Petunias

Un vuoto nel linguaggio

Petunias

Pubblichiamo un racconto della scrittrice americana Marly Swick, considerata dal New York Times erede di Grace Paley e Alice Munro. Tra le sue raccolte di storie brevi ricordiamo The summer before the summer of love Monogamy, oltre al romanzo The evening news. Questo racconto è un’anteprima da If magazine, la rivista online di Ideafelix, che ringraziamo.

di Marly Swick

Un tempo credevo che non ci fosse mai niente di nuovo sotto il sole. Ora ciò che credo è che non ci sono quasi mai parole nuove, a eccezione di quelle per i computer, e questo è il problema. La gente diventa sospettosa quando qualcuno o qualcosa non ha nome. È un peccato contro il linguaggio, un peccato contro la comunità. Se non puoi essere etichettato, sei come un’automobile senza targa, sei sfuggente e non devi rendere conto a nessuno, eppure sei in grado di fare danni enormi. Questo è il modo in cui ti vedono gli altri, e in realtà anche tu ti senti un po’ fuori controllo, incerto e spericolato allo stesso tempo, come se i cartelli stradali fossero scritti in un alfabeto sconosciuto, e puoi fare affidamento solo sul tuo istinto in una frazione di secondo.

Questa è la ragione per cui io ed Elka siamo così caute, ora. Viviamo la nostra vita come autisti con gli occhi incollati sulla luce rossa che lampeggia nello specchietto retrovisore. Siamo pronte ad ascoltare il canto delle sirene. Aspettiamo di essere punite. Andrew, il mio ex marito, si è comportato dignitosamente date le circostanze, ma è confuso, quasi nel panico. «Voi due vi considerate sposate?» mi domanda, e la sua voce, come sempre ultimamente, oscilla pericolosamente tra curiosità e avversione. «Non ci pensiamo» rispondo. «Stiamo solo… insieme». Finché morte non ci separi, penso. Così come ci ha unito. Una spaventosa simmetria. «Insieme» ripete con perplessità, come se non avesse mai sentito questa parola.

È difficile parlare con lui. Le sue emozioni si agitano ritmicamente come il mantello di un torero. Vuole fare “la cosa giusta”, ma non è sicuro di sapere quale sia, sebbene chiunque altro sembri saperlo. Con le migliori intenzioni, amici e familiari, inclusi i miei genitori, insistono perché lui mi faccia causa per la custodia di Grace, nostra figlia di otto anni, il cui disagio si manifesta in strane modalità. Fa spesso degli incubi, e non molto tempo dopo il trasferimento di Andrew ho sentito che raccontava al postino che suo padre era stato investito da un furgone dell’Ups, cosa che era accaduta al nostro bassotto quando Grace aveva cinque anni. Va da uno psicologo infantile una volta a settimana, è una misura precauzionale. A volte, mentre sono a letto con Elka, non capisco da dove sia venuto tutto questo, e vorrei che io, Andrew e Grace non ci fossimo mai trasferiti a Denver, e che non avessi mai incontrato Elka. Non che io non sia felice con lei.

La vita con un’altra donna sembra così armoniosa, così facile. Mi sento come qualcuno che ha vissuto all’estero per molti anni e che improvvisamente riscopre la semplice e comoda gioia di parlare la propria lingua madre. Le mie mani e la mia bocca non sono mai state così articolate come ora; la mia pelle non ha mai ascoltato con così tanta attenzione. Eppure temo di essere, in fondo al cuore, una ragazza di una cittadina di provincia del Midwest, e che forse preferirei essere infelice piuttosto che anormale. Prima che io, Andrew e Grace ci trasferissimo a Denver, abitavamo a Berkeley, dove Andrew vive attualmente. Quando è tornato da Londra, da solo, ha preso in affitto un appartamento su Panoramic Way, con vista su Alcatraz. Grace è andata a trovarlo di recente, e ha raccontato che la casa è talmente piccola che non c’è spazio per il letto. Ci sono dei tatami, che vanno da parete a parete, e quando si era fatta ora di dormire avevano srotolato i sacchi a pelo. Avevano anche mangiato usando solo le bacchette.

Immagino che Andrew apprezzi quest’opportunità di diventare zen, e ciò stempera il mio senso di colpa. La nostra casa era nella pianura vicino al confine con Oakland, fatiscente e con troppi mobili. Andrew e Peter, il suo socio, costruivano clavicembali nel nostro garage, e io insegnavo storia in una scuola privata femminile a San Francisco. Tutte le ragazze indossavano giacche grigie di flanella e calzini al ginocchio, e avevano ciocche di capelli rosa o il cranio rasato con tagli asimmetrici che mi facevano pensare a tumori maligni al cervello. Erano così ricche da sembrare immuni alla vita, e non si interessavano minimamente alla storia. Odiavo quel lavoro. La mattina Grace frequentava una scuola montessoriana, e il pomeriggio Andrew stava a casa per tenerla d’occhio. Fu attraverso le chiacchiere di Grace che alla fine, cadendo dal pero, dedussi che Andrew aveva una relazione con una delle sue clienti, un’autrice di libri per bambini che aveva anche vinto dei premi e viveva in una casa vittoriana restaurata a San Francisco, e gli aveva commissionato una spinetta. Quando glielo domandai a bruciapelo, Andrew ammise che era vero e promise che non l’avrebbe vista mai più. Quando lo strumento fu finito, il suo socio andò in città a consegnarlo. Io nascosi i libri che lei aveva regalato a Grace, e Grace smise di nominarla. Ma a volte il telefono squillava, e quando rispondevo l’interlocutore metteva giù, e ho sempre sospettato che fosse lei.

