Raffaele-Riba

Un trattato sulla dissolvenza, ovvero La custodia dei cieli profondi di Raffaele Riba

di Alice Pisu

È un trattato sulla dissolvenza, sulla fragilità della struttura famigliare, sull’ineffabile che regola le relazioni umane, il nuovo romanzo di Raffaele Riba La custodia dei cieli profondi. Il suo protagonista, Gabriele, classe 1980, muove i passi con la certezza di derivare da quel luogo, Cascina Odessa, costruito nel 1936 per volere di suo nonno. Sotto quel casolare perso tra le colline che richiamano nelle descrizioni i luoghi del cuneese cari all’autore, scorre il Roburent, a pochi passi dal vicino Lurano. Prima figlio, poi custode, per gli altri l’eremita o il matto, il protagonista prende presto coscienza del disfacimento graduale e inarrestabile della sua famiglia e lo associa al deperimento dello spazio che ne ha accolto per anni le storie e i ricordi. Decide di farsene custode, finendo per essere l’unico a prendersene cura. Le vite che gravitano attorno a Cascina Odessa sembrano mosse da imperscrutabili ingranaggi di meccanica celeste: dal nonno, capace di reinventare il paesaggio con i suoi progetti; al padre, un matematico chiamato “l’attaccapanni” per la sua sottigliezza non solo fisica; alla madre, paziente, silenziosa, “apparentemente ben inserita nell’esistenza”, resa nel modo gentile di accompagnare la porta nell’uscire dalla stanza; ai due fratelli Gabriele e Emanuele. Due luci, una gialla e una blu, sovrastano Cascina Odessa. Due soli che, come sovrani, si contendono il cielo restando allineati alla stessa altezza solo per brevi istanti. I fiori cominciano ad annerirsi, gli alberi sono stremati, la luce è abbacinante, solo poche ore verranno concesse al buio mentre il tempo si dilata, diventando una questione di riferimenti. “Capire cosa succede in cielo sarà più facile che ricostruire cosa è successo qui, su questa porzione di terra che, una volta, aveva una densità di persone e di legami che ne facevano una casa”, scopre il protagonista. Ogni gesto e riflessione seguono l’osservazione del cielo: dai cicli che scandiscono l’alternanza delle stagioni e determinano il buon esisto del raccolto, alla contemplazione dei suoi movimenti alla ricerca di un senso da dare alle cose e di una misura giusta del vedere. Gli accadimenti del cosmo diventano il racconto allegorico della “dispersione violenta degli avvenimenti” dell’essere umano, filo conduttore dell’intera opera. L’indagine sulla luce come inganno del visibile muove i fili della narrazione, tra le descrizioni affascinate di un padre che non esita a svegliare i propri figli per osservare l’esatto istante in cui l’alba sembra identica al tramonto, e le esplorazioni del suo riverbero nell’alternanza di vuoti e pieni che costituisce Cascina Odessa. Quel luogo atterrito dalla fragilità custodisce i ricordi di una famiglia solo all’apparenza felice, dove nel tetto di una soffitta stipata di scatoloni tra temi delle elementari, vestiti smessi, souvenir di viaggi divenuti chincaglierie incartate, si celano ormai da tempo le crepe di una frattura destinata a diventare voragine. Prende forma sotto traccia un’analisi sul rapporto tra l’esistenza del singolo e la storia dell’umanità attraverso una narrazione dove la dialettica tra passato e presente è resa per analogie con oggetti rinchiusi e dimenticati che sono passato, e i legami del presente che si dissolvono nell’isolamento e nella solitudine. E se a dare inizio allo sfaldamento della famiglia è il padre, visto agli occhi del figlio come “sabbia di una clessidra che cade”, a turno ogni componente prenderà consapevolezza della necessità del distacco, ad eccezione del protagonista, che tenterà la via della cura come forma di resistenza alla dispersione. Tra tutti gli abbandoni sarà, però, quello del fratello Emanuele a generare la lacerazione più dolorosa. La