dilascia1

Un vuoto dove passa ogni cosa. Vita controvento di Maria Teresa Di Lascia

dilascia1

Questo pezzo è uscito sul Foglio il 12 marzo scorso: ringraziamo la testata e l’autrice.

È il 1975 quando una studentessa che viene da un minuscolo paese della provincia di Foggia si avvicina al Partito Radicale: si chiama Maria Teresa Di Lascia, studia Medicina a Napoli e sogna di diventare missionaria laica, viaggiare e curare gli altri.

È il 1995, la ragazza di Rocchetta Sant’Antonio avrebbe quarantuno anni ma è morta di cancro l’anno prima. Il romanzo che in sordina ha fatto in tempo a consegnare a Feltrinelli le sopravvive, sbaraglia Le maschere di Luigi Malerba e trionfa al premio Strega, eccezionalmente assegnato postumo (era accaduto al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per lo stesso editore). Molto prima di Elena Ferrante, a Villa Giulia c’è una gara giocata da un libro e non da un autore, il quasi esordio di un nome nuovo ai lettori, un best seller che non offre che la propria storia. Come L’amica geniale – ma non ci sono altre somiglianze – anche Passaggio in ombra è una saga familiare ambientata nel sud dell’Italia.

I vent’anni intercorsi fra quei due snodi valgono cento, la Di Lascia improvvisamente scoperta da tutti non è una sconosciuta, fuori dall’ambiente letterario: è stata vicesegretaria di partito e onorevole, ha diretto un giornale, fondato insieme al compagno e poi marito Sergio D’Elia Nessuno tocchi Caino, la più importante associazione italiana contro la pena di morte, ha coordinato con Adriano Sofri “Un digiunatore al giorno” in solidarietà con le vittime delle guerre nei Balcani, ha incontrato il Dalai Lama, lasciato la facoltà di Medicina e fondato un’associazione per tutelare i pazienti che scelgono l’omeopatia, ha adottato sul mondo uno sguardo più femminile che femminista piegando ogni battaglia al suo linguaggio.

Da quella festa del 1995 a cui presero parte tutti tranne la festeggiata, persino Pannella che al Ninfeo non c’era mai stato prima e non tornerà mai più dopo lo Strega alla “strega radicale”, come la chiamava, da quella sera triste ed euforica sono passati altri vent’anni durante i quali io misuravo la distanza fra le generazioni, fra quella donna vissuta quando tutte le scelte private erano anche politiche e me, venuta su mentre la dimensione partecipativa si sgretolava e i miei coetanei congedavano l’idea che votare, associarsi, manifestare fossero verbi intimamente connessi con l’identità individuale.

Una distanza che si trasformava in abisso, mentre il mondo in cui ero nata invecchiava, servivano strumenti nuovi, magari dovevo essere proprio io a inventarli, toccava alla mia generazione figlia di quell’altra, e mi tornava in mente quel romanzo amato d’istinto, che cominciava così: «La creatura sgraziata che mi viene incontro dallo specchio ombrato dell’ingresso, che separa la cucina dal bagno, e quello della stanza del divano, sono io».

La creatura in cui mi ero specchiata taceva. Era affidata alle voci degli altri; chi l’aveva incontrata la ricordava, chi non riusciva a dimenticarla ne cercava le tracce, guardava le poche foto in circolazione interrogando quegli occhi in bianco e nero; nascevano biografie, un documentario, una piazza, un’associazione e un premio letterario per Maria Teresa Di Lascia. Quanto a me, registravo notizie laterali e dettagli biografici sull’autrice del libro di cui mi ero impossessata con quella febbre che si manifesta solo nell’adolescenza, quando siamo certi che le storie dei grandi siano state scritte apposta per noi.

Oggi quella voce che in Passaggio in ombra non si zittiva, svelta e assillante come un animaletto indolenzito e spaurito, assertiva come una figlia bastarda troppo e male amata da una famiglia matrilineare, parla di nuovo. Esce per le Edizioni dell’Asino, curata da Antonella Soldo, un’antologia di interviste, articoli, racconti il cui titolo riprende le righe di una lettera a Sofri, Un vuoto dove passa ogni cosa. Quel vuoto è la scrittura. Di Lascia attraversa spedita la storia e gli individui senza mai scambiarli per massa, e dentro quel vuoto ci sono la politica e la vita.