In quel silenzio infinitesimale prima che la linea si interrompesse, immaginavo di sentire i nostri due cuori battere in sincronia, le nostre mani sul ricevitore connesse da un intricato circuito elettrico. Non ho mai smesso di sentire il suo silenzio, fino a quando l’estate seguente non caricammo due furgoni e ci trasferimmo a Denver. Per un mese, a Denver fui davvero felice. Prendemmo in affitto una deliziosa casa in periferia. Aveva stanze grandi e lumi- 4 nose e una piccola piscina, come un francobollo color turchese proveniente da un’isola dei Caraibi. Finalmente avevo trovato un lavoro nel mio settore: assistente di antropologia all’università di Denver. Andrew sembrava occupato e soddisfatto, aveva trasformato il garage in un laboratorio e faceva il giro dei negozi di musica locali, creandosi dei contatti. Grace si fece presto dei nuovi amici, invitando i bambini del vicinato in piscina, mentre io o suo padre facevamo da bagnini nel caldo torrido. I vicini della casa accanto, Elka e Nigel Bentley, ci invitarono al loro barbecue del 4 luglio per presentarci a tutto il vicinato. Lei era una tessitrice di una certa fama e lui un chimico per i Bell Labs. Più tardi quella notte, nel letto, io e Andrew parlammo della festa, e giudicammo le altre coppie con quella sufficienza e quel senso di superiorità tipici delle coppie, e scherzammo sulla possibilità di investire in un tosaerba per il giardino.

Scrissi delle lettere ironiche ai vecchi amici di Berkeley raccontando della mia ricerca sul campo in periferia. Io e Andrew andavamo d’accordo. Era sempre stato così. La donna di San Francisco era stata dimenticata. E se restava qualcosa dentro di me, era più curiosità che gelosia. Lei rappresentava una minaccia ormai passata, una crisi minore risolta con prontezza. Io e Andrew eravamo cresciuti nella stessa cittadina, stavamo insieme dal nostro secondo anno all’università del Nebraska, e ricordavamo a malapena il tempo in cui non ci conoscevamo. Era come se il nostro passato, la nostra storia, fossero degli organi vitali che avevamo in comune. Ci sarebbe voluta più di un’infedeltà per separarci. Avevamo intenzione di invitare Elka e Nigel per cena, per contraccambiare il loro invito, ma sembrava sempre che non ci fosse abbastanza tempo. Io ero occupata a preparare le mie lezioni per l’autunno, e Andrew stava già lavorando su un clavicembalo fiammingo per un professore di musica dell’università. A volte, il pomeriggio, Elka e Max passavano a casa. Max aveva solo quattro anni, e Grace, che ne aveva appena compiuti sette in primavera, con l’istinto materno in pieno sviluppo, gli stava sempre addosso quando erano in acqua. Mi piaceva osservare il modo tenero in cui gli faceva infilare i braccioli o lo prendeva per mano, di solito contro il suo volere, mentre lo portava in casa per andare in bagno o a mangiare un biscotto. Comunque, come in ogni madre, a volte la sua pazienza finiva. In più di un’occasione dovetti tirarla fuori dalla piscina e mandarla nella sua stanza perché aveva colpito Max con una tavoletta da nuoto. Elka rideva affabilmente e diceva: «Lui deve imparare a combattere le proprie battaglie». Sebbene fosse piccolo per la sua età, Max era impavido. Sfortunatamente, pareva avere più coraggio che coordinazione, e spesso sembrava una pubblicità di cerotti ambulante. Quando io ed Elka chiacchieravamo sedute sulle sdraio o nella parte più bassa della piscina, ogni pochi minuti la sentivo gridare a Max «Vai piano» o «Attento», per poi forzarsi a lasciarlo fare. Aveva trentanove anni quando Max era nato, e aveva persino ammesso di aver sposato Nigel perché voleva un figlio. Credo fosse il suo modo discreto per farmi sapere che condivideva l’idea mia e di Andrew che Nigel fosse, nel migliore dei casi, un tipo eccentrico, e nel peggiore, un asociale. Sembrava un personaggio da cartone animato, lo scienziato razionale con un’autentica riservatezza britannica, come Cary Grant in Susanna!, solo con meno humour e fascino. Ma dopo avermi spiegato la situazione, Elka non si lamentò mai di lui e, perlomeno in nostra presenza, lo trattava sempre con affetto.

A fine agosto io e Andrew decidemmo di prenderci una settimana di ferie prima del semestre e di andare a trovare i miei genitori a Coral Gables. Elka si offrì di annaffiare le piante e prendere la nostra posta, e io le dissi che potevano sentirsi liberi di usare la piscina. La domenica della partenza, mentre facevo i bagagli, guardai fuori dalla finestra della nostra camera da letto e vidi Nigel galleggiare dalla parte dell’acqua alta. Era seduto perfettamente eretto su una chaise-longue di polistirolo, con un walkman (new wave, country?), e leggeva un libro che anche a distanza aveva l’aria di essere incredibilmente tecnico. Il suo naso era ricoperto di ossido di zinco e aveva ai piedi le ciabatte di gomma. Io e Andrew scuotemmo la testa sorridendo. La visita ai miei genitori fu piacevole. Pensando a visite precedenti, a come finivamo per discutere e tenerci il muso per ogni cosa, dalle politiche di immigrazione statunitensi alle carni rosse, mi fece quasi paura constatare che andassimo così d’accordo, senza nemmeno fare sforzi. Chiesi ad Andrew se secondo lui la ragione era che fossimo ancora più ordinari di quanto avevamo immaginato, e che la periferia stesse esercitando la sua magia oscura su di noi. Rispose che era solo l’ombra della morte a farci tirar fuori il nostro lato migliore (di recente a mio padre era stato messo un bypass, e non appena si fu ripreso mia madre aveva subito una doppia mastectomia).

È incredibile quanto riusciamo a essere gentili quando temiamo che le nostre parole possano essere le ultime che qualcuno ascolta. Sull’aereo di ritorno a Denver, mi sentivo sollevata e rilassata. Guardammo un film stupido, e bevvi una minuscola bottiglia di vino. Quando uscimmo dall’aeroporto di Denver era tardi, ben oltre l’ora di andare a letto per Grace. Dormiva con la testa sul mio grembo, e durante il lungo viaggio verso casa la sua bocca aperta aveva impresso una rosa umida sulla stoffa della mia gonna. Io e Andrew cantavamo insieme alla voce di Linda Ronstadt che usciva da una cassetta. Era una notte secca e calda, e non appena svoltammo l’angolo della nostra strada Andrew disse: «Facciamoci una nuotata dopo aver messo Grace a letto». Annuii e sorrisi, pensando che, dopo aver dormito per una settimana con Grace nella stessa stanza nel cottage dei miei, Andrew avesse in testa ben più di una nuotata.

