie di cose che per me erano molto importanti, oltre che di tracciare un affresco molto più complesso rispetto alla parabola di una scheggia impazzita. Per restituire la complessità del quadro ho lavorato molto per sviluppare una lingua peculiare per ognuno dei personaggi principali. La storia è ambientata in Salento, la terra da cui viene parte della mia famiglia e in cui sin da bambino ho passato, e passo ancora, moltissimo tempo. Lì ho una parte fondamentale delle mie radici.

Ecco, il potere. Io ho letto il tuo romanzo come la storia di un’ascesa al potere, irrefrenabile e spesso scriteriata. Parliamo del potere, che mi piace.

Sono partito dall’idea di raccontare un piccolo ecosistema sconvolto da una scalata sociale, ma mentre lo scrivevo mi sono reso conto che il tema era più archetipale e che trattando il male da vicino viene fuori quanto sia umano e molto prossimo ad ognuno di noi. L’uomo ha quasi sempre pensato il male come qualcosa di esterno, come un tabù da non nominare, oppure come qualcosa da esorcizzare o da mettere all’indice. Spesso quelli che bruciano i cattivi sono i più malvagi di tutti, affamati di controllo. (Questo, tra l’altro, è quello che si dice pensare ottimista). Oggi questo tipo di furia è incarnato nella caccia al colpevole che occupa costantemente i flussi d’informazione: ogni giorno c’è un nuovo video virale e stormi di persone sole, alienate, davanti ai loro computerini che scrivono: “Ah, merda!”, “Guarda questo che coglione!”. Ne consegue che l’atto ripreso ha un valore in quanto atto fino alla millesima visualizzazione, credo, e poi, quando le visualizzazioni diventano milioni, comincia ad assomigliare tutto ai “cinque minuti di odio” di 1984. L’unica cosa che conta diventa sfogare l’emozione. Chi studia questi andamenti attraverso i big data, per la prima volta nella storia può visualizzare con precisione millimetrica le onde di odio e frustrazione delle masse. Onde fatte di numeri che a prenderli singolarmente sarebbero persone, ma messi assieme sono piccole variabili statisticamente irrilevanti di una singola equazione. Ogni giorno c’è un onda, ogni giorno c’è un colpevole e nessuno prova mai nemmeno per un momento a mettersi al posto di chi sta alla gogna. Petrachi è il male visto da vicino, e si rivela un essere umano, il che non significa assolutamente assolvere, significa conoscere, osservare, capire e soprattutto raccontare.
Solo alla fine però, dopo aver scritto l’ultima pagina, ho realizzato che più di tutto avevo scritto un romanzo sull’ambizione e sui suoi costi umani. E questo apre un altro tipo di discorso. La nostra non è una società dell’ambizione, come quella americana, dove tutto è pensato in maniera totalitaria in funzione della performance: le scuole, le università, i quartieri dove le persone abitano, i posti di lavoro, l’assistenza sanitaria. Una certa dinamicità sociale — anche lì, poi, molto più raccontata che reale — è la conseguenza di un sistema che pone la prestazione sopra il valore della persona in quanto persona. È l’estremizzazione del razionalismo strumentale illuminista. La nostra è una società immobile, non solo, come spesso si dice, per il malcostume, ma perché riconosce un’arcaica superiorità della sacralità dell’uomo — o nel nostro caso specifico della famiglia e del clan —  sull’apparato. Dell’eccezione ristretta rispetto alla regola universale. A qualcuno potrebbe anche suonare come una cosa bella ma, in un momento storico in cui la competizione si è fatta spietata e globale, gli spazi di ricchezza si riducono perché il sistema si fa inefficiente. E si fa inefficiente, proprio perché è amoralmente, pigramente, iniquamente legato a valori e usanze che non trovano spazio nella società tecnocratica e globale del presente. Il paradosso è quindi che Petrachi cerca a tutti i costi di entrare in un élite palesemente avviata all’estinzione proprio perché chiusa e sorda a tutto ed incapace di selezionare i nuovi membri migliori necessari alla competizione mondiale prediligendo la famiglia alla salute del sistema. Si tratta non a caso di un élite impegnata a vendere tutto quello che può agli stranieri. Petrachi, nella società immobile è l’avventuriero che sa che l’unico modo di scalare una casta morente è non avere alcuno scrupolo, dato che non si aprono posizioni per chi non è già organico. Lui di questa condizione di tramonto ha una percezione solo parziale, l’unica cosa che sa con certezza è che deve arrivare, e io questo lo trovo abbastanza ironico. Trovo anche abbastanza spaventevoli entrambe le opzioni che gli si aprono di fronte: da un lato l’ingresso in un’Italia familista, grossolana, reiduo paradossale dell’incontro novecentesco fra cultura europea e cultura del consumo, che si divide in misura uguale fra destre populiste e sinistre buoniste entrambe ben lontane dai veri problemi del nostro tempo. Dall’altro l’ombra incombente della società globale, macchina incessante, organismo impersonale ed efficentista incarnato dalle nuove potenze mondiali, fatte da vaste torme di uomini-massa e tecnologie sempre più potenti che permettono più controllo e una concentrazione del potere senza precedenti. Mi sembra una condizione abbastanza infelice, ma credo che in entrambi i casi un personaggio come Petrachi non avrebbe dubbi: l’importante è stare più vicino possibile alla cima.

Giulio D’Antona (Milano, 1984). Fa il freelance duro e puro scrivendo di letteratura e televisione, collabora regolarmente con varie testate tra cui Blow Up, Il Mucchio e inutile. Cura una colonna su Serialmente. Ha pubblicato racconti su Colla, Follelfo, Vanity Fair e un paio di antologie, oltre a una raccolta (Senza un briciolo di emozione, Eclissi, 2012). Parla in un podcast che si chiama Tourette su trasmissione.eu. Traduce e fa il consulente, a volte. Nel 2011 ha fondato Cadillac.
Commenti
8 Commenti a “Un tempo conosciuto come Quit the Doner”
  1. Lalo Cura scrive:

    più o meno esattamente un anno fa

    “quel giorno più non vi leggemmo avante” (Alì Ghieri)

  2. Vera scrive:

    Ah ah, Lalo: finalmente hai fatto un commento divertente! Dico davvero, ho riso di gusto quando l’ho capito. thanx

  3. Emanuele scrive:

    I minuti di odio di cui parlava Orwell erano due! Splendida similitudune comunque.

  4. Jacopo scrive:

    Premesso che, 1) ” riconoscere le illusioni come entità effimere” vuol dire semplicemente e linearmente non potervi credere, e che 2) “élite” è di genere maschile, ho trovato l’intervista interessantissima.

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