Lì nascono i suoi interventi e la sua letteratura, lì abitava la persona nascosta dietro Passaggio in ombra: «la morte verrà quando verrà e nessuno ci potrà fare niente. Mi porteranno via, per queste strette scale dei palazzi moderni, e avranno un gran da fare per svuotare tutto il ciarpame che è stato la mia vita». Il ciarpame è ora raccolto in questo libro, da mettere accanto a quell’altro accolto con stupore nel 1995 da lettori e critici improvvisamente costretti a chiedersi cos’erano impegnati a fare, da quale inutile pensiero erano distratti mentre quella voce chiedeva e scriveva senza sosta.

Se alla Conferenza sui Diritti Umani, a Vienna, Di Lascia viene affascinata dall’idea tibetana dell’agire senza fine, senza premio, senza utile, appena dopo precisa: «queste riflessioni non mi hanno impedito di massacrare una ragazza tedesca che stava con noi». Scopriamo che la scrittrice di Rocchetta è prossima al bene ma non sente il dovere di essere buona, è una razzista dell’intelligenza, una razzista culturale, «secondo me sono una ragazza della via Paal», non ha paura della morte ma ha nausea del tempo che le cancella gli zigomi a matita, svelando un volto di quarant’anni e da bambina pesta.

«Bisogna, mi pare, essere asciutti come marinai o come donne che hanno già pianto», scrive androgina, lei che l’otto marzo non si prenderebbe neanche il disturbo di abolirlo («è stato già abolito. A ricordarcelo ci stanno soltanto le testate giornalistiche e le televisioni e tutti quelli che, sapendo bene quanto una cosa è stata abolita, la ricordano soltanto come un catafalco», dice ai microfoni di Radio Radicale), lei che di quella festa non vede nemmeno più la retorica, solo la bara vuota in mezzo a una nevrosi collettiva di competitività maschile e femminile.

Quanto alle femministe, basta osservare che fine hanno fatto: «quasi tutte sono finite a scrivere nelle redazioni di giornali» a raccontarsela, mentre fuori, nel mondo, la parità è rimasta imprigionata nella riproduzione meccanica del rito dell’indipendenza, senza un passo avanti verso la realizzazione personale; il legittimo bisogno di essere autonome, una volta esaurito, dovrebbe coincidere con un desiderio di realizzarsi che riguarda tutti, senza distinzioni di sesso.

«Io fra votare Nilde Iotti e votare un uomo intelligente preferisco votare un uomo intelligente, per essere chiari ed espliciti» è la risposta alla paura che una legge uninominale nel 1988 avrebbe potuto penalizzare le donne, ma è anche una frase di odierno buon senso, riutilizzabile come argine ogni volta che le quote rosa minacciano di esondare, perché nascere maschi o femmine è un puro incidente biologico e dovrebbe destare sempre meno preoccupazione, non sempre più chiacchiericcio. E tuttavia è in buona parte femminile la responsabilità della nonviolenza, di cui il femminismo avrebbe potuto essere portatore formidabile, un’occasione mancata sul cui rimpianto però non c’è stupore: «non ho mai creduto che coloro che avessero la cultura della rivoluzione o dei rivoluzionismi sarebbero stati particolarmente in grado di porsi in maniera paritaria e intelligente nei confronti dei rapporti».

Nel 1989 Di Lascia discute la Ru486 definendola “la pillola della solitudine” che secondo lei non restituisce l’utero alle donne ma lo vende a una casa farmaceutica, e teme il ritorno buio a un rito esoterico e privato: abbiamo fatto tanto per far uscire l’aborto dalle case, siamo sicure di volercelo rinchiudere di nuovo? Nel 1991 interviene alla Conferenza internazionale sull’Aids e, mentre l’immaginario comune è arenato su tossicodipendenti e omosessuali, riporta: «voi sapete che su dieci persone sane che si ammalano otto sono donne. E lo prendono con le trasfusioni dopo i parti che avvengono negli ospedali».

Questa era Maria Teresa Di Lascia, e insieme, di nascosto dai più e forse anche da se stessa, una scrittrice che spiava la famiglia, la follia e l’amore dietro una porta socchiusa, la narratrice di un mondo intimo che scansava trappole come l’utilizzo letterario del sociale e il ricatto del civile. «Io credo che la vera arte si occupi sempre di sociale, anche quando non lo rappresenta proprio», esordisce presentando a Roma una mostra contro la pena di morte, e cita Elsa Morante: il processo artistico come ricomposizione nell’immaginario di una realtà atomizzata, senza scopo didattico.

Ancora, sull’aggettivo “civile”, dopo aver insistito per usarlo a proposito di Nessuno tocchi Caino, spiega che serve a designare un impegno fuoriuscito dal parlamento, «ma con questa parola non si vuole certo dividere il mondo in civili e incivili». Per fortuna l’arte dev’essere incivile, e la letteratura della Di Lascia lo è, anche nei racconti, alcuni bellissimi, come La moglie e Compleanno, raccolti in questo volume; è una letteratura sgarbata, ancestrale, fastidiosa – incivile almeno quanto era stata civile la sua breve esperienza parlamentare e quella più lunga di partito, la cittadinanza vissuta con pienezza, senza perdersi nessun dubbio, nessuna possibilità di suscitare dubbi negli altri.