Quando entrammo nel vialetto di casa, notai che la posta aveva riempito la cassetta ed era impilata in modo azzardato sulla soglia. Dentro casa, mentre Andrew portava Grace di sopra, passai di stanza in stanza, aprendo le finestre e facendo un inconsapevole inventario. La felce di Boston sembrava sciupata, e quando misi un dito nella terra, questa era secca come il Kalahari. Stavo vaporizzando le piante quando Andrew riapparve completamente nudo, portando due asciugamani. «Credevo che Elka fosse più affidabile» dissi, dirigendomi verso la cucina per riempire il vaporizzatore. «Sono sorpresa». «Dai, puoi farlo più tardi». Fuori, scivolai dai miei vestiti bagnati di sudore. Andrew stava già facendo qualche vasca. Io camminavo nell’acqua fredda. Fatta eccezione per qualche schizzo leggero e la luce della lampada dalla camera di Grace, c’erano il buio e la tranquillità ideali. Andrew riemerse dietro di me. «Sembra che abbiano fatto una festicciola» disse, indicando un paio di sedie da giardino ribaltate. «Forse è stato il vento». Volevo ancora credere che i nostri vicini fossero persone fidate. «Una questione davvero burrascosa». Io sbuffai e lui tentò di spingermi sott’acqua. Facemmo l’amore destreggiandoci nella parte bassa della piscina, poi andammo a letto e dormimmo beatamente. Con il senno di poi vorrei poter raccontare che ci girammo e rigirammo nel letto, che facemmo entrambi degli incubi inquietanti ma, a dire la verità, dormimmo beatamente.

La mattina seguente, mentre facevamo colazione, il telefono squillò. «Rispondi tu» dissi ad Andrew. Ero impegnata a spalmare il burro sui toast e a discutere con Grace su quanto zucchero andasse nei suoi cereali. All’improvviso Andrew riattaccò, mi afferrò per un braccio e mi spinse in corridoio. «Ma che diavolo.…?». Cominciai a scuotermi per liberarmi, poi notai la sua espressione. Nel mio cervello una sirena interiore cominciò a suonare da lontano, avvicinandosi in fretta. «Era Nigel» disse Andrew. «Ha chiamato per dirci che Max è affogato domenica scorsa. Il giorno in cui siamo partiti». Lasciò il mio braccio. «No». Mi misi le mani sulle orecchie e chiusi gli occhi come se fosse la scena spaventosa di un film che sarebbe terminata di lì a poco, solo che con gli occhi chiusi era anche peggio, perché immaginavo io la scena. Li riaprii di nuovo. Lui annuì, senza dire nulla, tenendo gli occhi fissi nei miei, senza battere ciglio, fino al preciso istante in cui vide che realizzai, realizzai tutto il resto. «Oh Dio» dissi. «Non qui». Guardai la cucina assolata e, attraverso la porta a vetri scorrevole, il turchese brillante. «Come?». «Non lo so. Nigel non lo ha detto e io non ho voluto chiedere». «Ieri sera» rabbrividii. «Come abbiamo fatto a non sentire qualcosa, qualcosa nell’acqua, come abbiamo potuto…».

Iniziai a urlare, un urlo profondo, gutturale, che dalla pancia saliva lentamente alla gola, per poi liberarsi. Lui provò ad allungare le braccia verso di me, ma io lo allontanai bruscamente. Gli graffiai un polso con le unghie. Grace schizzò dalla sedia e corse in corridoio tenendo in mano un pezzo di toast imburrato. «Cos’è successo a mamma?». I suoi occhi erano spalancati. Sembrò congelarsi sul posto. «Si è fatta male» rispose Andrew, fissando afflitto il sottilissimo rivolo di sangue sul suo polso. «Ha sbattuto la testa». Si chinò e sollevò Grace. «Hai i baffi di marmellata, Amazing Grace. Andiamo a tagliarli». «Come ha fatto a sbattere la testa?» chiese lei con sospetto, girandosi a guardarmi mentre lui la portava via. Aprii la porta a vetri e andai fuori. Il sole che risplendeva sull’acqua mi faceva male agli occhi. Era tutto come al solito. Alcune foglie galleggiavano in superficie, una tavola ondeggiava nella parte alta. Non so cosa immaginassi di vedere: sangue, segni a terra, vetri rotti? Guardai verso casa di Elka.

Questo è ciò che è accaduto (ho sentito la storia per la prima volta da un altro vicino e poi, con maggiori dettagli, direttamente dalla stessa Elka). Era domenica, nel pomeriggio. Eravamo appena andati via. Elka e Max erano in cucina, e Nigel era a mollo nella nostra piscina sulla chaise-longue. Elka, che odiava cucinare, stava preparando un dolce elaborato per una cena che ci sarebbe stata la sera, il tipo di dolce che richiede quattro mani per montare a neve le chiare, sciogliere il cioccolato, setacciare lo zucchero e togliere il picciolo alle fragole, tutto nello stesso momento. Max era in ginocchio su una sedia, al tavolo, a spalmare dei cracker con burro di arachidi. Riesco a vederlo mentre si toglie i capelli biondi dagli occhi con la mano appiccicosa, e immagino la sua frangetta impiastricciata, che resta su come quella di un musicista punk. Il telefono squillò ed Elka andò a rispondere, tenendo il ricevitore tra la spalla e il collo mentre continuava a mescolare, sciogliere e setacciare. Era una chiamata internazionale: la mamma vedova di Nigel, da Londra. Mentre guardava il cioccolato bollire a bagnomaria e assicurava a mamma Bentley che stavano tutti bene, disse sottovoce a Max di correre alla casa accanto e avvertire papà di venire di corsa al telefono. Dopo circa cinque minuti, quando non apparvero né Nigel né Max, Elka si scusò con sua suocera e disse che Nigel l’avrebbe richiamata. Irritata, attaccò il telefono, spense i fuochi e tagliò per il cortile in direzione di casa nostra. Il cancello era aperto, e vide Nigel sulla chaise-longue galleggiante. Gridò, ma lui non rispose.

