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Un viaggio nella nuova poesia americana

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Nella bella e attenta introduzione a Nuova poesia americana Vol. 1 (Ed. Black Coffe 2019, a cura di Freeman e Abeni), tra le altre cose, John Freeman scrive che gli americani, i lettori di poesia e non solo quelli, non hanno più bisogno che gli venga spiegata cosa sia l’America, cosa accada sul piano dei diritti civili, nel mondo del lavoro e così via. Gli americani a questo punto la loro storia la conoscono, sanno ciò che avviene e se non lo sanno lo ignorano apposta.

Hanno letto i poeti del Novecento, dai più piccoli ai maggiori come Ashbery o Rich, ora hanno bisogno di sentirsi dire – e torno a Freeman – «con quanto impeto si può arrivare a desiderare un bacio», con quanta intensità si può arrivare a guadagnarlo, con quanta immaginazione si può arrivare a metterselo alle spalle, aggiungo. Il piano, perciò, si inclina e si sposta dallo storico all’intimo, dalla folla in piazza al corpo, al mistico, alla camera da letto, alla mancanza, all’amicizia, alla perdita, da un salotto a un funerale, agli abbracci e alla preghiere. I sei poeti scelti per questo primo volume sembrano rispondere a questo desiderio nell’unico modo possibile inventandone di nuovi. Eppure, i poeti qui raccolti, se sono parecchio distanti dalla poesia di Adrienne Rich, lo sono molto meno da quella degli ultimi libri di Mark Strand e di gran parte dell’opera di John Asbery (di cui abbiamo parlato); sono vicini al sentire di Louise Glück e sono legati in qualche maniera al modo sperimentale e innovativo di Ben Lerner.

Freeman e Abeni (che ha tradotto come sempre in maniera superba) hanno messo insieme un’antologia armonica e molto significativa, che dice bene quale sia il passo che tiene oggi la poesia americana, vediamo chi sono questi autori, alcuni giovani, altri meno, nessuno di loro mai tradotto in italiano.

Tracy K. Smith, Terrance Hayes, Robert I. Hass, Natalie Diaz, Layli Long Soldier, Robin Coste Lewis. Sono nati a distanza di anni l’uno dall’altro, hanno origini molto diverse; diversi sono gli stati di provenienza, diverse sono le etnie di origine. Tutti hanno vinto dei premi importanti, alcuni di loro sono poeti laureati degli Stati Uniti. Tutti hanno alla radice un elemento comune che è quello della sperimentazione linguistica, delle possibilità molteplici dei suoni originati dalle parole, quando si susseguono, quando si mischiano. I loro testi sono molto aperti e lasciano spazio al lettore per raggiungere più significati, o per non trovarne affatto. Si sta, dopo aver letto le poete e i poeti di questo volume, come in una terra di mezzo, un posto dove spira un vento leggero e che ogni tanto mette freddo e subito dopo diventa molto caldo. Sono poeti dell’impeto, dell’irruenza, del limite spostato più in là. Sono poeti delle possibilità.

[…]
e spostavo le bambole di stanza in stanza
mentre tu aggiungevi legna fina al fuoco.

È vero che la morte si oppone ai verbi al presente.
Ma il ricordo in una cosa fa meglio della morte. Ignora il futuro.
Sedemmo in quella stanza finché la legna non si consumò.

Non abbiamo mai lasciato quella stanza.
La legna non si è mai consumata.

Sono i versi finale di una poesia di Tracy K. Smith e sono straordinari. Quando li ho letti ho capito che l’operazione di Black Coffe era riuscita. Smith apre il libro ed è quella che a me piace di più. Ha una grande sensibilità, sa giocare su più livelli, sa levare e sa portarti in una stanza, quella, che è un posto dove sei già stato. Il posto del ricordo, della perdita, un posto in cui per molto tempo hai tentato di tornare, un posto che può raggiungere soltanto la poesia. Smith è anche autrice di un memoir Ordinary Light ( finalista al National Book Award del  2015 per la saggistica) che mi piacerebbe molto leggere e che spero venga tradotto presto.

Fatemi ricominciare.