Per Di Lascia la politica è innocenza, intesa come disponibilità totale, gradiente di comprensione della realtà, capacità di accogliere le sfide; un’innocenza non passiva, l’opposto della stupidità, addirittura il suo antidoto. Gli occhi di Chiara D’Auria, sua alter ego protagonista di Passaggio in ombra, sono quelli di una bambina innocente e coraggiosa che diventa grande mantenendo i segreti degli adulti, scansandosi dalle maldicenze di provincia, imparando come difendersi dalla fragile aggressività dei cosiddetti valori maschili.

Nel 1995, su quel palco di Villa Giulia dall’aria festosa e smarrita come quella di un funerale – i funerali non si fanno mai il giorno del funerale – c’erano anche i fratelli. Uno di loro, nel documentario L’audacia e il silenzio curato da Alessandro Galano, ricorda il disappunto di Maria Teresa: come fai a leggere solo quindici libri l’anno, gli chiedeva costernata, e nemmeno quelli giusti. Quindici era un numero irrisorio per la fame di esperienza di una donna che teneva il libro aperto sulle ginocchia e parlava, guardava la televisione e leggeva, litigava e leggeva. «Un litigio non lo si nega a nessuno», diceva, e come tutte le persone di cattivo carattere a chi glielo faceva notare rispondeva che non era vero, lei aveva semplicemente un carattere, «il carattere è il destino delle persone», ripeteva, ed è anche il cuore del suo romanzo, popolato da creature incapaci di uscire da se stesse, inchiodate a un luogo, a un oggetto, marchiate da forza o debolezza, o anche solo da una smorfia, dal nervosismo, dalla paura.

«Io, come tutti, ho fatto solo quello che potevo» conclude in una lettera al padre, aperta con la dichiarazione d’indipendenza dei figli che hanno smesso di essere tali, ovvero la consapevolezza di aver deluso i propri genitori e di essere sopravvissuti senza traumi a quella delusione, perché non è mica un gran dolore, significa solo essere diventati adulti: «non credere che non sappia che sei molto dispiaciuto per l’assetto complessivo della mia vita e per, l’apparente, testardaggine che sembra racchiuderla».

Una testardaggine che le fa dire, appena incontrato Sergio, detenuto di Prima Linea in permesso premio per andare al congresso Radicale: «di questo qui me ne occupo io», e da allora non lo lascia più, si prende cura di lui ogni minuto con quello che nel romanzo sarà definito «il coraggio fragile e spietato del dono seppure transitorio dell’amore». Intanto lavora a Nessuno tocchi Caino, insiste perché nella descrizione dell’associazione non trovi posto il verbo uccidere, come da traduzione biblica di Erri De Luca.

La radicale e la romanziera non sono due persone diverse, anche se scrivendo narrativa Di Lascia dava alla sua voce un’attitudine che l’ampiezza dei suoi interventi non le avrebbe permesso, quella di farsi minuscola, paesana, soffocata. È il respiro rotto della letteratura a rendere universale quella piccola voce, insieme alla capacità di raccontare il dolore, l’inquietudine, il presagio. Passaggio in ombra era il racconto di molte morti, sempre descritte come un sonno perché «c’è qualcosa di inquietante nel sonno delle persone che amiamo; qualcosa che, se ci mettiamo all’ascolto, contiene la profezia della loro morte».

Se ne vanno uno dopo l’altro i personaggi di quel romanzo intimo e corale, mentre chi li osserva aspetta il destino senza paura e senza spocchia, immaginando l’addio con le sole categorie che abbiamo a disposizione, quelle dei vivi, con la paura che dà pace e terrore insieme: che la morte non sia nient’altro che un luogo dove nessuno ti chiama per nome, nessuno ti viene più a cercare.

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha scritto diversi libri per ragazzi, tra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo, 2012; edizione economica, 2015) e Casca il mondo (Mondadori, 2016), e il romanzo Gli anni al contrario (Einaudi Stile Libero, 2015; Super ET, 2016; vincitore di numerosi premi tra cui Bagutta Opera Prima, Fiesole, Brancati e del premio americano The Bridge Book Award). È tradotta in francese, spagnolo, polacco, lituano e in corso di traduzione negli Stati Uniti. Collabora con la Repubblica e altre testate.
Aggiungi un commento