scrittura segue il moto lento e cadenzato dell’elaborazione del passato agli occhi di chi incede osservando le trasformazioni dettate dallo scorrere del tempo, interrogandosi sul significato della nostalgia, provata solo per le cose che ricorda e non per i luoghi, confinati in uno spazio ormai remoto. Con una tensione costante che innerva il romanzo in quello scenario apocalittico, la lingua delinea con un affondo realista un vivido affresco dei moti dell’animo. La custodia dei cieli profondi è un’indagine sulla malinconia, il percorso di chi guarda all’infanzia come a un tempo e a uno spazio in cui cercare risposte sulla propria trasformazione a partire da chi si è stati. L’unico modo per capirlo sembra essere quello di rintracciare il proprio centro di gravità nel legame anteriore, in quella storia di fratellanza che dalla simbiosi iniziale perderà stabilità nell’inquietudine dell’attesa sino a impeti di risentimento e odio. Riba si addentra negli esiti della lontananza, che diventa tangibile nella consapevolezza dell’impossibilità di un reale ritorno, neppure nello spazio di libertà concesso dall’immaginazione. Quella promessa disattesa, vissuta come tradimento del patto originario tra fratelli, innesca eventi incontrollabili, visibili anche nel cielo dove, nello stesso giorno, si accende una supernova. La ricerca di segnali e simboli nell’osservazione cosmica, richiamata anche dalle immagini di copertina tratte da Lectures on astronomical theories di John Harris (1876), e dall’archivio della British Library, coincide con il fulcro del romanzo, nel racconto di ciò che inesorabilmente si trasforma assieme al protagonista. Cambia la luce, cambiano i ritmi degli animali, crollano tutti i riferimenti temporali e spaziali e, per Gabriele, anche quelli affettivi: a raccontarlo è l’esplosione di una stella, il suo disintegrarsi e diventare polvere. Ogni tentativo di fissare un sentimento, o di rifiutarlo nel rendersi conto di essere altro rispetto a quanto definito da ruoli e appartenenza, approda a un paragone con la fisica per investigare l’origine della crepa, il momento in cui quella forza nel dividersi perde “l’accordo sinusoidale” capace di tenere legate due persone. Riba si interroga su ciò che lascia una frattura in chi subisce l’abbandono, sull’impatto della mancanza, chiedendosi se sia possibile compiere un superamento dell’idea di separazione alienandosi dalla percezione ordinaria delle cose. Descrive il mancato riconoscimento di una dimora per raccontare quello vissuto nell’osservare sé stessi e gli altri nell’esaurimento di un legame, come accade con un fratello divenuto scostante e arido; una donna chiusa in una solitudine marcata dalla stanchezza di essere madre, o un padre diventato tutt’uno con il suo disagio fisico: un’afasia che gli impedisce non solo di trovare le parole fondamentali, ma di concepire qualsiasi idea di futuro. La custodia dei cieli profondi è una riflessione sul significato della separazione, resa nella presa di coscienza, dopo strenui tentativi di resistenza, che non esiste appartenenza in grado di vincolare l’esistenza dell’individuo al destino degli altri, neppure nel nucleo apparentemente inespugnabile di una famiglia. Quando ci si rende conto di “non essere quello che la vita ha portato a essere” e non restano che immagini ormai sbiadite di un passato confinato nell’infanzia, la distruzione diventa l’unica via di salvezza davanti a una deriva inesorabile. Riba consegna al lettore una parabola sul modo di accogliere una solitudine conquistata o subita, per imparare a convivere con il vuoto lasciato dallo sfaldamento del proprio nucleo affettivo, dalla prospettiva di chi, ormai stremato, rinuncia a cercare risposte, consapevole che “l’immanenza delle cose sia l’unica che adesso può spiegare tutto”.

 

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