Ancora più irritata, corse verso la piscina. Mentre si avvicinava al bordo, notò che Nigel aveva indosso il suo walkman e dormiva, con il libro aperto in grembo, russando. Max non era in vista. Il cuore cominciò a batterle nelle orecchie come la colonna sonora di un film, e gridò il nome di Max mentre si chinava a tirare su il retino con il lungo manico che noi usavamo per togliere foglie e insetti dal pelo dell’acqua e lo tendeva per colpire Nigel sul fianco. In quel momento, con la coda dell’occhio vide la maglietta a righe rosse e blu di Max sul fondo della piscina, non lontano dalla poltrona di Nigel, nella parte alta. Lasciò cadere il retino e si tuffò verso di lui. Il rumore che fece il retino cadendo sul cemento svegliò Nigel di colpo. Cominciai a passare del tempo con Elka. Non sapevo cosa dire. Di norma non sono una persona espansiva, e se Elka fosse stata glaciale nel suo dolore, e non avesse versato una lacrima, come immagino avrei fatto io al posto suo, molto probabilmente avrei bofonchiato delle scuse formali, inadeguate, e l’avrei evitata sentendomi in colpa e in imbarazzo.

Ma il dolore di Elka era una forza della natura, un’inondazione, un terremoto, una valanga di emozioni che ci travolse entrambe. Non c’era niente di personale o privato. In quella prima terribile sera in cui provai a bussare alla sua porta, tremando per un irrazionale senso di colpa, aspettandomi che mi avrebbe preso a parolacce e che ci avrebbe sbattuto in faccia una citazione in giudizio, lei spalancò la porta e mi abbracciò. Capii che se n’era stata seduta lì al buio, circondata da piccole pile di vestiti puliti di Max. Una cesta da bucato di plastica era sul pavimento in mezzo al salone, vicino a una scatola di kleenex. Bevemmo una bottiglia intera di amaretto, l’unico alcolico disponibile in casa, in lacrime, senza preoccuparci di accendere la luce mentre intorno a noi la penombra diventava oscurità. Nigel non c’era e non so perché non pensai di chiedere dove fosse. Per me era impossibile parlare. Non ero mai stata particolarmente brava con il linguaggio delle emozioni. Per me, le parole esprimevano pensieri, non emozioni. Imbarazzata dal mio silenzio, mi alzai e vagai per la cucina. Una pentola con del cioccolato incrostato sui fornelli, una scodella di albumi d’uovo marci sul banco, fragole appassite nel lavandino.

Il fatto che Elka, di solito una casalinga perfetta con l’ossessione della pulizia, avesse lasciato che la cucina si riducesse in quello stato smosse qualcosa dentro di me. Cominciai a lavare i piatti, e mentre ero al lavello di Elka e immergevo le mani nell’acqua saponata bollente mi sentii terribilmente disorientata, come se fossi io stessa Elka, intrappolata nel mio dolore, e non la vicina arrivata a porgere le sue condoglianze. Lasciai che Elka parlasse. Era seduta al tavolo della cucina, e versava bicchieri di amaretto, spaziando da un argomento all’altro, in una modalità di conversazione frenetica che non somigliava per nulla alla sua solita, lenta e rassicurante parlata. Quando me ne andai, intorno a mezzanotte, lei era collassata sul divano, e io vomitai nei cespugli vicino alla nostra porta sul retro prima di barcollare dentro casa.

Dopo questo episodio, raramente ci fu una sera in cui non mi rifugiassi a casa sua. Seduta alla mia scrivania a leggere di ruoli maschili e femminili nella Nuova Guinea o di riti della pubertà tra gli indiani Zuñi, i miei pensieri andavano a Elka seduta lì da sola, e mi ritrovavo a guardare fuori dalla finestra sulla piscina, illuminata da una sinistra luce verdastra. Se la fissavo per troppo tempo, potevo vedere una piccola ombra prendere forma sotto la superficie dell’acqua, come il profilo di una vittima d’omicidio disegnato con il gesso. Provavo a spostare la scrivania per ritrovarmi faccia al muro, ma finivo per mettere via i libri e raggiungere Elka, ogni sera sempre prima. Mi dicevo che questa era la mia ricerca sul campo del dolore, terra a me più sconosciuta di Pago Pago. Mi rifiutavo di lasciare che Grace venisse con me. Ogni volta che Elka ci vedeva insieme, mi sentivo a disagio, come se una persona affamata mi sorprendesse a mangiare una bistecca.

Dato che Andrew era preoccupato e si lamentava per tutto il tempo che trascorrevo con Elka, cominciai a mentire, dicendo che andavo per negozi o in biblioteca, o a fare una passeggiata. C’era ben poco che Andrew riuscisse a dire senza sembrare insensibile. Quale persona di buon cuore può essere gelosa di una madre in lutto? Capii che c’era un vuoto nel linguaggio. Perché non esisteva una parola come “vedova” per definire la madre di un figlio morto?

Elka apriva una bottiglia di vino. Nigel era sempre in giro da qualche parte, probabilmente al suo laboratorio, anche oltre mezzanotte. Non erano di conforto l’uno per l’altra. A volte mi prendeva la mano e la teneva, la teneva soltanto, e io accarezzavo la sua, all’inizio con fare rigido, poi sempre meno, man mano che il vino mi scioglieva. Non c’era nulla di sensuale in questo. Eravamo in lutto. Avremmo potuto essere figlie rimaste orfane, o vedove di novant’anni. In atto c’era qualcosa di antico e universale. Alla fine del mese, Nigel prese in affitto un appartamento ammobiliato dall’altra parte della città, fece una valigia, alcune scatole di libri e attrezzi, e se ne andò. Le statistiche dimostrano che pochi matrimoni, persino quelli felici, sopravvivono alla perdita di un figlio. Non sembrava che a Elka mancasse Nigel, e lo nominava raramente. Nell’evoluzione della sua vita, lui era come una caratteristica secondaria, una pinna o una branchia che, non avendo più funzione alcuna, era scomparsa. Io e Andrew discutevamo per la piscina. Quello che volevo fare, quello che sognai una notte, era spalarci dentro della terra fino a riempirla, per poi sistemarci sopra delle piante.