Voglio essere santo. Sotto la pioggia
mi accosto all’auto di mio padre
con la figlia piccola della mia ragazza.
Era incinta quando ci siamo conosciuti.
Ma facevamo l’amore. Facevamo
l’amore sotto stelle & perline
mentre il bebè scalciava tra di noi.[…]

Terrance Hayes è un altro poeta di cui mi piacerebbe attraversare l’intera opera. Questi versi aprono una poesia molto bella. All’apparenza, Hayes sembra più tradizionale di Smith, ricorda di più i poeti che abbiamo imparato ad amare venti o trent’anni fa, ha qualcosa di Strand e una grande capacità esplorativa e associativa, viaggia per immagini, le affianca, le sovrappone, così da raccontarci in pochi versi la sua storia, quella del padre, della donna che ama, della figlia della donna che ama, di ciò che è stato prima, di quello che verrà. Ci parla d’amore, di come tutto si allontana quando si fa l’amore, ce lo dice tra le altre cose usando una e commerciale, perché il tempo è adesso, perché in quel simbolo si vede meglio l’intreccio di due corpi insieme.

[…] Oppure l’altro concetto per cui,

dato che a questo mondo non esiste alcuna cosa
a cui il rovo della mora corrisponda,
una parola sia l’elegia dedicata a ciò che significa.[…]

Robert L. Hass gioca con l’uso luttuoso e ripetitivo che si fa delle parole, dice quello che non si può dire, dice come si dovrebbe provare a dire. Ti allontana un poco dal fulcro del discorso, come se tergiversasse ma non lo fai mai, ti prepara, ti fa compiere piccoli girotondi intorno al pozzo dentro il quale vuole farti guardare. Il lettore può scegliere quanto sporgersi, quanto sostare, decidere se saltarci dentro. Perché più avanti ci sarà una storia d’amore e pensieri che vanno dalle spalle di una donna, al sapore del sale, all’infanzia, fino ad arrivare a un’infinita tenerezza.

Lasciate che chiami la mia ansia desiderio, allora.

Lasciate che la chiami giardino.

Questi due versi di Natalie Diaz stanno al centro di una poesia bellissima e dicono molto della sua poetica. Corpo, desiderio, perdita, assenza, voglia di fiorire, voglia di far fiorire le proprie paure. Diaz, forse, più degli altri spiega, con il suo attraversamento delle parole, ciò che intende John Freeman in apertura, ovvero che c’è bisogno di desiderare, di abbandonarsi, di combattere con la lingua, di dichiarare guerra alla solitudine, alla stagione del lutto, ai muri che ci vengono incontro. Lasciate che la mia ansia diventi desiderio vuol dire lasciate che tutta me stessa diventi desiderio.

Qui la sentenza verrà rispettata.

Comporrò con la massima cura ogni sentenza, attenendomi a
ciò che le regole della scrittura dettano.

Ad esempio, ogni sentenza comincerà con la maiuscola. […]

Vi potrà forse interessare che io non consideri questo un “pezzo
creativo. […]

Layli Long Soldier è originaria delle grandi pianure, appartiene agli Oglala, una delle sette tribù dei nativi americani. Nelle sue poesie c’è una determinazione che arriva da molto lontano, cattiveria e ironia stanno insieme. Si dice ciò che si deve dire, si arriva al punto nel miglior modo possibile, eppure si sa che il punto non sarà mai raggiunto, oppure è già avvenuto, sta in quadro astratto che nessuno capirà. C’è il sangue dei nativi nei suoi testi ma non c’è rancore, ci sono conoscenza e amore e grande impatto emotivo. Leggi e vorresti essere un nativo, un Dakota almeno per un po’.

[…] Devo tornare

a quella cosa nera e bagnata
morta sulla strada. Devo voltarmi.
Devo ficcarci dentro la faccia.[…]

Robin Coste Lewis è di Los Angeles ed è stata la prima poeta a vincere il National Book Award con il suo libro d’esordio, dal 1974. I suoi versi sono potentissimi, parlano di cammino da fare e di riscatto, di strada da fare all’indietro perché ogni corpo viene dal passato, dai corpi che l’hanno preceduto. Corpi che hanno subito e amato. Le storie devono passare da lì, il corpo trasporta tutte le donne, ogni corpo è tenuto insieme dalle cicatrici ma anche dai baci.

John Freeman e Damiano Abeni ci regalano sei poeti diversi tra di loro ma legati da una serie di fili cui accennavo nella prima parte dell’articolo. L’America della poesia è questa, è viva, è sterminata come il territorio dove nasce, è molte altre cose che nel tempo andremo a scoprire, a cominciare dai poeti del secondo volume che vedrà la luce entro il 2020. Gli americani, dicevamo, non hanno più bisogno che gli venga spiegata l’America, eppure questi baci, questi poeti non fanno altro che spiegarla nel modo che il nostro tempo richiede, un modo che ha più bisogno di abbracci che di altro.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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