Alberto Airola (urla verso il senatore PD Chiti) in Senato durante le votazioni emendamenti alla Riforma Costituzionale, Roma 1 Ottobre 2015. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Un vaffanculo vi seppellirà

Alberto Airola (urla verso il senatore PD Chiti) in Senato durante le votazioni emendamenti alla Riforma Costituzionale, Roma 1 Ottobre 2015. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Quando l’onorevole Airola, nell’aula del Senato, ha concluso il suo intervento con «andate affanculo», forse per l’omonimia tra quell’aula e quelle della scuola, mi è venuto all’improvviso in mente un esperimento mentale. Immaginiamo uno studente di un liceo, magari il liceo frequentato dai figli dell’onorevole, che al termine di un’assemblea di classe concluda: «e andate affanculo!». La professoressa (e qui per un attimo il mio esperimento mentale si basa su testimonianze dirette) esita. Ma siccome è scaltra e ha superato una concezione rigida e ipocrita dei ruoli, risponde indignata: «Ma vaffanculo tu!»

Segue un agitato frastuono, turpiloquio sfrenato, tutti in piedi. Accorre la Preside, che tenta di calmare gli animi e ovviamente è mandata affanculo un po’ da tutti. È convocata la famiglia del ragazzo: l’onorevole papà, informato dei fatti dal figlio, esordisce a muso duro minacciando denunce e prima di andarsene, con esperienza, manda l’intero personale della scuola affanculo. Avete capito come funziona. Tra poco vi dirò come, secondo me, va a finire.

Questo esperimento mentale, basato sull’analogia aula parlamentare-aula scolastica, mi viene sempre in mente da quando, negli ultimi anni, le Camere sono diventate luogo di ogni genere di insulto, in genere privo di conseguenze disciplinari. Risalendo la storia che dal vaffanculo torna indietro passando per il “Bastardi islamici” e simili titoli diffamatori sui giornali, per “il manico ce l‘ho duro” della Lega, e così via, bisogna constatare una generale regressione all’adolescenza del linguaggio politico e giornalistico. Chiunque abbia cominciato, sono convinto che l’esempio dato dalle aule parlamentari costituisca un punto d’arrivo inquietante.

Per spiegare perché devo partire da Kant e dalla sua risposta alla domanda di un giornale (uno dei primi giornali della storia), “Che cos’è l’Illuminismo?” Kant rispose: «L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di avvalersi del proprio intelletto senza la guida di un altro». Secondo Kant, insomma, siamo tutti minorenni intellettuali, ma non basta l’età anagrafica per superare questo stato.

La crescita intellettuale dell’individuo richiede «decisione» e «coraggio»: «Sapereaude! Abbi il coraggio di usare il tuo proprio intelletto!». Kant ci appare ottimista quando prosegue sostenendo che la stessa possibilità del libero dibattito, quasi inesistente nell’Europa dell’assolutismo in cui scriveva, avrebbe favorito l’affermarsi di un processo di crescita collettiva: «A questo illuminismo non serve altro che la libertà; e precisamente la più inoffensiva fra tutte quelle che pur si possono chiamare libertà, cioè la libertà di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma ecco che sento gridare da ogni parte: non ragionate! L’ufficiale dice: Non ragionate, fate le esercitazioni militari! – L’intendente di finanza: non ragionate, pagate! L’ecclesiastico: non ragionate, credete! […] C’è qui ovunque limitazione della libertà».

Era il 1784 e Kant non poteva prevedere l’imminente presa della Bastiglia. Dopo la rivoluzione francese condannò senza attenuanti, quali pericolosi precedenti, i tribunali del popolo e la ghigliottina, ma continuò a dire che la rivoluzione avesse costituito un evento simbolico fondamentale per promuovere le idee liberali.