In ogni caso, eravamo in affitto e sapevo che il padrone di casa non sarebbe stato d’accordo. Così capii che dovevo optare per la seconda possibilità. Mentre Andrew era via per comprare del legno, chiamai la ditta di manutenzione della piscina e gliela feci svuotare e coprire. Questo accadeva a metà agosto; sarebbe stato caldo ancora per molte settimane. Andrew arrivò a casa nel tardo pomeriggio, stanco e sudato. Mi salutò con un bacio e andò al piano di sopra per disfare i bagagli. Non dissi nulla nemmeno quando scese qualche minuto dopo con indosso il suo costume. Grace era dall’altra parte della strada, a una festa di compleanno. Da quando era venuto il tecnico, lei aveva messo il broncio. Ero nervosa, e a essere sincera le avevo dato uno schiaffo in faccia quella mattina, per poi piangere fino a quando lei non era venuta ad accarezzarmi i capelli per confortarmi. Andrew aprì la porta a vetri e uscì fuori. I muscoli dello stomaco mi si contrassero.

«Ok» disse, quando tornò dentro un istante dopo. «Ok». La sua voce era calma, rassicurante, come se stesse tranquillizzando un cavallo spaventato. «Non ti dispiace?». Da qualche parte dentro di me sentii che ricominciavo a respirare. «Credevi che mi sarebbe dispiaciuto?». «Non lo so. Pensavo di sì» risposi. «Vuoi una birra fresca?». «Voglio una nuotata fresca!». Diede un pugno al tavolo di legno di quercia, così forte che il cesto della frutta traballò, e due mandarini caddero sul pavimento. «Questo è quello che voglio, come se ti interessasse». «Se tu avessi dei sentimenti, non metteresti piede in quella piscina» gridai io. «La sola vista ti farebbe star male». «Tu, stai male». Mi puntò un dito contro il petto. «Sei ossessionata». All’improvviso lasciò andare le braccia lungo il corpo, e la rabbia sembrò uscir fuori dalla punta delle dita. «Forse dovresti vedere qualcuno, uno psicologo» disse più calmo. «Questo senso di colpa è ridicolo. Non abbiamo niente a che fare con questa cosa. Niente». «Sono perfettamente sana. È solo che non mi piace vedere quella piscina».

Mi inginocchiai e recuperai i mandarini ammaccati. «Siamo sopravvissuti senza una piscina per dieci anni. La maggior parte del mondo vive senza una piscina in giardino». «Questo non è il punto». Scrollai le spalle. «Credo che dovremmo trasferirci» disse. «Trovare un’altra casa». «No!». Cercai due birre nel frigo e tentai un tono più calmo e pragmatico. «Ci siamo sistemati. Grace ha degli amici qui». «Sì, e la tua amica?». Il suo pollice tagliò l’aria in direzione della casa di Elka. «Qualsiasi cosa ci sia tra voi due non è sana». «Non c’è niente tra di noi. O devo ricordarti quello che hai fatto tu?». «Questa è una storia vecchia. Non cercare di scaricare la responsabilità su di me». Tolse il tappo alla birra e ne prese un sorso. «Riesco a capire ciò che sta accadendo, anche se tu non puoi». La discussione non ebbe una fine vera e propria. Girò e rigirò, si frammentò e mutò, distruttiva e indistruttibile.

Quasi ogni sera Andrew preparava la sua borsa da palestra e guidava fino all’università, dove nuotava per un’ora. Era sempre stato un corridore saltuario, un tennista a intermittenza, ma mai un nuotatore. Sapevo che lo faceva per silenziosa ripicca. Non m’importava. Quando Elka mi chiese se ad Andrew dispiaceva che trascorressi così tanto tempo con lei, le risposi «Certo che no». E lei mi credette perché lui era sempre stato così amichevole e disponibile: le tagliava il prato, riparava rubinetti che perdevano. Persino a novembre, quando ormai io e lui ci parlavamo appena, tirò fuori la scala e sistemò tutte le controfinestre di casa sua. Una sera di agosto insolitamente torrida, Andrew fece un paio di Margarita e ci sedemmo nel patio laterale, a bere e sudare. Evitammo di andare in giardino. La vista della piscina chiusa ci ricordava solo le nostre divergenze. Grace era già a letto.

Stavamo parlando del più e del meno, niente di che, quando lui si avvicinò e sciolse il cordoncino del pezzo di sopra del mio costume, che mi cadde sui fianchi. Pescò un cubetto di ghiaccio dal suo drink e cominciò a passarmelo sul seno. Il patio laterale era nascosto da una siepe alta, e quando ci eravamo trasferiti avevamo fatto lì l’amore un paio di volte (ad Andrew piaceva quella sensazione di libertà), ma poco tempo prima avevo controllato e avevo scoperto che per Elka era possibile vederci dalla finestra della sua camera da letto. Andrew infilò la mano sotto la cintura dei miei pantaloncini e la punta delle dita gelate mi trasmise un brivido. Potevo vedere la luce nella camera di Elka, e sentivo la sua radio in lontananza. «Non qui» dissi. «Dentro». «Dentro fa troppo caldo». Si inginocchiò sul lastricato di pietra e mise il viso tra le mie gambe. Gemetti, poi pensai ad Elka lassù, sola, che ci ascoltava, e lo allontanai. «Qual è il problema?» disse. «Elka. Non voglio che ci veda». «Perché? Credi possa essere gelosa?». Mi lanciò il pezzo di sopra del costume. «No. Credo possa sentirsi triste». «Dio, sono stanco di tutto questo». Si alzò e aprì la porta scorrevole della nostra camera da letto. «Max sarà pure affogato, ma tu sei completamente andata».

