ceronetti

L’Italia invisibile di Guido Ceronetti

ceronetti

Questo articolo è uscito in forma ridotta e rimaneggiata su Alias/il manifesto. (Fonte immagine)

A oltre trent’anni dall’uscita, Un viaggio in Italia di Guido Ceronetti – ristampato da Einaudi (pp. XVI-376, € 22,00) con una nuova premessa e una preziosa appendice inedita – ha mantenuto intatto, insieme all’intrinseco fascino letterario, tutto il suo straordinario valore di testimonianza antropologica sull’Italia contemporanea. Aveva ragione Raffaele La Capria, quando definì il Viaggio e il volume gemello Albergo Italia, oggi purtroppo quasi introvabile, «due descrizioni grandiose, e direi dantesche, da cui vien fuori tutto l’orrore del disastro italiano, […] che costituiscono […] l’ultimo definitivo capitolo di quel viaggio in Italia romanticamente iniziato da Goethe e così miseramente finito ai nostri giorni».

Scritto in un periodo storico – la prima metà degli anni Ottanta -, in cui la sensibilità ecologista era ancora poco diffusa nel nostro Paese, il Viaggio di Ceronetti denunciò con inaudita potenza le devastazioni ambientali provocate dallo sviluppo industriale indiscriminato dell’Italia post-boom economico. Tuttavia il precoce grido di allarme lanciato da Ceronetti non ebbe carattere ideologico (il parallelismo con il Pasolini «corsaro» è, in questo senso, poco persuasivo), bensì metafisico: il libro nacque innanzitutto dalla volontà di salvaguardare non una particolare realtà storico-politica, ma l’Italia invisibileAgli amici dell’Italia invisibile» recita, non per nulla, la dedica aggiunta a questa nuova edizione).

Del resto, come afferma l’autore stesso, «L’Italia è più archetipo che nazione. Né un ispessito regno piemontese, né una repubblica poliarchica di cui sono stati, significativamente, resi incerti […] i confini orientali, sebbene rivestiti del nome Italia, corrispondono alla sua idea». La patria che Ceronetti ha in mente non è dunque lo Stato sorto dopo il processo di unificazione (su cui anzi esprime un giudizio impietoso), ma l’Italia, ancora essenzialmente virtuale, di Dante, Petrarca e Manzoni, le cui opere lo accompagnano, materialmente non meno che idealmente, nel corso del tragitto attraverso la Penisola. D’altronde, a dimostrazione dell’attualità del discorso di Ceronetti, non è forse l’Italia invisibile della letteratura, nata molti secoli prima dell’Italia politica, l’unica nazione che rimarrà davvero, l’unica nazione in grado di sopravvivere alle crisi che, secondo certi accreditati sondaggi degli economisti, rischiano di far precipitare il nostro Paese nel nulla?

La fedeltà di Ceronetti a questa idea dell’Italia emerge chiaramente fin dal Primo taccuino di viaggio (1980), pubblicato per la prima volta in questa nuova edizione, in cui Ceronetti fissò le linee-guida del viaggio che avrebbe compiuto, per scrivere il libro, tra il 1981 e 1983: «Abbiamo scioccamente scassinato l’ideologia dell’unità indivisibile giacobina, ficcandoci nell’imbuto di una unità nazionale che non poteva reggere. L’unità nazionale nell’arte soltanto era invece una mèta raggiungibile senza sforzo […]. Dopo il 1861 l’Italia savoiarda è un bordello indecifrabile per cui a Belfiore le forche resterebbero vuote. Era fatta per non esserci, non-Stato, non governo, archetipo ideale…».

Per queste ragioni il patriottismo metafisico di Ceronetti fa riferimento soprattutto al Risorgimento, eleggendo, in particolare, come mentori, figure storiche quali quella di Carlo Alberto di Savoia, morto più di dieci anni prima che l’Unità giungesse a compimento («Carlo Alberto visse gli ultimi anni in astinenza da tutto, disinfettato dal potere, mai visitato da guerre vittoriose, purificandosi, eppure anche lui uomo del destino, che apre le porte, con impaurita cautela, alla Rivoluzione, emancipa ebrei e valdesi, spinge un pochino in un’aria diversa un Piemonte inchiodato dalla bigotteria», si legge nel Taccuino).

Dietro l’Italia di oggi, «uniforme e noiosa», che Ceronetti sottopone ad una critica implacabile, si affaccia un’altra Italia, «l’Italia vera, l’Italia pneumatica e abscondita», che esorbita dagli stessi confini geografici della nazione, comprendendo anche l’ultima roccaforte catara di Montségur («Questo viaggio io volevo iniziarlo a Montségur, montagna asiatica sacrificale, vagina della più segreta Italia»). D’altra parte, Ceronetti trascura o liquida rapidamente molte delle più classiche mete turistiche del Belpaese («L’inferno turistico è tra i peggiori perché ti senti sepolto, impiramidato nella stupidità»), dedicando invece grande attenzione a luoghi apparentemente più marginali, come gli ospedali o i cimiteri. I centri cittadini che interessano all’autore non sono quelli comunemente designati come tali, bensì invece i centri metafisici, segrete propaggini di quello che René Guénon chiamò il «centro spirituale supremo»: «L’Italia non ha centri storici (così parla chi è senza centro), ha innumerevoli centri, molti dei quali sono viventi o sepolti, noti o ignoti, umbilicus mundi».

In questo viaggio iniziatico, troppo spesso etichettato a sproposito come apocalittico, non si evocano soltanto scenari degradati e soccombenti, ma anche residue scintille di bellezza («Questo grande rottame naufrago col vecchio nome di Italia è ancora, per la sua bellezza residua, un pallido aiuto alla pensabilità del mondo») e volti vivi, rari e isolati, certo, ma ancora non del tutto annientati dal male. È il caso del singolare agricoltore – simbolico custode dell’Italia invisibile –, al quale è dedicata una delle pagine più memorabili del libro: «un solitario aratore affondava l’erpice tirato da due magnifici cavalli bruni in un piccolo campo. Era certamente conscio di essere, col suo campetto e i suoi cavalli da Iliade, condannato a sparire, eppure arava, con pazienza, con disprezzo, con umiltà, con sapienza. Un Dio in incognito, un Dalai Lama in esilio, un simbolo, o più semplicemente un uomo forte e tranquillo. Non sapeva che quel suo erpice è una spada, che il luogo dove arava ha il segreto nome di Termopili».

Raoul Bruni è nato Firenze e vive a Varsavia, dove insegna lingua e letteratura italiana all’Università Cardinale S.Wyszyński. Ha pubblicato, tra l’altro, i volumi Il divino entusiasmo dei poeti. Storia di un topos (Aragno 2010) e Da un luogo alto. Su Leopardi e il leopardismo (Le Lettere 2014). Ultimamente ha curato La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani di Adriano Tilgher e Su Leopardi di Giuseppe Rensi (entrambi pubblicati da Aragno nel 2018).
Collabora inoltre con “Alias”, “L’Indice” e altri periodici cartacei e on-line.
Commenti
Un commento a “L’Italia invisibile di Guido Ceronetti”
  1. Magiumass scrive:

    A titolo di commento, non alla recensione, ma al libro di Ceronetti, mi permetto di segnalare questa mia recensione, uscita su “Flanerì”: grazie dell’ospitalità!
    http://www.flaneri.com/index.php/flaneri/leggi/un_viaggio_in_italia_di_guido_ceronetti/

Aggiungi un commento