Questa messa tra parentesi della ghigliottina la dice tutta su quanto Kant, pur essendo un liberale moderato, fosse disposto a concedere alla causa della libertà. Ma non credo che egli avrebbe mai immaginato come, più di due secoli dopo, gli italiani (all’epoca già cittadini di un paese politicamente molto arretrato), avessero dapprima ottenuto con il sacrificio e la lotta la Repubblica parlamentare, il suffragio universale, per poi assistere, in una fase di declino economico e culturale, alla politica del vaffanculo. Una fase in cui il livello argomentativo del rappresentante (lo ha sottolineato Ezio Mauro in un suo editoriale di due giorni fa) torna al livello di quello di un minorenne che perde il controllo. Un mondo di adolescenti incazzati.

Ma si dirà che il vaffanculo è la reazione all’ipocrisia della politica, in nome della democrazia diretta; che un po’ di volgarità è segno che il popolo democratico è finalmente arrivato nella stanza dei bottoni. Si dirà calmati e fatti una risata: dopotutto, come diceva diceva il motto anarchico e sessantottino contro il potere, «una risata vi seppellirà».

Ho forti dubbi su questa ricostruzione e sul fatto che il vaffanculo in Senato sia segno che siamo finalmente prossimi a abolire le disuguaglianze. Un difensore del senatore grillino potrebbe richiamarsi all’autorità di Dario Fo, il quale nella sua lezione per il Nobel celebrò il valore critico dei «giullari che diffamano e insultano». Ma non si trattava di sdoganare l’oscenità come strumento politico e culturale. Più avanti Fo raccontava di come, nelle sue conferenze universitarie, avesse scoperto la necessità di usare i suoi racconti da giullare per stimolare la consapevolezza dei giovani sugli eventi storici contemporanei, e avvertiva: «I giovani, in gran parte, soccombono al bombardamento di banalità e oscenità gratuite che ogni giorno i mass-media propinano loro». Insomma, il giullare non insegnava a sfogarsi con le parolacce, ma a promuovere l’informazione e la memoria negate dai mass-media.

Forse Fo era troppo apocalittico sui mass-media, forse no. Di certo c’è che la tradizione popolare a cui si richiamava è una delle basi del pensiero democratico, la stessa a cui si richiamano i cittadini più indignati contro l’ipocrisia e le prevaricazioni della casta. E questa tradizione non ha mai celebrato l’insulto come arma di lotta politica. Fin dal Medioevo la figura di un contadino dalle sembianze quasi animalesche, Marcolfo, è stata usata in una serie di testi per contestare la dignità del sovrano.

In uno di questi testi il re Alboino dice a Marcolfo: «Mira quanti signori e baroni mi stanno attorno per ubbidirmi e onorarmi». Marcolfo ribatte: «Anco i formiconi stanno attorno al sorbo e gli rodono la scorza». Il paragone tra nobili e formiche rosicchianti serviva a svelare l’assurdità delle gerarchie sociali. Lo stesso procedimento fu ripreso, dopo la scoperta dell’America, da Montaigne nel suo saggio Sui cannibali. Mettendo in scena tre indigeni brasiliani, portati alla corte di Francia, Montaigne raccontava lo stupore di questi ultimi per il fatto che le guardie adulte obbedissero a un bambino (il re di Francia) e che i mendicanti, vedendo come pochissimi uomini erano «pieni fino alla gola di ogni sorta di agi […] non prendessero gli altri per la gola o non appiccassero il fuoco alle loro case».

Immaginare lo sguardo ingenuo del villano e del “selvaggio” (naïf, nativus) ha costituito per secoli un procedimento tipico del pensiero radicale e democratico, ispirando anche le reazioni più violente e rivoluzionarie. Svelare l’assurdità di un ordine sociale e politico è servito a ispirare un rovesciamento, non soltanto dello sguardo, ma anche della realtà. Il filosofo illuminista Denis Diderot, nel Supplemento al viaggio di Bougainville (1772), mette in bocca agli abitanti del Pacifico che dialogano con il conquistatore francese una critica senza precedenti al colonialismo, alla schiavitù, al razzismo, alla disuguaglianza. In questo e in altri suoi scritti si trova anche il primo grande attacco contro la censura morale della sessualità, dall’adulterio alla masturbazione ai rapporti omosessuali. Nel pensiero dell’illuminismo radicale, di cui Diderot è uno degli esponenti, troviamo insomma tutto il repertorio della cultura dei diritti umani che ha portato alle rivoluzioni politiche del Settecento, alle Costituzioni degli Stati repubblicani, e che oggi costituisce oggetto di una battaglia civile e politica ancora aperta.