Sbatté la porta dietro di sé, corse in bagno e aprì la doccia. Sembrava una pioggia torrenziale. Guardai il cielo aspettando di sentire tuoni e vedere lampi. A settembre cominciai a insegnare, Grace iniziò la seconda elementare, e il padre di Andrew ebbe un lieve ictus. Colonnello dell’aviazione in pensione, raramente aveva scambiato qualche parola cordiale con il suo unico figlio da quando quest’ultimo aveva fatto domanda per l’obiezione di coscienza, nel 1968. Andrew volò subito a Monterey quando sua madre chiamò per dare la notizia. Sospettai che stesse approfittando della situazione per allontanarsi un po’, dato che le cose tra noi si stavano deteriorando rapidamente, senza un motivo razionale. Era come se fossimo noi quelli che avevano perso un figlio, e a volte, quando passavo davanti alla camera di Grace, sentivo quel brivido di desolazione, come se lei fosse morta da tempo. Era come se, dato che la tragedia era avvenuta nel nostro giardino, ci appartenesse in qualche modo; ne eravamo comproprietari.

Andrew non aveva scelto un buon momento per andarsene. A volte mi chiedo se non sarebbe potuto tornare tutto alla normalità, in modo semplice e graduale, se Andrew non avesse approfittato della prima occasione per scappare via. Potrò sembrare ingenua, ma credo nella teoria del domino, nella reazione a catena. In ogni momento, lungo il percorso, la catena può essere spezzata, la resistenza può sospendere il tempo. Ma Andrew non è mai stato un combattente. Basti pensare a come aveva lasciato la sua amante, la donna di San Francisco. Sul momento lo interpretai come un segno del suo affetto per me, ma con il tempo capii invece che la causa dell’abbandono era il poco interesse che nutriva per lei – non così profondo da farlo resistere – ed Elka non aveva la forza di resistere a nulla. Così se n’era andato. Dolore e amore si somigliano molto, sono come stadi differenti della stessa emozione. È difficile distinguerli al buio. Con Andrew in California, c’era bisogno di qualcuno che stesse con Grace durante il pomeriggio quando insegnavo il mio corso introduttivo e nelle due sere a settimana in cui tenevo il seminario principale. Elka si offrì volontaria. Dopo scuola, Grace andava da lei e giocava con la sua collezione di vecchie bambole tedesche, con occhi di vetro e capelli umani, mentre Elka lavorava al telaio.

Quando tornavo a casa, Elka mi faceva trovare uno stufato saporito che bolliva sul fuoco, e un’insalata fresca nel frigo. «Credevo odiassi cucinare» le dissi la prima sera. «Non è necessario che tu faccia questo». «Ho bisogno di tenermi occupata» rispose lei. «Mi fa bene». Nelle sere in cui tenevo il mio seminario, Elka si fermava dopo cena. Guardava la televisione o giocava a dama cinese con Grace fino all’ora della buonanotte. Avevo temuto che la presenza di Grace sarebbe stata un costante e doloroso promemoria dell’assenza di Max, ma Elka sembrava cercarla, e a volte le sentivo ridere insieme per una sciocchezza. Un pomeriggio tornai a casa e trovai Elka seduta sul divano con Grace che dormiva profondamente sul suo grembo. Le accarezzava i capelli, dello stesso color biondo chiaro di quelli di Max, piangendo in silenzio. Grace si svegliò non appena entrai nella stanza e, spaventata, scoppiò in lacrime quando vide che Elka stava pian- 17 gendo. Io e Andrew avevamo spiegato a Grace della morte di Max. Lei aveva ascoltato con tristezza, poi aveva chiesto: «Come Weenie?». Weenie era il nostro bassotto, quello che era stato investito, così immaginammo avesse capito. Nessuna di noi sembrava in grado di dormire da sola nel proprio letto vuoto, e di riuscire a superare la notte. Elka posticipava sempre di più il ritorno a casa, fino a che l’unica cosa logica sembrò che si fermasse da noi. La terza camera da letto era il mio studio e il divano era troppo corto per le lunghe gambe di Elka, così lei dormiva nel mio letto. Ci tenevamo in equilibro precario come segnalibri ai due lati del letto, caste come scolarette, anzi, ancora più caste, aspettando Grace.

Gli incubi di Grace cominciarono quando Andrew era in California. Quasi ogni notte si svegliava senza fiato e in lacrime, senza gridare, barcollava nella mia stanza. «Voglio papà» piagnucolava, poi, ancora mezza addormentata, si accoccolava nel letto tra me ed Elka, il suo corpo come un piccolo pugno chiuso, e noi tre sembravamo avvicinarci come aborigeni intorno a un fuoco nell’oscurità, solo che il fuoco eravamo noi. Non avevo più parlato con Andrew da quando aveva chiamato per avvertire che era arrivato a Monterey; suo padre sembrava vigile e in forze, e lui e la madre lo stavano facendo impazzire. Una conversazione civile e cauta. Dopo la telefonata, cominciarono ad arrivare delle cartoline, più o meno a giorni alterni. Se n’era andato da dieci giorni. Nell’ultima cartolina c’era scritto che era ospite di alcuni nostri amici a Berkeley. C’era il timbro postale di San Francisco, il che avrebbe potuto significare qualsiasi cosa: una cena a Chinatown, un vecchio film al Surf Theater, linguine con le vongole da Little Joe a North Beach. Eravamo stati sposati dieci anni e prima avevamo convissuto per due. Dopo dodici anni sei convinto di sapere, in un modo o nell’altro, ma non avevo idea se stesse vedendo di nuovo lei, la donna della spinetta. Si chiamava Maggie.

Alla fine venne fuori, o almeno così disse e io gli credo, che non l’aveva nemmeno chiamata, sebbene fosse stato a cena in centro due o tre volte, e ogni volta ci avesse pensato. Aveva raccontato tutta la storia di me, Max ed Elka a Peter, il suo vecchio socio, una sera davanti a una sequenza di Irish Coffee al Buena Vista. Peter aveva ascoltato, poi gli aveva detto: «E allora, qual è il problema? Non capisco. Lei è dispiaciuta per questa Elka, passa un sacco di tempo con lei. È una situazione temporanea. Lascia che passi». «C’è più di questo» aggiunse Andrew, subito sulla difensiva. «Cosa?» domandò Peter. «Ti ascolto». «Non so. Non lo so» rispose Andrew ridendo. «Ci dev’essere qualcosa». «E improvvisamente mi sono sentito ridicolo» mi disse Andrew quando mi chiamò da un telefono pubblico del Buena Vista. «Non riesco nemmeno a ricordare perché ero così arrabbiato. Stavo cercando di spiegarlo a Peter e d’un tratto non mi è sembrato più chissà cosa. Credo di aver reagito in maniera esagerata. Mi dispiace». «È stato solo un brutto periodo» dissi. «Per tutti noi». «Come sta Elka?». «Meglio» risposi. «Bene. Passi ancora così tanto tempo con lei?».

La sua voce aveva una leggera inclinazione, sebbene stesse cercando di mantenere un tono normale. «Non così tanto. Sono occupata con le lezioni» mormorai. «Cosa?» gridò lui. Sentivo della musica ad alto volume, chiacchiere e risate, e rumore di piatti di sottofondo. Elka dormiva sul divano davanti alla televisione, dove l’avevo trovata quando ero tornata a casa dopo il seminario, e Grace era di sopra nel suo letto. Non volevo gridare. Misi la mano intorno al ricevitore e ci bisbigliai dentro. «Ho detto non così tanto. Ci vediamo a malapena. Dove sei?». «Al Buena Vista. Credo che Peter abbia ragione. In effetti ha detto che mi stavo comportando da idiota». «Non sei un idiota» dissi. «E anche se lo sei, mi manchi». «Anche tu mi manchi. Infatti stavo pensando…». Ci fu un rumore forte, come se qualcuno avesse fatto cadere un vassoio pieno di posate ai piedi di Andrew. «Non ti sento» esclamai. «Non importa» gridò lui.

«Questa cosa è ridicola. Ti chiamo più tardi» e attaccò. La telefonata mi mise di buonumore. All’improvviso tutto sembrava più leggero, come se mi fosse venuta in mente una soluzione semplice a un grave problema, e canticchiai una vecchia canzone di Linda Ronstadt mentre salivo le scale e facevo scorrere l’acqua per il bagno. Portai la radio con me e mi immersi nella vasca in mezzo al vapore, riflettendo sulle risposte che avrei voluto dare alle domande che alcuni studenti mi avevano rivolto quella sera. Ogni volta che l’acqua si raffreddava, aprivo il rubinetto dell’acqua calda con le dita dei piedi e lasciavo scorrere fino a quando non la sentivo di nuovo scottare piacevolmente. Pensai a tutte le volte in cui Andrew si era sorpreso e lamentato della mia capacità di sopportare il caldo. E ricordo un documentario sulle radiazioni nucleari in cui una suora attivista aveva detto che se si alza gradualmente la temperatura, le rane possono restare in una pozza d’acqua e bollire fino alla morte: in realtà doveva essere una metafora per l’umanità e la corsa agli armamenti.

Quando finii di svuotare la vasca e mi asciugai, andai in punta di piedi a cercare una camicia da notte pulita in camera da letto. Elka e Grace stavano già dormendo profondamente, accoccolate nel buio pesto come due animaletti pelosi che tentano di rifugiarsi nella stessa tana. Qualche ora più tardi, Elka mi stava scuotendo. Era ancora buio. Stavo sognando che facevamo il bagno nell’oceano in Florida, vicino a casa dei miei. Max e mio padre stavano galleggiando su un grande copertone decorato con dei fiori. «Ho sentito qualcosa» mi sussurrò Elka. «C’è qualcuno di sotto». Mi alzai velocemente, con il cuore che batteva all’impazzata, e coprii bene Grace con la coperta, come per renderla invisibile al pericolo. Sentii dei passi sulle scale. Io ed Elka eravamo sedute, immobili. Non riuscivo a capire se fosse meglio o peggio accendere la luce. “Dov’è Andrew?” pensai, paralizzata dal terrore, e un attimo dopo lui era lì, sulla soglia, e sussurrava il mio nome: «Jane, Jane? Sono io. Sei sveglia?». «Grazie a Dio!» esclamai, e accesi di corsa la lampada sul comodino. «Ci hai spaventato a morte».

Mi misi il palmo della mano sul cuore. «Stai calmo» dissi ridendo con sollievo. Se ne stava lì a fissarci, anzi, a guardarci con disprezzo, mentre Elka si chiudeva nervosamente il primo bottone del pigiama e Grace si svegliava di soprassalto gridando «Papà!». Saltò fuori dal letto e gli corse incontro mentre lui si precipitava giù per le scale. Riuscivo a sentire le loro voci ma non le loro parole, giù in cucina. Io ed Elka ci guardammo, senza incrociare veramente lo sguardo. Per la prima volta mi sentii a disagio con lei. Ero cosciente del peso del mio seno attraverso la stoffa sottile della camicia da notte, e potevo sentire il suo profumo speziato sulle lenzuola. Si allungò e mise la mano sopra la mia, un gesto di conforto, e per la prima volta sentii la carica tra di noi, come se il mio sangue si surriscaldasse lentamente, cosa che mi sorprese e mi allarmò.

Sentii il tremito di Elka passare dentro di me, e mi chiesi da dove venisse. Era come se la nostra passione fosse frutto della gelosia di Andrew. Andrew prese un volo per la California il giorno seguente. Si teneva a distanza. Chiamava per parlare con Grace ma si rifiutava di rivolgermi la parola. Diede a Grace un numero telefonico a cui contattarlo, dicendole che era un segreto tra loro. Mentre lei era a scuola, cercai nella sua stanza finché non lo trovai, incollato sotto il coperchio del suo carillon portagioie. Lasciai la scatola aperta e, seduta sul mio letto, mentre componevo il numero, sentivo la musica metallica attraverso la parete. Una donna rispose. «Salve. Andrew ha lasciato questo numero come suo contatto. Sarei interessata a comprare un clavicembalo». «Oh sì» rispose lei. «Cosa vorrebbe sapere?». Attaccai. Lui mi chiamò la sera stessa da un telefono pubblico. Doveva essere per strada. Si sentiva il rumore del traffico.