A questa storia, anche se non lo ricordano, devono la propria presa di parola i senatori che protestano contro la casta agitando manette e mimando organi sessuali. Ma in nessuno dei testi fondanti di questa tradizione la denuncia delle ingiustizie e delle violenze è affidata alvaffanculo e al gesto osceno. L’indignazione, che è la passione fondamentale della cultura critica, presuppone il mantenimento di una dignità. Al contrario, i discorsi pronunciati e scritti dai grandi democratici radicali si richiamano a una retorica di origine classica, di origine greca e romana. La stessa che si studia nei licei frequentati dal figlio dell’onorevole, quello del mio esperimento mentale a cui adesso vorrei tornare.

Siamo rimasti alla Preside della scuola che cerca di calmare la situazione. Ma la Preside, da cittadina moderna, indignata e insofferente alle procedure che non risolveranno mai nulla, manda tutti clamorosamente affanculo. Si prende qualche denuncia. Gli avvocati si mandano affanculo. I giudici emettono delle sentenze, ma vengono mandati affanculo da professori, genitori e alunni, e rispondono allo stesso modo. Non se ne esce. Non c’è pace. A un certo punto, com’è inevitabile, qualcuno perde la pazienza e si viene alle mani. Qualcun altro chiama la polizia. E quando arriva la polizia la luce in aula viene spenta.

Paolo Pecere è nato a Roma (1975), dove vive. Nel 2000 si è laureato in Estetica, nel 2004 ha conseguito il dottorato di ricerca in Logica ed epistemologia (La Sapienza, Roma) e dal 2005 è ricercatore di Storia della filosofia presso l’Università di Cassino. Ha pubblicato volumi e articoli sui rapporti tra filosofia, scienze della natura e psicologia in età moderna e contemporanea. Tra i suoi libri La filosofia della natura in Kant (Edizioni di Pagina 2009) e Meccanica quantistica rappresentazione realtà. Un dialogo tra fisica e filosofia (con N. Argentieri e A. Bassi, Bibliopolis 2012). Ha in preparazione il volume Coscienza e natura. Un itinerario da Descartes alle neuroscienze (Carocci 2014). Scrive di letteratura, cinema e altre passioni, collaborando stabilmente con il supplemento culturale Orwell del quotidiano Pubblico. Con minimum fax ha pubblicato, insieme a Lucio Del Corso, L’anello che non tiene. Tolkien tra letteratura e mistificazione (2003). Dal 2011 ha iniziato un progetto intitolato Dalla parte di Alice. La coscienza e l’immaginario, di cui minima&moralia pubblica alcune parti inedite.
Commenti
4 Commenti a “Un vaffanculo vi seppellirà”
  1. Daniela Risi scrive:

    Tra i purtroppo tanti possibili esempi, viene citato il nome e mostrata la foto soltanto di Airola. Pur condividendo la tesi di fondo ho l’impressione l’autore e forse il Blog ne abbiano fatto pretesto per un uso politico, cosa che mi induce a prenderne le distanze.

  2. minima&moralia scrive:

    Gentile Daniela,
    premesso che ogni sua valutazione è legittima, l’articolo inizia e si sviluppa a partire dal caso del senatore Airola. Per questo riteniamo che aver inserito una foto del senatore non costituisca una forzatura o a maggior ragione una valutazione politica.
    grazie

  3. Marinella scrive:

    Più che prendere le distanze dal Blog suggerirei di prenderle da chi usa il turpiloquio per eludere la mancanza di argomenti.

  4. Daniela Risi scrive:

    @ Marinella Ecco che lei conferma la mia impressione: se anche nel Blog non vi fosse stata intenzione politica è fin troppo facile capire il mio precedente appunto dalla sua risposta, che intenzione ha e intenzionale è.

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