«Cosa vuoi?» continuava a ripetere. «Vuoi davvero che io torni?». «Sì» rispondevo io. «Sì, sì, sì. Quante volte devo ripetertelo?». «D’accordo. A due condizioni. Una, che ti trovi un analista. Due, che trovi una nuova casa per noi». «Ok. Tra quanto puoi essere qui? Voglio che tu venga subito». «Perché tanta fretta? Sembri spaventata». «Sono spaventata» gridai, poi abbassai la voce. «Domani? Puoi tornare domani?». «Te l’ho detto. Due condizioni. Non torno finché…». «Non puoi essere serio» lo interruppi io. «Sono serio. Voglio sapere se tu sei seria. Lo sei?». Non risposi subito. Mi alzai e camminai per la stanza. Fuori dalla finestra vedevo la copertura della piscina affondare sotto uno strato di foglie marroni. «Domani chiamerò il padrone di casa». Ma non lo feci. Non riuscivo a immaginare Elka che viveva accanto a degli sconosciuti, o la casa che restava vuota. Nigel la chiamava periodicamente.

Una sera venne anche a casa con dei biglietti aerei supplicandola di partire con lui per una vacanza alle Hawaii, ma lei rifiutò e gli chiese di non tornare più. Trascorreva la maggior parte del tempo a casa nostra. Non sapevo cosa pensassero i vicini. Non sapevo cosa pensassimo noi. Provammo a non pensarci, a non affibbiarci alcuna etichetta. Una volta, nel pieno di un litigio a lunga distanza, Andrew mi chiamò lesbica, e l’insulto mi lasciò letteralmente senza fiato. «Non è così» gridai e riagganciai, furiosa, poi corsi in bagno e vomitai. Stavo troppo male per tornare al telefono quando richiamò cinque minuti dopo. Elka rispose e disse che Andrew le aveva chiesto di dirmi che gli dispiaceva. Ero distesa sulle mattonelle del pavimento. Lei si inginocchiò e mi tamponò viso e collo con un asciugamano bagnato. I suoi lunghi capelli mi solleticavano il braccio. Allungai una mano e le misi una ciocca dietro l’orecchio.

D’inverno i suoi capelli avevano il colore della sabbia e l’orecchio era di un rosa delicato, come una conchiglia. Mi immaginai stesa accanto a lei, con l’orecchio poggiato contro il suo, cullata dal mormorio lontano dell’oceano. Elka chiuse la porta a chiave e si distese accanto a me sulle mattonelle fredde. Il giorno del Ringraziamento Andrew tornò per cinque giorni per vedere Grace e prendere le sue cose. Elka volò a St Paul per trascorrere le vacanze con i suoi genitori e la famiglia di suo fratello. Mentre lei era via, Andrew sistemò le sue controfinestre e segò alcuni rami secchi del grande albero nel suo giardino. Non sembrava più arrabbiato, solo triste. Confuso ma rassegnato. Io avevo dei compiti da correggere e non ero di umore festoso, così il giorno del Ringraziamento andammo tutti e tre a cena fuori, poi portammo Grace a una matinée di Biancaneve, tenendola seduta tra di noi.

Io e Andrew dormimmo nel nostro letto e facemmo anche l’amore per due volte, la prima e l’ultima notte, ciao e addio. Si sarebbe trasferito a Londra con Maggie, lei aveva vinto una borsa di studio e lui avrebbe studiato tecniche costruttive del clavicembalo al London College of Furniture, una cosa che aveva sempre voluto fare. Acconsentì a lasciare che Grace vivesse con me, almeno per il momento. Promisi di mandarla da uno psicologo infantile una volta alla settimana e che lo psicologo gli avrebbe mandato dei report mensili. Una parte di me era irritata al pensiero di questa libertà vigilata, ma un’altra parte si sentiva rassicurata dalla supervisione professionale della situazione che, per quanto mi riguardava, era già di gran lunga al di fuori del mio controllo. La immaginavo come una sorta di valanga emotiva, qualcosa di diverso da me, con una sua natura. Una coincidenza. Qualcosa che non può ripetersi se non dopo milioni di anni. Qualcosa che non è né felice né triste. Qualcosa che sfugge a ogni definizione.

La settimana dopo la partenza di Andrew, Elka si trasferì da noi. Portammo i mobili della sala da pranzo nel seminterrato e al loro posto mettemmo il telaio. Nel mio studio, proprio sopra la sala da pranzo, riesco a sentire la spoletta andare avanti e indietro, avanti e indietro. Elka lavora a un ritmo forsennato, come se stesse cercando di recuperare del tempo perduto. Ultimamente ha cominciato a leggere alcuni miei libri di antropologia, che sono pieni di descrizioni di donne tessitrici: tappeti, cesti, tessuti. Ispirata da Elka, sto prendendo appunti per un articolo accademico sull’importanza della tessitura nelle culture tribali. E lei, ispirata da me, sta lavorando a una serie di “sacchi a zanzariera”, su modello degli elaborati e pregiati sacchi a pelo intessuti dalle donne Tchambuli della Nuova Guinea. Due di questi sacchi erano venduti allo stesso prezzo di una canoa. Persino Grace ha sviluppato un vivace interesse per la tessitura. Elka le ha regalato un piccolo telaio a mano.

Spesso, quando scendo giù per uno spuntino o una pausa dal lavoro, trovo Grace seduta a gambe incrociate sul pavimento, accanto a Elka, intenta a tessere piccole sciarpe o cinture dai colori vivaci. Le loro mani sembrano danzare nella luce obliqua del pomeriggio mentre lavorano fianco a fianco in un amichevole silenzio. È una scena piena di pace: primitiva, ancestrale, femminile, e per un istante perfetto immagino che gli uomini siano fuori con le loro canoe, a pescare a mani nude. Potrebbero apparire da un momento all’altro, Andrew e Nigel con la canoa sopra la testa, e Max a chiudere il gruppo, che stringe al petto il pesce, il ricco bottino della giornata che luccica d’argento nel sole splendente.

Titolo originale A Hole in the Language Copyright © 1990 Marly Swick
ideafelix riconosce i diritti dell’opera ai legittimi proprietari
Traduzione dall’inglese di Irene Pepiciello © 2017 EpPursimuove S.r.l.s.

Commenti
Un commento a “Un vuoto nel linguaggio”
Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento